Gli smartphones ci istupidiscono o ci rendono più intelligenti?

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Nicholas Carr e Howard Rheingold si sono affrontati a suon di libri per decidere se la Rete istupidisce o meno. In questo confronto, la ricerca condotta dalla McCombs School of Business della Università del Texas di Austin tende per Carr dimenticando le osservazioni di Rheingold. Hanno cercato di misurare quando lo smartphone possa incidere sulle capacità cognitive: ci rende stupidi o intelligente?

l primo esperimento su 548 partecipanti molto giovani, non ancora in età da laurea. A questi è stata sottoposta una serie di test, specificamente confezionati per valutare le capacità mnemoniche di lavoro e l’intelligenza cosiddetta fluida, cioè la capacità di pensare attingendo alla logica di base e di risolvere i problemi in situazioni inedite e inattese. I partecipanti sono stati divisi a caso in tre gruppi, a ciascuno del quale è stato chiesto di collocare l’amato gadget in posti diversi: a faccia in giù sulla scrivania, in tasca o in una borsa nei pressi della propria postazione o all’ingresso, al di fuori della stanza degli esperimenti.

Simone Cosimi descrive così la ricerca su Repubblica del 27 giugno 2017:

I risultati dell’indagine hanno dimostrato che coloro a cui era stato chiesto di lasciare i telefoni in un’altra stanza hanno fatto segnare risultati decisamente migliori di quelli che avevano il telefono sul desk e parzialmente migliori di quelli capitati con l’opzione tasca o borsa. Non bastasse, il cortocircuito sulla nostra percezione della situazione è reso più evidente dagli esiti di un sondaggio seguente all’esperimento: la stragrande maggioranza dei volontari sosteneva infatti che il richiamo dello smartphone, ovunque fosse, non aveva influito sulle loro prestazioni. Quando i dati provavano l’opposto. 

Il gruppo di ricercatori si è poi concentrato su un secondo test, stavolta su 296 partecipanti. Oltre ai tre gruppi del primo test, ai partecipanti è stato anche chiesto di spegnere i telefoni, che nel primo caso erano appunto rimasti accesi. Tuttavia in questo caso l’obiettivo era un altro: capire il rapporto fra capacità cognitive e prossimità del dispositivo inserendo nel mix un terzo ingrediente: l’autovalutazione sulla propria dipendenza da telefono. Quelli che avevano detto di essere più dipendenti hanno ovviamente fatto registrare risultati peggiori rispetto agli altri ma solo quando gli smartphone erano a portata, cioè sulla scrivania. Negli altri casi le performance sono state tutte ottime, senza differenze fra dipendenti e no. È bastato cioè spegnere il telefono e lasciarlo altrove. Con una porta chiusa di mezzo.

Lo studio affronta il digitale con la mentalità dell’analogico, il nuovo con gli strumenti di un’epoca passata e così non riesce a cogliere le novità e i cambiamenti in corso. Se avessimo sostituito lo smartphone con una TV o un iPod probabilmente avremmo avuto gli stessi risultati, magari migliori perché siamo più abituati ad avere TV e musica come sottofondo alla nostra vita.

Il digitale, in più, produce un effetto chiamato multitasking cioè la capacità di suddividere la nostra attenzione su più media contemporaneamente. Il problema per l’uomo digitale è modulare le priorità delle proprie capacità cognitive fra gli eventi che lo stimolano.

Dobbiamo aggiornare i nostri strumenti di analisi e di indagine per comprendere il nuovo che stiamo vivendo anziché crogiolarci nel rammarico di una crisi che non comprendiamo.

 

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Sommario

la ricerca condotta dalla University of Texas di Austin usa strumenti vecchi per la misurare il nuovo

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