Bene Comune e Società Digitale

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Bene Comune e Società Digitale

Tra Opportunità e Sfide

Pomeriggi alla Minerva

Sala del Senato – Piazza della Minerva

20 gennaio 2018

Edoardo Mattei

Introduzione

Il bene comune è un argomento vasto e complesso che interessa molti aspetti della vita. In questa complessità si agitano pensieri contrastanti su cosa sia il bene comune e come raggiungerlo o mantenerlo. Oggi generalmente pensiamo che il bene pubblico, il bene comune sia un bene disponibile per tutti e il cui uso da parte di una persona non limita le possibilità d’uso da parte degli altri. Poco dopo la metà del secolo scorso si pose enfasi sull’esclusione: i beni dal cui uso gli individui potevano essere esclusi andavano considerati privati. Vent’anni dopo fu introdotto infatti il concetto di sottraibilità per cui l’uso del bene da parte di una persona sottrae qualcosa dalla disponibilità dello stesso per gli altri. Pensiamo all’acqua o alle risorse intangibili, come la conoscenza.

Possiamo affrontare il “bene comune” cercando di definirlo e vagliando varie ipotesi e le prassi conseguenti ma questo lavoro nasconderebbe l’aspetto della novità della Società Digitale. Questa, infatti, non ha atteso che noi definissimo nuovamente il “bene comune” nel nuovo contesto sociale ma lo ha applicato in maniera anarchica. Per questo motivo, si affronterà il tema partendo dalle iniziative in atto per comprendere come la Società Digitale interpreta il bene comune.

L’avvento del digitale, come fenomeno sociale, viene fissato con una data convenzionale: 1985. Si vuole indicare, in questo modo, che da quella data le generazioni conosceranno ed utilizzeranno esclusivamente risorse digitali costituito da touch screen e app. Questo comporta due cose:

  • Come tutte le tecnologie innovative, il digitale crea una nuova cultura dove i valori e i modi di vivere subiscono una trasformazione così profonda da inaugurare una nuova epoca storica. Così è stato per il vapore, per l’elettricità, il software ed oggi lo è per il digitale. Gli oggetti con cui siamo cresciuti non sono più in uso: il televisore con il tubo catodico, i dischi in vinile, le musicassette e lo stereo 8, il VHS. Ogni cosa è diventata digitale, anche gli oggetti più quotidiani: dal frigorifero al telefono, dal barometro all’automobile.

Il digitale è una tecnologia che ha creato una cultura nuova, una nuova società, in definitiva una nuova epoca storica.

  • Il nodo problematico da sciogliere non è: «come integrare nel nostro mondo la tecnologia digitale». Noi siamo l’ultima generazione testimone di un mondo senza digitale. Il modo che abbiamo appreso di fare le cose, la tecnica e la tecnologia con cui siamo cresciti, saranno dimenticati con noi, la nostra cultura analogica sarà cancellata con tutti i valori che ha prodotto.

Il nodo problematico da sciogliere è: «cosa vogliamo lasciare in eredità alla società digitale”.

In questo incontro approcceremo il bene comune da questa prospettiva. Il percorso è suddiviso il quattro tappe:

  1. Partiremo dalla nostra definizione di bene comune
  2. Esploreremo come il digitale comprende il bene comune
  3. Confronteremo i due approcci
  4. Faremo un bilancio e cercheremo di capire se e cosa abbiamo di buono da lasciare alla società digitale

Bene Comune nel Magistero

La nostra comprensione del bene comune si basa sulla Gaudium et Spes, Costituzione Pastorale del 1966, che definisce il bene comune come «l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono tanto ai gruppi quanto ai singoli membri di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più speditamente» (GS 26). In questa definizione possiamo identificare tre componenti essenziali:

  • Rispetto della persona: significa che c’è un rispetto dei diritti fondamentali ed inalienabili della persona umana. Significa che non bisogna umiliare le persone, sfruttare, privarle della loro libertà di scelta…ma preoccuparsi del suo sviluppo culturale e sociale;
  • Benessere sociale: dice il Catechismo della Chiesa Cattolica: bisogna «rendere accessibile a ciascuno ciò di cui ha bisogno per condurre una vita veramente umana: vitto, vestito, salute, lavoro, educazione e cultura, informazione conveniente, diritto a fondare una famiglia, ecc.» (CCC 1908). Benessere sociale e personale sono connessi in una relazione univoca: benessere sociale significa benessere personale ma il benessere personale non significa l’esistenza di quello sociale;
  • Pace: il benessere sociale si può sviluppare solo in tempo di pace e la pace non è solo mancanza di guerra, ma anche soprattutto lo sforzo per superiore le tensioni sociali, le disuguaglianze e i soprusi.

Quindi il bene comune non è la semplice sommatoria dei beni particolare di ciascun individuo, Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo ed accrescerlo. La persona non può trovare compimento solo in se stessa, a prescindere cioè dal suo essere «con» e «per» gli altri.

Questa è la definizione generale, ma la Storia ci insegna che esistono delle interpretazioni riduttive del bene comune.

La concezione liberale classica riduce il bene comune ad una questione privata: ciascuno deve impegnarsi a realizzare e raggiungere i fini che liberamente si propone. La categoria del “bene” non ha relazioni con quella di “solidarietà”. Il bene comune è la somma dei beni individuali. Il gregge ne è l’esempio tradizionale: il suo bene comune è la sazietà delle singole pecore che sono libere di brucare per proprio conto. Ma un gregge non rappresenta una comunità umana e non c’è nessuno «sviluppo integrale» dei suoi membri: le pecore sono e rimangono pecore. Grasse, ma pur sempre pecore. Il gregge vive nell’unico obiettivo di mangiare ma l’uomo ha ambizioni diverse e talvolta conflittuali e, per il raggiungimento del bene comune, interviene una mediazione per comporre i dissidi.

L’altra visione riduzionistica è quella collettivista dove il bene comune è espressione suprema del bene individuale, cui deve essere sacrificato. Il bene comune è nei beni, nei servizi e nelle condizioni create dallo Stato per lo sviluppo personale del cittadino. Non si tengono conto delle doti, delle esigenze, della creatività di ciascuno livellando i bisogni ad un’eguaglianza fittizia. Si dimentica che non siamo tutti uguali ed ognuno ha diritto di potersi esprimere e formare secondo le proprie inclinazioni e desideri.

Il bene comune, dunque, coincide soprattutto con la qualità della vita umana più che con quella dei beni materiali. Pertanto una concezione adeguata del bene comune esige il rispetto del creato e l’attenzione dalla qualità alla vita.

Con il fallimento del socialismo marxista-leninista e del capitalismo liberale (che non riesce più a mantenere la promessa basata sull’equazione “più consumo più occupazione più benessere”) sembra imporsi nella società digitale una nuova comprensione del bene comune ed un nuovo tipo di economia, chiamata Industry 4.0. Il termine è stato usato per la prima volta nel 2011 dalla Accademia Tedesca di Scienze e Ingegneria ed individua un’iniziativa adottata dal governo tedesco a novembre dello stesso anno come parte del più ampio High-Tech Strategy 2020 Action Plan. L’obiettivo era definire e implementare una strategia di digitalizzazione della manifattura nazionale nell’arco di 10-15 anni. Il fenomeno è ritenuto parte integrante della Quarta Rivoluzione Industriale. La Prima si era basata sul vapore, la Seconda sull’elettricità, la Terza sul software e la Quarta sull’Internet delle Cose, cioè sulla possibilità di connettere uomini e oggetti in un’unica rete di informazioni.

A questo riguardo è interessante quello che scrive Luciano Floridi, massimo esponente della filosofia dell’informazione,

Pensiamo ad un mondo in cui la nostra auto controlli autonomamente la nostra agenda e ci ricordi, tramite la TV digitale, che dobbiamo fare benzina l’indomani, prima di partire per un lungo viaggio […] Nest è un termostato che apprende le nostre preferenze relative alla temperatura. È sufficiente regolare la temperatura più confortevole un certo numero di volte, e dopo una settimana Nest inizia a regolare la temperatura da solo. I suoi sensori imparano a conoscere il nostro stile di vita, le nostre abitudini e preferenze […] Il nostro nuovo frigorifero smart Samsung sa che cosa si trova al suo interno ed è in grado di suggerire ricette […] e di ricordarci la presenza di cibi freschi o in scadenza. Può essere sincronizzato con Evernote per condividere la lista del negozio di alimentare

Il futuro sembra basato sulla condivisione delle informazioni e dei beni in una rete unica all’interno di un mondo a misura d’uomo. Vediamolo più da vicino.

Bene Comune nel Digitale

Il bene comune può esistere solo se c’è un gruppo sociale organizzato. Il digitale, al contrario, frammentando le istituzioni e dissolvendo i corpi intermedi della società, crea community per il raggiungimento di obiettivi specifici. In questa terza riduzione, la persona, che si realizza in modo individuale, si aggrega e partecipa nella community fintanto che sussiste l’interesse personale della community. Ogni persona ha più di un interesse e la fluidità del digitale permette l’iscrizione contemporanea in più community senza che si sviluppi il senso di appartenenza in nessuna di esse. Più che partecipazione, è una condivisione delle finalità.

Condividere è la parola chiave anche in campo economico. Il bene comune è la condivisione di un oggetto fra tutti i membri della community. Parliamo della sharing economy, economia della condivisione. Esistono numerosi esempi e tipologie di sharing economy ma possiamo trattarne solo quelle di maggior diffusione. Il funzionamento generale è conosciuto: un gruppo di persone costituisce una community per gestire la condivisione di uno o più beni. Un esempio è il car sharing, come Enjoy o Car2Go, oppure Uber e BlaBla Car, che offrono la condivisione della propria auto per spostamenti cittadini (Uber) o autostradali (BlaBla Car).

In realtà, questa tipologia di economia è più simile ad un noleggio: c’è la condivisione dell’uso (a pagamento) ma non della proprietà. Infatti, le automobili rimangono di proprietà di che le rende disponibili e gli utenti godono del bene solo nei tempi e nei modi stabiliti. È un reale contratto di noleggio.

Esiste un altro circuito di sharing: il peer-to-peer cioè la condivisione fra utenti paritetici. Questa forma originaria di condivisione permette agli utenti di essere contemporaneamente fornitori e fruitori, senza limitazioni, del bene condiviso. I casi più noti sono quelli di file sharing (come Torrent o eMule) dove gli utenti rendono disponibili al network qualsiasi file presente in cartelle particolari del proprio computer. Purtroppo questo sistema è diventato il maggior veicolo di materiale illegale.

Tutti questi esempi di sharing economy, anche quelli ibridi come Guide Me Right o Airbnb, hanno un attore nascosto: il server sirena, secondo la terminologia di Jaron Lanier. Per utilizzare un bene condiviso, devo passare per una piattaforma abilitante su internet che tratterrà una percentuale per il suo servizio. Quale servizio? In realtà non fa nulla, non produce un bene tangibile, non interviene fisicamente ma realizza un valore di informazione e lo monetizza (la mediazione tra chi ha il problema e chi ha la soluzione).

Questo meccanismo, applicato al mercato del lavoro, ha generato la gig economy, versione anglosassone dell’italianissimo precariato. Il bene da condividere è il lavoratore che, invece di entrare nel circuito ufficiale del lavoro, viene inserito nel network di condivisione. Un mercato senza regole, dove regna il “sommerso”, i pagamenti non fatturati, le garanzie contrattuali e sindacali incerte, le coperture sanitarie e le responsabilità civili mancanti.

L’adozione progressiva di sistemi economici digitali ha segnato la nascita del personal branding ovvero la vendita della propria immagine. Il successo professionale non è più determinato dalla propria professionalità ma dalla capacità di attirare followers e di aumentare la social reputation. Molti autori concordano nel vedere queste nuove forme digitali di economia come delle risposte resilienti del capitalismo, una trasformazione verso un capitalismo molecolare che permette di accentrare forme di reddito anche ad un livello inferiore dei grandi gruppi come Google, Facebook o Microsoft.

In conclusione, nella comunità digitale, ogni utente mira al soddisfacimento dei propri bisogni. Se soddisfatto, metterà un like, un cuoricino, una stella per aumentare la social reputation della comunità. I gestori della piattaforma, divenuta di successo, saranno in grado di vendere spazi pubblicitari con maggiori profitti senza condividerli. Diminuisce il senso comunitario, si allentano i legami sociali, si assiste al declino dell’empatia e della solidarietà, fenomeno che lo storico Matthew Fforde chiama «desocializzazione». Se scompare la società scompare anche il prossimo, avverte lo psicanalista Luigi Zoja. Jacques Godbout, economista canadese, vede un individualismo così spinto «che nella società moderna si tende a considerare il dono come una ipocrisia». Eppure il dono è sempre stato pensato come lo strumento più efficace per stabilire relazioni, istituire società, costruire un futuro comune.

È questa la convinzione di Marcel Mausse, sulla cui idee teorie del dono si fonda l’attuale teoria del bene comune in Internet. Il dono, plasmato dall’attuale schema economico, ha una sua propria dinamica: il suo accadere fa nascere nel donatore l’aspettativa che il ricevente si senta obbligato a ricambiare. L’accettazione del dono, in questa dinamica, stabilisce un rapporto quando viene accettato e lo consolida nel tempo quando viene ricambiato. Gli oggetti, così, oltre al valore d’uso e al valore di mercato, acquistano un valore di scambio.

Le reti peer-to-peer sono state le prime ad usare questo modello: da Torrent al couch surfing, da eMule al book crossing tutte si basano sul presupposto che ci sia un contraccambio di pari valore. La comunità che si crea intorno a questo dono è basato su «legami deboli», secondo lo scheda di Granovetter, cioè relazioni in cui l’investimento emotivo e di tempo è basso perché il vantaggio di questo rapporto è nella rete di legami a cui si può accedere piuttosto che nella relazione stessa. Si creano trame ramificate di relazioni poco impegnative dove il “dono ” è materia di scambio.

In questo modo, la comunità digitale perde i suoi vincoli sociali e il dono vede scomparire la relazione e la gratuità.

Confronto Magistero e Digitale

Il digitale comprende il bene comune in modo totalmente nuovo a cominciare dal concetto di società, trasformato in community, fino all’offerta di lavoro e servizi per il bene del gruppo. Riprendendo i tre elementi essenziali elencati dalla Gaudium et Spe possiamo iniziare un confronto fra Magistero e Digitale.

Rispetto della Persona: la share economy, intesa come bene comune nel digitale, crea la gig economy, il “precariato”, cioè la oggettivazione dell’uomo a bene temporaneo “usa e getta”, alimentando la «cultura dello scarto» secondo la visione di Bauman della vita liquida, una vita precaria, vissuta nell’incertezza. La preoccupazione più grande è quella di essere colti alla sprovvista, non riuscire a tenere il passo del cambiamento, di non accorgersi delle «date di scadenza», di appesantirsi con il peso di qualcosa che non è più desiderabile, di perdere il momento in cui bisogna cambiare pagina prima che sia troppo tardi. Sapersi sbarazzare delle cose diventa più importante di acquistarle. L’uomo e gli affetti diventano temporanei e fluidi.

Possiamo rappresentare graficamente questa situazione con il frattale di Feigenbaum, una figura geometrica composta da una serie di linee che si biforcano.  I punti di biforcazione aumentano con il passare del tempo in modo esponenziale ed il tempo di biforcazione diventa sempre più breve. Se si riuscisse a saltare sulla seconda curva sempre al momento giusto, ci si troverebbe a percorrere la curva a più alte prestazioni. Se si perde l’attimo giusto non si riuscirà più a recuperare un livello superiore.

Benessere e Sviluppo Sociale: il capitalismo del XX secolo si trasforma “molecolizzandosi”; creando un capitalista in ogni community grazia alla presenza di «server sirena» che abilitano la trasformazione da un’economia basata sulla proprietà ad una basata sull’accesso: è più importante di avere l’accesso ad un bene per il tempo necessario che possederlo.

Questo modello prevede la formazione di ricchezza solo per il «server sirena», non si promuove il benessere della community. Anzi, la community non vuole evolversi in “comunità sociale”, non c’è interesse nel conoscere e stabilire relazioni con altri utenti. Ne è prova la vittoria di Zipcar su Lyft, dove quest’ultima si presentava come «l’amico con l’auto». Ma nelle community della sharing economy regna la mentalità del “cliente d’albergo”: non mi interessa chi c’era prima né chi ci sarà dopo, mi interessa che la stanza sia in ordine, pulita ed a buon mercato.

Pace: la Pace presuppone che le persone ricerchino delle condizioni di relazione sociale soddisfacenti. Se le relazioni personali sono compromesse, come nelle community, la Pace non può essere pensata e rimangono quegli accadimenti in cui due persone stringono un contratto per avere una relazione. Un contratto mette al sicuro dalle imprevedibilità dell’animo umano, stabilisce cosa dare per ottenere cosa. Saldato il conto dare / avere, non rimane alcuna relazione.

La pace non è assenza di conflitti e la non belligeranza della sharing economy persevera tutte le disuguaglianze odierne.

In conclusione il bene comune del digitale è una forma mercantile e commerciale del bene comune del Magistero.

Proposte e Considerazioni Finali

Abbiamo davanti due prospettive diametralmente opposte: il Magistero, orientato alla gratuità e alla relazione persona/comunità, e il digitale, orientato al mercato e alla community come bene d consumo. Come possiamo intervenire, quali è il nostro lascito per orientare il digitale? Sulle orme del Concilio, riscopriamo il senso originario di bene comune e di condivisione.

La “condivisione” nel NT è la koinonia, communio in latino, e presuppone sempre l’esistenza di rapporti tra persone, cioè quella trama relazionale entro cui, attraverso cose e beni materiali, uomini e donne partecipano ad un progetto di vita comune. La koinonia non definisce la Chiesa quanto gli elementi costituivi della vita comunitaria: l’unità della fede, la comunione fraterna, la condivisione dei beni e l’unanimità dei sentimenti.

Leggiamo negli Atti:

Tutti i credenti stavano insieme e avevano ogni cosa in comune; vendevano le loro proprietà e sostanze e le dividevano con tutti, secondo il bisogno di ciascuno. (At 2, 44-45)

La moltitudine di coloro che erano diventati credenti aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno considerava sua proprietà quello che gli apparteneva, ma fra loro tutto era comune (At 4,32)

La comunione, intesa anche come comunione di beni, non è una novità del cristianesimo: scuole filosofiche e movimenti radicali cercavano di praticarla. L’ideale è sostanzialmente quello di eliminare la povertà o la sofferenza con la condivisione di chi possedeva di più per soccorrere i più indigenti. Fuori dalla Chiesa la condivisione diventa un progetto politico, un antico e sfuggente ideale da conquistare.

Per Luca non è così perché la comunione è una conseguenza dell’apparire della Chiesa: dove nasce l’ekklesia appare la koinonia. Se c’è comunione significa che c’è Chiesa. La comunione dei beni (2,44) e la comunione degli intenti (4,32) mostrano la realizzazione del “bene comune”.

Se, dunque, è la presenza della Chiesa ad indirizzare verso un bene comune, bisogna rendere presenta la Chiesa nel digitale, cioè i credenti devono trovare nel digitale la stessa unità del fisico per costruire una comunità dove nasca la comunione. Qualcuno potrebbe obiettare: «la Chiesa nasce intorno all’Eucaristia e non essendoci sacramenti nel digitale non può nascere la Chiesa». Questa affermazione è figlia di due documenti, La Chiesa in Internet e Etica ed Internet del Pontificio Consiglio per le Comunicazioni Sociali del 2002, in cui si affermava:

La realtà virtuale non può sostituire la reale presenza di Cristo nell’Eucaristia, la realtà sacramentale degli altri sacramenti e il culto partecipato in seno a una comunità in carna e ossa. Su internet non ci sono sacramenti (Chiesa e Internet, 9)

A quel tempo, c’era solo Wikipedia nata nel 2001. Nel 2002, anno dei documenti, nasceranno MySpace, Second Life e Linkedin, nel 2004 Facebook e Flickr, Youtube nel 2005, Twitter  nel 2006, Whatsapp nel 2009, Instagram nel 2010, Google nel 2011, solo per i citare i più famosi in Italia. Nel 2004, due anni dopo i documenti, Tim O’Reilly parlerà per la prima volta di Web 2.0

Dal 2002 ad oggi il digitale si è evoluto enormemente e le motivazioni che hanno portato quel giudizio andrebbero riviste per verificare se e cosa può essere confermato o ripensato.

Ad esempio, la Chiesa, nata intorno all’Eucaristia, non si dissolve tra un sacramento e l’altro ma agisce sia nel fisico sia nel digitale. Noi tutti qui siamo ancora Chiesa e lo possiamo essere ancora nel digitale. Dobbiamo trovare i modi per esserlo.

Partiamo dalla constatazione che il bene comune è un processo di penetrazione di uno stato di coscienza nel nucleo centrale della cultura. Questo significa che l’idea e la pratica del bene comune è un fine da raggiungere non attraverso la costruzione di un’idea di società ma con la formazione delle coscienze. Non un indottrinamento politico ma la proposta di un ideale nuovo e concreto di persona su cui centrare lo sviluppo di una nuova cultura umanista. Quindi promuovere una nuova idea di società e di persona all’interno della cultura digitale.

È un approccio d’ispirazione tomista. Infatti, per Tommaso la comunità politica ha il compito di aiutare l’uomo a raggiungere un fine alto: il bene vivere o la felicità di vivere insieme. In questo modo la comunità politica permette alla società di realizzarsi come comunità di persone orientate al bene, in modo che l’uomo sorretto dal progetto creatore e salvatore di Dio, pervenga al compimento della propria umanità. Per fare questo però, bisogna padroneggiare i processi della società digitale, non si possono improvvisare strategie o iniziative velleitarie o dal fiato corto.

Un processo legato al bene comune, inteso sempre nelle sue componenti di persona, società e pace, è il mutamento della struttura economica e di produzione. Non abbiamo qui il tempo di affrontare questi mutamenti ed è sufficiente dire che la società digitale si costituisce intorno alla Quarta Rivoluzione Industriale, cioè all’Internet delle Cose (Internet of Things, IoT), il network unico di uomini e oggetti. Il World Economic Forum, ha pubblicato il 18 gennaio 2016 il documento The future of job, dove afferma che con l’adozione dell’IoT si avranno 5,1 milioni di disoccupati entro il 2020 mentre una recente analisi di McKinsey, del novembre 2017, ha stimato che entro il 2030 fra il 400 ed i gli 800 milioni di impiegati nel mondo perderanno o dovranno cambiare il proprio lavoro, scomparirà circa il 5% delle professioni ma nel 60% dei lavori, il 30% delle attività potranno essere svolte automaticamente da robot o sistemi di intelligenza artificiale. Solo negli Stati Uniti, tra i 39 e i 73 milioni di posti di lavoro spariranno entro il 2030. Secondo il report, solo 20 milioni potranno trovare un nuovo lavoro.

Non avevamo bisogno di questi dati per renderci conto che il lavoro sta diminuendo o manca del tutto. La sharing economy sta realizzando un secondo mercato del lavoro che assumerà progressivamente più importanza con il restringersi del primo mercato, quello tradizionale. SI dovranno modificare gli stili di vita per adeguarsi a questa nuova realtà. Ma non dobbiamo guardare al futuro con gli occhi di oggi. Siamo già entrati in un’economia dell’abbondanza e non c’è più una lotta per la sopravvivenza, come per buona parte del mondo che ancora si trova nell’economia di scarsità. Domani alcuni lavoreranno con modalità tradizionali e molti saranno impegnati in questo secondo mercato ma tutti lavoreranno meno ore (in Svezia già lavorano 6 ore al giorno) e ci sarà più tempo libero per tutti e molti meno obblighi sociali (robot e Intelligenza Artificiale ci renderanno la vita più semplice) così che l’uomo potrà dedicarsi maggiormente a sviluppare i propri sentimenti e l’empatia.

Per valorizzare il bene comune nel digitale dobbiamo passare da un concetto di produzione a quello di condivisione. Questo è il processo che come cristiani dovremmo guidare ed influenzare: in questo alcuni vedono un passo verso la realizzazione del Regno di Dio. Personalmente io ci vedo un mondo migliore. Dare più tempo per sviluppare la propria vita, disinnescare i conflitti sociale e favorire migliori rapporti personali significa togliere una buona dose di tensioni nei singoli e nelle comunità. Alcuni esempi concreti:

  1. Dopo la crisi del 2007, l’economia stentava a riprendersi. Nel 2009, il governatore della Banca d’Inghilterra, il cattolico Mark Carney, dichiarava che «il lavoro del banchiere deve essere una vocazione costruita intorno a valori come l’onestà e il servizio degli altri». Rimettere la persona persona umana al centro dell’economia e la costruzione di un bene comune fu l’oggetto di una serie di seminari organizzati dal Primate Cattolico Cardinal Vincent Nichols in cui si illustravano i contenuti della Caritas in Veritate. Il pensiero della Chiesa guidò la City a recuperare credibilità e riproporsi ai clienti in modo convincente.

Così nacque la charity «Blueprint for a better business», progetto di ispirazione cattolica per un mondo degli affari migliore.

Un caso di successo è Vodafone, che ha tratto ispirazione dagli incontri con Blueprint per ripensare la propria strategia e mettere tre risultati sociali globali al centro della propria azienda: il rafforzamento del ruolo della donna, più spazio ai giovani e l’utilizzo di energia pulita.

  1. L’economia di comunione è una realtà che probabilmente molti di noi conoscono e nasce prima del digitale ma nel digitale trova nuove possibilità. Il sistema si sviluppa nel Movimento dei Focolari di Chiara Lubich quando, nel maggio del 1991 a San Paolo di Brasile, fu colpita dal contrasto fra grattacieli e le faveles poco distanti. Con l’allora recente Centesimus annus in mente, ebbe questa intuizione.

L’economia di comunione promuove una prassi e una cultura economica improntata alla comunione, alla gratuità e alla reciprocità, proponendo e vivendo uno stile di vita alternativo a quello dominante nel sistema capitalistico. Questa nuova cultura economica intende favorire una concezione dell’agire economico non solo utilitarista, ma teso alla promozione integrale e solidale dell’uomo e della società. Nell’ottobre 2015 avevano aderito 811 imprese nei 5 continenti che, oltre a rimanere nella legalità, si impegnano in alcuni obiettivi: partecipazione dei dipendenti agli utili, formazione culturale nelle proprie imprese, sostegno e promozione alle ONG, supporto a progetti sociali ed altro.

  1. Tipicamente digitali sono i collaborative commons che possiamo tradurre grossolanamente come bene comune di collaborazione.

Nella tradizione giuridica anglosassone […] sono definiti commons – beni comuni – quei beni che sono proprietà di una comunità e dei quali la comunità può disporre liberamente […]. La nozione di “beni comuni” identifica, perciò, tutti quei beni materiali e immateriali […] che costituiscono un patrimonio collettivo di una comunità e il cui sfruttamento deve essere regolato, per impedire che queste risorsi comuni, a causa del depauperamento indiscriminato a opera di questo o di quel soggetto, si esauriscano. (E. Ostrom, La conoscenza come bene comune. Dalla teoria alla pratica, Bruno Mondadori, 2009, pag. XXIII)

Questo progetto ha avuto una organizzazione sistematica ultimamente con Jeremy Rifkin, un economista visionario che, al contrario di molti indovini improvvisati, può vantare una altra percentuale di realizzazione delle sue previsioni. Grazie ai 13 trilioni di sensori presenti entro il 2030 e all’IoT, saremo in grado di controllare ogni aspetto della nostra vita: già oggi in Danimarca e Germania i proprietari di casa si sono riuniti in network energetici immettendo nella reta nazionale il surplus di energia prodotta. Con questo sistema queste nazioni sono in grado di soddisfare il 90% del fabbisogno nazionale.

Grazie alle stampanti 3D, stampano per il network gli oggetti di cui hanno bisogno. Per comprendere queste possibilità ecco un esempio eloquente. Nel dicembre 2014 il Laboratorio Spaziale non aveva una chiave inglese per una riparazione. La NASA inviò via email il progetto della chiave che venne stampata nello spazio permettendo di portare a termine la manutenzione. La meraviglia non è tanto la stampa 3D di una chiave inglese quanto pensare di portare la stampante 3D nello spazio per ogni evenienza. Negli USA hanno stampato in 3D anche una autovettura (telaio escluso).

Se avessimo bisogno di un mobile, lo potremmo disegnare e sarebbe pronto in qualche ora. Ogni commons collaborativo diventerebbe autonomo per la maggior parte dei suoi bisogni con riduzione del fabbisogno economico (a fronte del meno lavoro), dell’inquinamento e dello sfruttamento delle risorse naturali.

  1. La CharityStars, una no profit italiana di base in Svizzera, organizza raccolta fondi per scopi umanitari su internet. Le donazioni sono elargite mettendo all’asta appuntamento con personaggi famosi o beni a loro appartenuti. A prima vista una tipologia di crowfunding genericamente ed enfaticamente chiamata “Beneficenza 2.0”. La novità sono i finanziamenti elargiti in cryptovaluta, nel caso specifico in Ether, una cryptomoneta alternativa ai BitCoin. Non solo. La CharityStars, proprio per creare un network trasparente e fiduciario, ha realizzato una propria blockchain, cioè quella tecnologia alla base delle monete digitali. CharityStars si presenta come una piattaforma, AidPay, a disposizione delle ONG per raccogliere fondi in cryptovaluta. La raccolta e destinazione fondi, grazie al meccanismo delle blockchain, permette la tracciabilità di tutti i movimenti potendo determinare, in qualsiasi momento chi-ha-dato-cosa e quale utilizzo è stato fatto per ogni singola donazione.

Nella pre-vendita di Novembre 2017 CharityStar ha raccolto 4 milioni di dollari in cinque giorni e dal 15 gennaio 2018 è aperta la nuova raccolta con l’obiettivo di raccogliere, sempre in cryptovaluta, ben 6 milioni di dollari.

Un esempio di beni in vendita è la vendita di due pass per l’inaugurazione di Casa Sanremo per prossimo 4 febbraio. Al 16 gennaio l’offerta è a € 220.

Ma chi può aver realizzato il maggior interesse? Silvio Berlusconi Ben € 70.000 per una cena con lui.

Pensate che sia un’utopia realizzare una Chiesa nel Digitale ed orientare al “bene comune”? Eppure la storia è piena di sogni e “cose impossibili” che si sono realizzate: la terra tonda, il sole fermo (relativamente fermo), l’esplorazione dello spazio, l’esistenza del vuoto… Che dire dell’amore al nemico? Mi sembra molto più utopico eppure ci stanno i santi a testimoniare che è possibile.

Non dobbiamo lasciarci prendere dalla sfiducia solo perché siamo abituati a vivere nel modo con cui viviamo. Noi non siamo l’ultimo stadio dell’evoluzione umana, come se avessimo raggiunto l’apice della Storia e non si potesse andare oltre. Nel ‘700 chi avrebbe mai pensato che sarebbero passati ad un’economia capitalista, sconosciuta fino ad allora? Quale Re o Imperatore medievale avrebbe mai potuto pensare che ci sarebbero stati paesi socialisti? Il capitalismo è solo l’attuale sistema economico, non l’ultimo

Le nostre difficoltà a comprendere il futuro è la prova che l’era digitale non ci appartiene. Per questo dobbiamo affrettarci a passare i valori inalienabili (papa Francesco ci ha insegnato a non parlare di “valori non negoziabili”) di cui la Chiesa è portatrice. La nostra eredità per la società digitale è proprio la conoscenza di questa via per la costruzione di una società migliore.

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Sommario

Testo dell'incontro "Bene Comune e Società Digitale" tenuto sabato 20 gennaio 2018. Come viene interpretato il "bene comune" nella società digitale? Come possiamo orientarlo al vero bene?

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