Nativo Digitale Generazioni

Il digitale ha una Bit Generation

Dobbiamo smettere di parlare di come “spegnere la tecnologia” ed iniziare a parlare di

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L’era digitale in cui viviamo sta ricreando il conflitto sociale vissuto dalle generazioni post belliche della beat generation. Possiamo imparare da questa lezione per non ripetere gli stessi errori.

L’era digitale non compare all’improvviso ma è un processo che si compie in meno di 40 anni ed è segnato da tre tappe fondamentali:

Al contrario delle precedenti rivoluzioni industriali che hanno impiegato anche un secolo per far sentire i loro effetti nella società, l’era digitale ha modificato radicalmente i processi economici e culturali in pochi decenni scavando una profonda differenza con le generazioni precedenti.

C’è una analogia con il periodo post bellico, dove il conflitto mondiale aveva cancellato un’intera generazione interrompendo la trasmissione della tradizione e l’identità culturale di un popolo. La beat generation, orfana di genitori e senza fratelli, si trovò a vivere una stagione nuova segnata dal pericolo nucleare e dalla Guerra Fredda. Lo scontro ideologico fra le generazioni agì da fermento per una nuova cultura: il be-bop di Charlie Parker, la narrativa di Jack Kerouac, la pittura di Jackson Pollock e la poesia di Lawrence Ferlinghetti, ma anche drammi come la teorizzazione delle droghe o le bande giovanili come le Motorcycle Clubs, i mods o i rockers.

Le generazioni dagli anni ’80 in poi, identificate in modo semplicistico come native digitali, vivono questo conflitto: i loro padri, gli immigrati digitali, non comprendono la realtà digitale e non sono in grado di esercitare il ruolo guida che la loro posizione imporrebbe. Al tempo stesso i nativi digitali, cercano di costruirsi una cultura propria e di ricreare nel digitale stesso il tessuto sociale perduto.

L’incomprensione dei primi e le frustrazioni dei secondi hanno innalzato i toni quasi a raggiungere i livelli di scontro ideologico. Il sociologo Furedi aveva parlato di una «cultura della terapia» in cui tutti i contemporanei vivrebbero in uno stato condizionale di perenne deficit e quindi bisognosi del consiglio autoriale delle “vecchie” generazioni (in realtà Furedi parlava di psichiatri, ma il concetto non cambia: il bisogno continuo di un maestro) perché «in seguito ai recenti sviluppi sociali e culturali, si è andata affermando l’idea che gli individui siano incapaci di gestire le proprie vite»[1].

Le generazioni precedenti quali lezioni di vita possono insegnare? Se la vita sociale si svolge attivamente nel digitale, quale esperienze, quali insegnanti hanno da consegnare? Quale sentimenti potranno nutrire se non un malcelato disprezzo per una società incompresa e considerata meno importante? Disprezzare la realtà di vita delle persone non è mai una buona scelta e porta alla polarizzazione delle posizioni.

La Chiesa oggi è il miglior esempio. L’azione innovatrice di papa Francesco, aperto al confronto con i valori e le urgenze del mondo, si scontra con quanti, incapaci di comprendere e vivere in un contesto nuovo e più difficile, desiderano ancorarsi ai valori precedenti cercando di riprodurre le condizioni che li hanno generati.

È possibile, ad esempio, ristabilire la “famiglia tradizionale”, pre-abortista e pre-divorzista, senza restaurare il contesto in cui era nata che prevedeva il delitto d’onore (abolito nel 1981) o la subordinazione individuale, sociale, e patrimoniale della moglie al marito (cancellata solo con le riforme del diritto di famiglia dal 1975)?

Bisogna smettere di parlare di “spegnere la tecnologia” o di “mettere delle regole” che ne condizionino l’uso. Abbiamo bisogno di riflettere su “che cosa fare” quando usiamo la tecnologia, di trovare una mediazione tra dei valori (quasi) universalmente condivisi e la vita digitale.

Questo incontro può avvenire solo se si realizzano due condizioni:

  1. Abbandonare l’ostracismo verso il mondo digitale. Non ci può essere dialogo quando il rapporto fra le parti è compromesso da pregiudizi. Un segnale positivo è l’ingresso nel digitale e l’abbandono di posizioni ideologiche epurate del loro tipico assolutismo: entrare non significa esserci per tutto il tempo ma dedicargli una quota della propria disponibilità;
  2. Disponibilità al dialogo di persona. Un confronto non può avvenire seriamente se non gli si dedica il 100% dell’attenzione e questo significa “disattenzione temporanea alla tecnologia”. Contemporaneamente, bisogna creare un ambiente confortevole per non invogliare il ritorno al digitale. Atteggiamenti come «finalmente possiamo parlare senza che guardi sempre quello schermo» non dispongono al dialogo un nativo digitale.

Queste due condizioni permettono di scoprire come vivere nel digitale i sentimenti ed i valori etici e come gestirli in una relazione umana, fisica o mediata dai media digitali.

Piaccia o no, le generazioni pre-’80 sono le ultime testimoni di un mondo senza digitale. Tutta la cultura e l’etica prodotta scompariranno con loro. Queste generazioni dovrebbero assumersi l’onere dell’iniziativa e cominciare ad avvicinarsi al digitale perché il loro tempo è limitato, forse 40 anni e poi ci sarà solo un mondo di nativi digitali, una bit generation.


[1] F. Furedi, Il nuovo conformismo. Troppa psicologia nella vita quotidiana, Feltrinelli, 2008, pag. 128

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Sommario

La generazione digitale ha gli stessi problemi della beat generation: padri che non comprendono il mondo dei figli. Una proposta per non abbandonare la bit generation.

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