Il Copyright realizza una Rete libera

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Le reazioni alla votazione sulla riforma del Copyright si sono appena placate e si possono analizzare con serenità i cambiamenti e le conseguenze che seguiranno.

Una premessa è necessaria. Si è gridato all’attentato alla libertà della Rete, cadendo ancora una volta nell’equivoco che confonde libertà con gratuità. La libertà si riferisce alla possibilità di agire coerentemente ai propri principi senza ledere la dignità altrui ed il bene comune, mentre la gratuità è una categoria economica che indica l’assenza di costi per l’acquisto o la fruizione di un bene. Stiamo parlando di concetti non paragonabili. Se la gratuità tracciasse i confini della libertà, qualsiasi costo sarebbe visto come un sopruso anziché la valorizzazione di un bene prodotto dalla fatica e dall’ingegno umano. In una economia di mercato è un assurdo, Infatti, nella Rete non c’è gratuità perché il “costo” sono i dati che lasciamo sui siti visitati. Ecco il vero tesoro cui mirano i giganti di Internet .

Il testo approvato ha due punti fondamentali: i famosi articoli 11 e 13. Il primo riconosce che chiunque produca un “contenuto” debba essere retribuito per l’utilizzo delle proprie creazioni dalle piattaforme di condivisione . Le start-up e le imprese fino a un massimo di 250 dipendenti sono escluse dalle nuove regole così come altri operatori come i portali di e-commercio o enciclopedie e biblioteche on-line (ad esempio Wikipedia). Si vogliono colpire principalmente i grandi aggregatori di notizie come Google che utilizzano liberamente i contenuti di terze parti per organizzare servizi come Google News. Ancora una volta alla base c’è un equivoco, stavolta con i verbi “usare” e “citare”. Si citano frasi, paragrafi o detti di chiunque altro ma usare interamente il lavoro altrui per un personale profitto è diverso e si costituisce come un dolo.

Ulteriori proteste nascono dall’obbligo del fornitore delle azioni di verifica preventiva dei contenuti, attraverso filtri automatici, dei contenuti online. È richiesto l’uso di software, genericamente catalogato come Intelligenza Artificiale, per la valutazione dei contenuti e dell’eventuale rimozione.

La nuova disciplina sul Copyright sicuramente piacerà a Jaron Lanier che tanto auspicava un compenso per lo sfruttamento della proprietà intellettuale. Il principio adottato comprende appieno la realtà della nuova “economia digitale” e agisce affinché la ricchezza prodotta sia equamente ridistribuita.

Più problematica è la seconda norma. Con la sua applicazione, i big five (Amazon, Google, Facebook, Apple, Microsoft) si ritroverebbero ad avere potere decisionale sui contenuti da pubblicare. La maggioranza di questi contenuti (ad esempio film e brani musicali) garantiscono la più alta visibilità perciò sono quelli su cui si concentrano gli investimenti pubblicitari. La norma colpisce i big five in una importantissima fonte di guadagno sempre sottratta alle tassazioni nazionali e li costringe a sostenere i costi dello sviluppo del software di controllo.

L’aspetto preoccupante è l’investitura dei big five di un ruolo etico. Questo potere non può essere lasciato alle società il cui scopo è il profitto senza ipotizzare un concreto pericolo di censura. Bisogna individuare quale sia l’ente più indicato ad assolvere tale compito e sottrarre questo giudizio alle logiche di mercato e ricondurlo ad un sistema valoriale condiviso.

In via ipotetica, i big five potrebbero reagire a questa normativa cambiando atteggiamento verso gli account dei media tradizionali usati per promuovere i propri prodotti. Se Google News dovesse pagare, ad esempio, il New York Times per pubblicare un suo articolo, perché l’account dello stesso NYT su Facebook potrebbe pubblicarlo liberamente? Se Facebook considerasse questo account come “pubblicitario”, potrebbe bloccarlo e trattarlo come spazio a pagamento.

In ogni caso, si sta’ aprendo una opportunità. È probabile che molti contenuti spariscano dalla Rete lasciando spazi vuoti da riempire. Un’opportunità per quanti, pur avendo idee e proposte, non riescono ad accedere al circuito dei mass media nazionali e pubblicano con la licenza Creative Commons o su piattaforme elitarie o antagoniste. È l’opportunità per avere una Rete libera dove i grandi interessi non possono silenziare la “voce della gente”, di chi sta fuori dal coro o dalle stanze del potere. L’informazione si polarizzerebbe da un lato interno ai canali ufficiali e verificabili, dall’altro intorno ai canali alternativi, dove “alternativo” non ha un’accezione politica, ma ugualmente verificabili grazie all’utilizzo della licenza Creative Commons.

Si prospetta una vita dura per haters e creatori di fake news che vedrebbero svanire il loro principale ambiente di vita: il confine fra verità e verosimiglianza. Il testo di riforma del Copyright ha la forma della direttiva che lascia ai singoli governi ampi margini di manovra in fase di recepimento. Speriamo che un governo in cui i maggiori azionisti vivono e prosperano sui social, non siano i liberticidi della Rete in nome dei loro interessi.

 

 

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Sommario

La proposta di riforma del Copyright approvata dal Parlamento Europeo riconosce il diritto agli autori e agli editori di partecipare alla ricchezza prodotto dalle piattaforme online che usano i loro contenuti ed obbligano questi ad azioni di controllo. È una riforma con luci ed ombre ma anche una opportunità per far emergere il fermento culturale che si agita sotto la superfice

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