C’è vita dopo la morte digitale su Facebook?

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È probabile che ognuno di noi abbia, fra gli amici di Facebook, almeno una persona che non c’è più: eppure continuiamo a imbatterci sul suo profilo ogni volta che scorriamo la lista dei contatti o a ricevere le sue notifiche di compleanno. Tutto ciò, però, non ha solo dei risvolti emotivi, ma anche morali, politici e perfino economici: la permanenza dei nostri profili sulla rete dopo la nostra morte e il cambio di percezione che questa comporta sono fra i temi centrali della contemporaneità. Lo spiega bene Il libro digitale dei morti, volume di Giovanni Ziccardi in uscita per Utet.

Secondo i dati citati da Ziccardi, professore di Informatica giuridica presso l’Università di Milano, sarebbero già 30 milioni i profili online appartenenti a persone scomparse, con una crescita di 8mila decessi digitali al giorno; entro il 2065 o, secondo altri, il 2095 avverrà il sorpasso per cui ci saranno più account di utenti morti che vivi. “Si tratta di un ambito che tocca importantissimi temi sociali, tecnologici, storici, religiosi e filosofici,” scrive Ziccardi, “sino ad arrivare a delineare all’orizzonte una nuova idea di comprensione e gestione della morte ripensata e adattata per l’era digitale e per le numerose identità virtuali dell’individuo“.

Dalle immagini dei bambini siriani alla commemorazione a oltranza delle celebrità morte nel 2016, dai selfie che finiscono in tragedia all’atto estremo di Océane, la ragazza francese suicidatasi in diretta su Periscope, dal caso di Tiziana Cantone, morta perché non riusciva a togliere le proprie immagini dal web, ai blog spesso popolari di persone con malattie terminali: la morte corre su innumerevoli fili del nostro ambiente digitale.

Sul piano personale, ogni nostra attività è un produrre segni destinati a una specie di immortalità digitale: “Mentre l’impossibilità d’intervento sul flusso e sulla vita dei dati digitali appare sempre più evidente,” spiega Ziccardi, “Internet e i social network procedono senza tregua nel dar vita a due, tre e più profili che si riferiscono a una persona, unendo e correlando informazioni e interpretando tracce che sono lasciate durante le attività di navigazione quotidiana“. In effetti siamo passati paradossalmente dalla damnatio memoriae dei latini, in cui la cancellazione di ogni traccia o testimonianza su una persona rappresentava vendetta e onta supreme, all’enorme difficoltà di far cancellare i propri dati.

L’oblio è un lato della medaglia dell’immortalità digitale“: mentre le legislazioni dei vari Stati procedono più o meno spedite nel definire il diritto all’oblio, ovvero la possibilità cioè di cancellare le proprie testimonianze digitali, l’uso che facciamo dei nostri mezzi informatici ribalta sempre di più le nostre chance. Per non parlare delle conseguenze culturali: se la morte è qualcosa che vive e ha conseguenze sempre più sul piano digitale, progressivamente la allontaniamo dalla nostra mente come eventualità concreta che ci riguarda. Eppure il web rompe anche molti tabù, non relegando malati e morenti al non detto, ma immergendoli nello scorrere quotidiano delle nostre attività.

Se da una parte agiscono le autorità, dall’altra le grandi realtà del web non stanno a guardare: Facebook ha introdotto in questi anni il profilo commemorativo (“Mario Rossi” dopo il decesso diventa “In memoria di Mario Rossi”) e il contatto erede, consentendo di affidare l’accesso e la gestione post-mortem del profilo a una persona di fiducia; Google, ormai tenutario della maggior parte dei nostri dati, gioca un ruolo ambiguo, da una parte abilitando nuove funzionalità e dall’altra spesso negando le richieste di oblio giustificandosi con gli argomenti della libertà di informazione e della privacy.

Ma la morte digitale crea anche un vero e proprio indotto, dando vita a realtà che assomigliano sempre più a pompe funebri virtuali: strumenti come Legacy Locker o PasswordBox si definiscono digital life manager e “si propongono di gestire la vita digitale degli utenti dopo la morte“, spiega Ziccardi; Eterni.me, invece, è un progetto di software per tracciare la personalità di una persona defunta tramite le sue tracce web per poi immaginare attraverso l’intelligenza artificiale come potrebbe reagire a nuovi stimoli. La programmatrice della Silicon Valley Eugenia Kuyda è arrivata perfino a creare un chatbot che, rielaborando con un algoritmo la marea di messaggi che si era scambiata con un amico morto in un incidente, le permette di continuare a interagire con lui.

Tutto molto intrigante ma allo stesso tempo inquietante, quasi da Black Mirror: il digitale sembra in qualche modo sfumare l’unico confine netto e certo che ci era rimasto, quello della morte appunto. Il saggio di Ziccardi è molto utile nell’esplorare tutti gli ambiti, anche quelli più inaspettati, di come cambia la nostra percezione del trapasso ai tempi dei social e non solo. “L’idea di modernità pretecnologica ci aveva abituati al fatto che la morte e il lutto fossero stati sequestrati e segregati all’interno di luoghi dedicati,” conclude Ziccardi. “L’avvento della società digitale e dei social network ha mutato radicalmente questo quadro“.

Articolo originale di Paolo Armelli pubblicato su  Wired.it il 7 aprile 12017
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la permanenza dei nostri profili sulla rete dopo la nostra morte e il cambio di percezione che questa comporta sono fra i temi centrali della contemporaneità. Lo spiega bene Il libro digitale dei morti, volume di Giovanni Ziccardi in uscita per Utet.

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