Anno: 2019

algoritmo bias discriminazione

Come prevenire la discriminazione degli algoritmi

Condividi: La continua ibridazione fra uomo e macchina evidenzia sempre più il pregiudizio e la discriminazione umana. Molte volte sono reconditi ed inconsapevoli nelle nostre coscienze, ma palesi e dannosi nel digitale.Caso eclatante di discriminazione è stato l’accusa di sessismo rivolto alla Apple Card: secondo alcuni imprenditori alle donne sarebbero stati assegnati plafond di spesa inferiori agli uomini. O ancora, lo studio di Science #6464: un sistema informatico sanitario ampiamente usato negli USA discriminava i pazienti di colore negando loro l’accesso a determinati protocolli di cura privilegiando i bianchi.Discriminazione, non razzismo.Gli algoritmi non sono razzisti in sé, cioè non sviluppano autonomamente un sentimento di avversione verso qualche tipologia sociale umana. Eppure la logica risolutiva che l’uomo usa per definire l’algoritmo contiene l’origine di un comportamento discriminatorio. Non significa accusare di razzismo.Un caso illuminante è rappresentato da Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League. La Buolamwini ha portato all’attenzione il fallimento dei bias del riconoscimento facciale delle donne di colore. Nel suo caso la riconoscono solo indossando una maschera bianca, lei originaria del Ghana. In Italia, ad esempio, dove la presenza di personale di colore nell’informatica è molto basso, il test di questo algoritmo sarebbe avvenuto su soli bianchi e non avrebbe evidenziato alcun problema. Inconsciamente, si sarebbe ritenuto capace di riconoscere ogni tipologia umana. Per questo motivo è preferibile parlare di discriminazione e non di razzismo.Correzioni.I produttori stanno rivedendo il proprio software, anche se questo pone un dubbio: la discriminazione, nata in un contesto sociale, può essere corretta senza emendare il contesto stesso?Alle società produttrici è chiesto di assumere delle policies tali da includere un’etica dei dati evitando, così, discriminazioni. Possiamo delegare le scelte etiche a Google o ad Apple? Possono aziende di profitti diventare esempi di etica sociale?Qualcuno suggerisce l’intervento dei Governi. Credo che sia utile solo nel caso ci sia una policy globalmente condivisa. Infatti, le linee guida dettate da Trump non avrebbero la garanzia necessaria di giustizia ed imparzialità, essendo dichiaratamente discriminatorie.Ancora una volta il problema è riconoscere un’etica superiore agli interessi personali e locali, globalmente condivisa ed accettata.L’etica è la declinazione di un valore assoluto.Continuiamo ad affermare la necessità di trovare valori comuni e condivisi, cioè assoluti. Neppure la Chiesa riesce più ad esprimere una posizione unitaria.La digitalizzazione ci costringe a ripensare seriamente al nostro modo di vivere insieme, a riscoprire i principi fondativi e a darne nuovi significati, a stabilire un nuovo contratto sociale. In definitiva a pensare ad una nuova cittadinanza dove uomini e macchine collaborino insieme. È necessario riportare il baricentro dell’attenzione all’etica della tecnologia, a dare forma a tutte le Carte dei Diritti che sono state scritte e dimenticate, ad una nuova alleanza capace di dare cittadinanza a tutti gli uomini, capace di svincolare il concetto di sopravvivenza dal concetto di profitto, a riscoprire il bene comune cominciando dalla Terra dove viviamo. Condividi:

brand identity

Dal brand all’algoritmo

Condividi: Marketing digitale I meccanismi di scelta Il Tribunale di Milano, con l’ordinanza del 3 luglio 2019 (il testo), ha segnato una data storica, un precedente nella letteratura giuridica. Sisley, brand di lusso nel settore della cosmesi, che investe sia in marketing sia in qualificazione della propria selezionata rete di vendita, era ricorsa contro Amazon perché vendeva i prodotti online senza la necessaria distinzione dai prodotti di qualità inferiore e senza la necessaria assistenza qualificata.Amazon è stata costretta a rimuovere i prodotti Sisley dal catalogo. È la vittoria del brand sull’algoritmoIl brand dà fiduciaL’affermazione del brand e la fiducia che ne consegue, sono ottenuti con fatica nel corso del tempo e con sforzi continui. Mantenere questa posizione è altrettanto faticoso ed il successo passa anche per la selezione rigorosa dei rivenditori. Sono richiesti continui aggiornamenti, location prestigiose, presenza di brand della stessa fascia.Amazon non offre queste caratteristiche. Il famoso marketplace è una centrifuga di prodotti posizionati con criteri algoritmici e presentati in modo piatto e standardizzato. Una dequalificazione che Sisley non poteva ammettere. Acquistare un prodotto Sisley è garanzia di supporto professionale ed è un’esperienza gratificante. Un cliente ha fiducia che troverà questo servizio acquistando quel brand. Il problema è importante: chi soddisfa la necessità di fiducia del consumatore?L’algoritmo decide per noiLa scelta di un ristorante parte dall’esperienza o conoscenza di qualche locale da parte di qualcuno ma subito è verificato con recensioni e commenti di qualche social. Il brand non fornisce più rassicurazioni, le cerchiamo nelle esperienze degli altri (sconosciuti) e negli algoritmi (spesso prezzolati) che realizzano classifiche di merito.Siamo più disponibili a dare fiducia ad algoritmi che mettono pizzerie al taglio fra i migliori ristoranti della città e non all’esperienza dei nostri conoscenti. È il mito della pretesa oggettività dell’algoritmo capace di proporre la scelta obiettivamente migliore. Migliore per chi?Il ruolo della SEOSi comprende perché sia cambiata la strategia del marketing ed il campo dove opera. Investire nell’immaginario collettivo per costruire un brand oppure puntare al sentiment ed alla reputation online? Tutte e due, verrebbe da rispondere.L’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano ci aiuta a comprendere questa realtà (dati aggiornati al 2018). Ad oggi la TV rappresenta il 36% del mercato pubblicitario mentre Internet si attesta al 36% e la radio al 5%. Sembrano dati scontati, ma confrontati con quelli di 10 anni prima (2008) scopriamo che la TV contava il 54%, la stampa il 31% mentre internet solo il 10% del mercato.Nell’incremento della quota Internet, giocano un ruolo importante l’approccio data-driven e il Programmatic Advertising. Questo è un sistema automatico che incrocia tre piattaforme:DMP (data management platform) che raccoglie tutti i dati di cui autorizziamo il trattamento, specialmente proveniente dai coockie. Questi dati costituiscono le informazioni per il profilo personale di ogni utente. In Italia hanno censito 28 data company attive per un mercato stimato di circa 482 milioni;DSP (demand side platform) usato dalle aziende per acquisire spazi pubblicitari;SSP (sell side platform) è il market place automatico che assegna spazi pubblicitari.Queste tre piattaforme lavorano continuamente ed in tempo reale. Considerando che il formato video è il più usato, insieme al search, si può affermare che è la ripetitività del messaggi che consolida la fiducia del brand.Dal Brand all’ AlgoritmoIl brand non è più un prodotto elitario da mostrare come elemento di discrimine (come insegnava Thorstein Veblen alle porte del secolo scorso), ma un elemento di aggregazione e di identità.Sembra che la fiducia sia riposta nella capacità di integrazione che il prodotto promette. Cosa importa, allora, della qualità, del design, della ricerca dei materiali? Infatti, nessuno vuole pagare per la qualità e si privilegiano i prodotti a basso costo, di durata stagionale, da dismettere facilmente per i nuovi prodotti.Il brand lo decide l’algoritmo e la viewability ottenuta nelle campagne di Programmatic Advertising. L’allarme viene dal modo in cui ciò avviene: un processo di elaborazione dati che esclude l’uomo. È un processo algoritmico a decidere che è bene per l’utente vedere quella pubblicità per tante volte, perché è il target giusto.La fiducia è stata spostata dal brand all’algoritmo. Se ci fidiamo ciecamente di un’elaborazione che esclude l’uomo nascondendogli i processi decisionali, è anche un problema etico. Eppure funziona, certo, ma non può essere questo il criterio di valutazione, perché funzionano anche le cose malvagie.Insomma, a chi diamo fiducia quando compriamo? Condividi:

Collaborative robot cobot

Robot e Occupazione

Condividi: Robot e occupazione sono legate da tempo. Oggi i robot si sono evoluti in collaborative robot (cobot) e in cyber physical system (CPS). Quali conseguenze per il lavoro? Quali per l'occupazione? I robot, come tutti i sistemi digitali, creano nuove e diverse occupazioni. Nella prima fase della robotica industriale erano occupati in luoghi riservati ed interdetti all’uomo. L’organizzazione spaziale e territoriale era ridisegnata a misura di robot mentre il lavoratore aveva un’occupazione diversa con compiti di monitoraggio e controllo.Una nuova generazione di robotI collaborative robot, detti cobot, sono un’evoluzione importante: rappresentando il mondo esterno, possono condividere lo spazio ed il territorio con l’uomo. Lo scopo è togliere il lavoro ripetitivo all’uomo ed avere maggiore precisione e velocità di esecuzione.Il passo definitivo è stato compiuto con il cyber-physical system (CPS), network in cui robot, dispositivi digitali ed esseri umani, condividono spazi e mansioni per ottenere un processo produttivo ottimale. Qual è il futuro dell’occupazione con lo sviluppo della robotica? Nel 1930, Keynes introduceva il termine «disoccupazione tecnologica». Con esso si riferiva al deficit fra la velocità di distruzione del lavoro e la costruzione di altrettante nuove professioni. Le tecnologie digitali, come i robot, sono state introdotte con questa previsione. Oggi, con i cobot e le precedenti aspettative ancora da soddisfare, la situazione peggiora in quanto viene eroso ulteriore spazio all’umano.Un nuovo ambiente di lavoroI CPS, dal canto loro, costituiscono il nuovo ambiente di lavoro: un network dove gli apparati meccanici e digitali sono in grado di rappresentarsi l’ambiente in cui operano grazie a sensori che ne catturano gli input, algoritmi che li elaborano e attuatori in che agiscono nel fisico. I CPS diventano luoghi in cui si elaborano informazioni in processi che escludono l’umano, confinato al ruolo di controllore della azioni autonome dei CPS. Il lavoratore è l’anello debole della catena perché non ha né l’immediatezza del dato (in possesso dei sensori) né la capacità di elaborare una risposta in collaborazione con gli altri membri del network. Questo nuovo passo avanti è denso di conseguenze e, non rendendocene conto, non ci stiamo preparando ad affrontarle. Consolati da alcuni numeri specifici dell’occupazione, perdiamo di vista il quadro di riferimento dove risultano meno ore lavorate, incremento di contratti a tempo e richiesta di mansioni meno specializzate.Nuove politiche fiscaliRobot, cobot e CPS sostituiscono i lavoratori determinando una diminuzione delle risorse disponibili (i robot non percepiscono salario) e maggiore elusione fiscale a fronte di un’equale o maggiore ricchezza prodotta. È un aspetto colpevolmente ignorato dalle politiche economiche e sta assumendo i contorni dell’emergenza, specialmente considerando la difficile sostenibilità del welfare.Se non corriamo ai ripari, la rivoluzione digitale ci farà vivere meglio ma da poveri. Read More Condividi:

Calendario organizzazione sociale

Il CALENDARIO come organizzazione sociale.

Condividi: Il calendario come organizzazione sociale è parte del bene comune che oggi è in crisi a causa della flessibilità richiesta dal lavoro. Cosa possiamo fare? “Insegnaci a contare i nostri giorni ed acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Probabilmente non siamo saggi proprio perché, ancora oggi, non abbiamo un calendario certo sul quale contare i giorni. Calendario: un’organizzazione sociale La società e la vita dei suoi membri, è organizzata da sempre su un calendario come organizzazione sociale. Quello lunare è stato il più comune ed ancora oggi viene utilizzato sebbene non in maniera ufficiale (pensiamo all’agricoltura oppure alla religione ebraica).  Il nostro calendario, giuliano prima gregoriano poi, risentiva meno di queste influenze ma scandiva in modo più rigoroso il tempo civile e quello religioso. Il calendario religioso segnava in modo rigoroso le festività cristiane, forte del comando divino di santificare le feste, mentre quello civile impegnava tutto il tempo rimasto. La sovrapposizione dei due calendari regolava la vita sociale e familiare alternando lavoro e festività, dovere e piacere. Questa sorta di alleanza permetteva di progettare una vita comune, familiare, condivisa, formava l’identità del gruppo e rinsaldava i vincoli parentali e sociali. La secolarizzazione cancella il calendario religioso L’avvento delle scienze e dell’industrializzazione ha determinato il disincanto del mondo, la caduta dei miti e delle religioni e dell’universo dei significati che rappresentavano senza riuscire, però, a proporre nuovi valori. Il calendario religioso appare improvvisamente privo di significato, si allenta l’obbligo della festività, inizia ad essere disatteso fino al completo abbandono. È importante ricordare la settimana lavorativa ininterrotta (nepreryvka) instaurata da Stalin nel novembre del 1931(1). La settimana diventa un ciclo lavorativo di sei giorni con uno di riposo, differente per ogni categoria di lavoratore, realizzando un ciclo continuo di produzione generale. Di contro, il giorno libero non era più lo stesso per tutti, con gravi problemi alla condivisione ed alla vita familiare. Quando le proteste montarono e ci si accorse che città e campagne usavano calendari diversi con rischio di una spaccatura del tessuto sociale, si ritornò al calendario consueto nel 1940. A che cosa è utile il tempo libero se non è condivisibile con amici e con la famiglia? Chi vorrebbe, era questa la critica, un giorno libero quando tutti gli altri lavorano? Quale tipo di relazione e progetto di vita si può organizzare? Il nostro calendario di perpetuo lavoro Oggi il calendario inteso come organizzazione sociale sta vivendo una sorta di crisi. Il digitale ci sta facendo ritornare nel caos sociale a causa sia del lavoro continuo e flessibile sia del tramonto del Cristianesimo. La domenica e le festività religiose, non sono più percepite come un terreno inviolabile. La domenica non è più il tempo di Dio, della famiglia, dello sguardo rivolto all’altro ma è un giorno in più da aggiungere al calendario civile. La settimana lavorativa non è più di cinque giorni per otto ore, ma continua, senza zone franche, fuori dagli orari canonici con riunioni, telefonate, messaggi, email tanto che si inizia a inserire, nei contratti di categoria, il rispetto dell’orario e il diritto a non rispondere fuori da questo tempo. La ottimizzazione dei processi lavorativi, stabiliti tramite algoritmi di gestione dei turni, ha generato una programmazione just in time dove efficienza (processi meno onerosi) ed efficacia (idoneità al risultato) richiedono la flessibilità lavorativa come obbligo imprescindibile. Il calendario dei turni di lavoro è stabilito sempre più in prossimità alla sua attuazione, dando spesso solo una, massimo due settimane di preavviso. Così, diventa sempre più difficile organizzare una vita comune, di relazioni. Trovare una data comune diventa un problema e un impegno improvviso come un obbligo sociale (ad esempio un matrimonio di qualcuno) è capace di vanificare fragili compromessi. Vengono meno i vincoli sociali, amicali e parentali che garantiscono una identità di gruppo, il costituirsi di un bene comune, la solidarietà ed assistenza reciproca. Proprio la rottura di questi vincoli è la condizione per l’emersione di pulsioni individualistiche e populiste che sono alla base della nascita della tirannide. Chi salverà l’apericena? Insomma, una società che non riesce ad organizzarsi per l’apericena è una società in pericolo. Ristabilire un baluardo all’invasione digitale significa ridare importanza al calendario religioso, ridare priorità alla vita delle persone, riscoprire il vincolo umano ed il bene comune: una società sana. Potremmo dire che solo il cristianesimo salverà l’apericena.                               (1)M. Castells, La nascita della società in rete, UBE Paperback, 2014, pagg. 492-496 Condividi:

wt social fake news

Fake News. Perché WT Social non è utile

Condividi: Jimmy Wales, cofondatore di Wikipedia, ha dato vita ad un nuovo social WT:SOCIAL per combattere le fake news. Tre motivi perché non è utile più una proposta. Il cofondatore di Wikipedia Jimmy Wales, da sempre paladino dell’informazione libera e gratuita, in un’intervista al Financial Times, ha dichiarato guerra alle fake news ed al clickbaiting. Attraverso una specie di spin-off di WikiTribune, è stato fondato WT:Social, un nuova social network che promette di accogliere solo informazioni controllate.Wales individua nella pubblicità, fonte di ingenti profitti, la causa della nascita e diffusione delle fake news. Infatti, sfruttando il meccanismo del consenso, si attirano utenti per aumentare la visibilità per il marketing. Nelle intenzioni del fondatore, un social senza pubblicità elimina la causa principale di fake news. La remunerazione alternativa è garantita dal pagamento di un canone (€ 12 mensili oppure € 90 annuali).Dunque, nelle intenzioni la presenza di un abbonamento e l’indisponibilità a rivendere i dati a terzi, dovrebbero garantire a WT Social il raggiungimento degli obiettivi.E’ veramente questa la strada?1. Combattere le fake news o chi ci crede?Sicuramente la necessità di attirare utenti verso un sito per aumentare il numero dei visitatori ed attirare gli investimenti pubblicitari, è un un movente credibile. Un esempio recente è stato il caso Cerciello: si diffuse subito la notizia di due africani ricercati mentre i colpevoli erano due americani (vedi la ricostruzione di Open per chiarimenti). La necessità di coprire per primi la notizia toglie tempo alla verifica delle informazioni da condividire.Dobbiamo riconoscere, però, che il successo e la diffusione di fake news è addebitabile principalmente a chi crede a queste notizie. Domandiamoci perché non si ricorre più ad un senso critico o perché si è perduta la fiducia nelle agenzie tradizionali di informazione professionale od istituzionale; soprattutto perché certi giornali cavalchino questa tendenza con titoli e linguaggi beceri.Eliminare i fabbricanti di false notizie risolve il problema? Temporaneamente, si. Ma un social senza pubblicità o data free non garantisce un contrasto efficace alle fake news finché gli utenti non siano educati all’esercizio di uno spirito di critica.2. Vero e VerosimileSappiamo identificare chiaramente una fake news? Il terrapiattismo è fake news, il falso allunaggio è una fake news, i no-vax è disinformazione unita ad ignoranza ma l’assassinio di J.F.Kennedy ad opera di Lee Harvey Oswald?Sorgono problemi quando le tesi diventano verosimili ma non ancora vere, quando l’ultimo passo è la scelta soggettiva se crederci o no, quando entrambe le tesi si annullano e la biografia personale diventa determinante.Su WT Social sarà possibile postare una notizia sul Russian-gate di Trump? E sui rubli di Salvini?Chi può decidere se una notizia è vera o no? Il «popolo di Internet»? Non sono gli stessi che hanno creduto e diffuso le fake news? WT Social presenta le notizie in ordine di inserimento ignorando il gradimento, i “mi piace”. Un evento importante avrà centinaia di post in cui affogheranno le altre notizie. Passeremo dall’overload informativo, troppe notizie e poco tempo per leggerle, all’overflow informativo, troppe informazioni per la stessa notizia. Il problema è ancora il tempo: ci sarà il tempo per comprendere la verità prima di annegare nel verosimile?3. Fine della libertà di InternetWales, paladino dell’informazione libera, chiede soldi per accedere alla informazione “vera”. E’ la sconfitta della pretesa libertà di Internet, della verità che sale dal basso, dell’«intelligenza collettiva« di Pierre Lèvy e della «noosfera» prospettata da Antonio Spadaro.Banalmente, si è compreso che libertà e gratuità sono differenti anziché sinonimi. In un’economia di mercato, qualunque cosa ha un prezzo e quando non paghiamo o siamo noi la merce (J, Lanier) oppure c’è un ricatto morale (l’ aspettativa che il regalo sia ricambiato, M. Mauss).D’altra parte, se si pretende un servizio professionale, bisogna pagare il professionista. Per mantenere gratuito il servizio e pagare il professionista, occorre una rendita alternativa e la pubblicità e la rivendita dei dati sono la soluzione migliore. Si creano, così, in un circolo vizioso, i presupposti per quei mali che WT Social vorrebbe evitare. Verità e soldi sono incompatibili.4. Giornalismo ProfessionaleSe bisogna pagare per avere notizie la cui affidabilità è incerta, non conviene pagare i giornalisti professionisti di cui si conosce l’identità, il pensiero, la linea editoriale del giornale e della proprietà? Conoscere la fonte delle informazioni, aiuta la difesa dalle false notizie e dalle cattive interpretazioni.I giornalisti non sono i sacerdoti della verità,  ma un buon giornalista sa offrire commenti, osservazioni e riflessioni sensate degne di essere valutate. Se dicesse sempre baggianate nessuno lo leggerebbe più.Non bisogna, però, confondere professionalità con credibilità. Possiamo non condividere un’opinione di un giornalista ma questo non fa  automaticamente di lui un fabbricatore di fake news.La lotta alle fake news passa per la riscoperta del giornalista professionista.In conclusione, WT Social è un tentativo sbagliato e, forse, nemmeno nobile, considerando che accetta solo utenti paganti mettendo in attesa quelli che non vogliono pagare un servizio erogato dal paladino dell’Internet libera e gratuita. Condividi:

presentazione Rieti Digital

Presentazione Rieti Digital: Testo e Slide

Condividi: Presentazione RIETI DIGITAL 2019 – Festival della Cultura digitale e dell’innovazione tecnologica La Medicina tra Intelligenza Artificiale ed Ambienti Digitali Testo Prima Parte Testo della Prima Parte dell'intervento (discusso durante l'evento) Slide Prima Parte Slides presentate durante la Prima Parte dell'intervento Testo Seconda Parte Testo della Seconda Parte (non discussa durante l'evento) Slide Seconda Parte Slides di presentazione della Seconda Parte (non presentata durante l'evento) Sabato 16 novembre a Rieti ho partecipato con un intervento al Festival Rieti Digital 2019 – Festival della Cultura digitale e dell’Innovazione tecnologica promosso dall’assessore Elisa Masotti.Si è parlato di medicina tra intelligenza artificiale ed ambienti digitali. Chi di voi, usando un servizio di telemedicina e, anziché un dottore, si trovi dall’altra parte un androide, si fiderebbe della sua diagnosi? Non ci fidiamo di una macchina. Eppure proprio alle macchine affidiamo la nostra salute: TAC, ecografie, risonanze magnetiche. Chi ci cura: il medico o la macchina?Scopri il testo e le slide della mia presentazione.Potete scoprire il testo del mio intervento e le slide che sono apparse durante questo incontro tramite i link all’interno dei singoli box evidenziati.Per approfondire gli argomenti trattati durante l’evento potete consultare il capitolo 11 del mio libro “Cristiani nel digitale”, lo trovate qui. Condividi:

Logo ONU degli obiettivi per il 2030

Connettività e Giustizia: per l’ONU sono legati.

Condividi: Sustainable Development Goals 9 ONU: connettività globale. Progresso per chi? La connettività fra computer e dispositivi digitali è il sistema nervoso della società digitale e per questo motivo occupa uno dei 17 obiettivi di sviluppo (Develompment Goals) dell’Onu per il 2030. Proviamo a pensare ad un black out di qualsiasi tipo di connessione e le conseguenze possibili; nei paesi in via di sviluppo questa è la condizione normale per circa il 65% della popolazione e di questi il 44% vive in Africa (nel subsahara hanno accesso ad Internet due persone su 10). Questi dati impongono una riflessione.La connettività è un’infrastruttura che modifica l’ambiente in cui viviamo.Il paesaggio urbano e periferico delle città occidentali è contrassegnato dalla presenza di tralicci delle antenne cellulari, di scavi per la posa della fibra, parabole satellitari ed altre antenne. L’impatto ambientale nelle zone equatoriali sarebbe drammatico.Facebook e Google sono alla guida di progetti ambiziosi: il primo ha accordo con Airbus per l’uso degli aerei per lanciare segnali da alta quota, il secondo usa palloni aerostatici per lo stesso scopo. Pure Elon Musk, proprietario di Tesla e SpaceX, partecipa alla sfida con un progetto di satelliti Starlink di sua proprietà. Dopo i primi successi ha chiesto l’autorizzazione a lanciare 30.000 satelliti, a fronte dei 4.000 già presenti.Egemonia nei sistemi di connessione.È possibile lasciare la proprietà del sistema connettivo mondiale ad un solo uomo o ad una società privata che non rispetta la privacy (Facebook) o è compiacente con i poteri illiberali come la Cina (Google)?Esiste l’effetto collaterale della spazzatura spaziale: tutti quegli oggetti nello spazio aumenterebbero le probabilità di collisione, ad esempio con la Stazione Spaziale, e di caduta sulla terra ferma.I servizi erogati sulla rete, sono strumenti di uguaglianza o aumentano le disparità condannando i poveri ad essere sempre più poveri ed esclusi?Portare la connettività in qualche villaggio povero ed isolato, non è sufficiente: occorrono anche un dispositivo digitale (pc, tablet, smartphone) e quindi anche l’elettricità. In questo villaggio stiamo portando aiuti oppure immettendo nuovi costi (dispositivi e bollette)? Non accedendo a questi servizi, però, rimarrebbero maggiormente esclusi dal mondo con aggravio della condizioni e minori possibilità di sviluppo.L’importanza dell’interfaccia.Il primo impatto davanti ad un schermo non è banale come sembra e stabilire un’interazione con un dispositivo digitale è meno semplice di quello che sembra. Ad esempio l’identificazione. Una famiglia inserita in un programma di assistenza, è conosciuta dal personale addetto e chiunque vada può ricevere il sussidio spettante. In caso di accesso digitale, le credenziali sono nominative e mandarci un familiare è un problema: è in grado di ricordare le credenziali? Sa usare l’interfaccia del dispositivo? Conosce la procedura del sistema?Neanche il riconoscimento facciale è una soluzione.Neanche il riconoscimento facciale è una soluzione, dopo le denunci di Joy Buolamwini e l’Algorithmic Justice League. Il software non la riconosceva, afro-americana originaria del Ghana, se non attraverso una maschera bianca. Il digitale, anziché integrare ed aiutare, condannerebbe quella fetta di popolazione di carnagione troppo diversa dal bianco, povera e a un livello basso di cultura. Proprio quelle persone che vorrebbe aiutare.Connettività significa anche comunicazione ed informazione.Molte comunità tagliate fuori dalla connettività sono comunità fragili, private dei diritti fondamentali o che stanno lottando per riprendersi da anni di conflitti. La connettività può aiutare queste comunità ad entrare in un circolo virtuoso di assistenza e sviluppo. La pace ha migliori possibilità di stabilirsi fra comunità i cui membri sono integrati e sviluppano progetti di crescita, cioè quando comunicano e intrattengono relazioni con membri delle altre comunità. Pace e connettività si condizionano a vicenda, aprono spazi di condivisione e vicinanza. In questo senso la connettività è uno strumento per la pace e  non può essere tolta a nessuno.La questione dell’educazione e della formazione acquisisce importanza fondamentale.Sicuramente occorre una formazione all’uso tecnico del dispositivo, maneggiarlo comprendendone l’operatività, la manualità, le funzionalità. L’educazione è un argomento delicato.Da sempre l’Occidente ha l’ambizione (o l’arroganza, secondo alcuni) di portare il progresso e con esso la cultura più avanzata. Se guardiamo, però, con obiettività, la nostra civiltà “uccide”: razzismo, migranti, droghe, depressione, inquinamento, emergenza climatica, disoccupazione, povertà, conflittualità sociale, corruzione… questo è quello che diciamo essere il miglior mondo possibile. Ripensare il modo di rapportarci con paesi e culture non occidentali potrebbe aprire spazi di confronto e mediazione per il bene ed il progresso di tutte le parti.In ultimo, la connettività è uno dei maggiori problemi dei paesi in via di sviluppo?È un problema annoso mai risolto. L’Occidente è giunto allo stato attuale attraverso un percorso progressivo sia tecnologico che sociale. Per giungere al nostro stato, tutti dovranno percorrere lo stesso tragitto, ognuno troverà la sua strada o si potrà pervenire ad una realizzazione immediata e diretta?Se devono percorre lo stesso tragitto, ci sarà un gap perenne di due secoli che non colmeremo mai. Al contrario, se vogliono trovare una via autonoma, sappiamo prevedere quanto tempo impiegheranno e se giungeranno alle nostre stesse conclusioni?Quanti “poveri digitali” esclusi dai servizi digitali?Infine, se si vogliono proiettare in un futuro improvvisamente attuale, quali effetti sociali ed economici ci saranno? L’equità del mondo passerà sicuramente per la connettività mondiale ma se non saremo in grado di svilupparla eticamente, la connessione da sola non garantirà la giustizia sperata. Articolo in PDF Condividi:

etica digitale robot

Etica digitale: le macchine sono più “umane” di noi?

Condividi: Le macchine, per relazionarsi sempre di più con gli uomini, acquisiscono un comportamento etico mentre l'uomo continua ad essere iniquo. Come finirà? Sull’etica digitale è in atto un processo di contaminazione: le macchine stanno acquisendo caratteristiche umane (evolvendosi) mentre gli uomini assumono quelle meccaniche (regredendo). Nel guado di questo passaggio si sta perdendo un carico prezioso benché pesante ed ingombrante: l’etica.Come reagire?Secondo Paolo Benanti, TOR, teologo morale e docente alla Pontificia Università Gregoriana, e Luciano Floridi, docente di filosofia dell’informazione a Oxford, bisogna richiamare l’attenzione su questa perdita. L’etica del digitale è considerata più un impiccio che un’utilità, uno svantaggio anziché una risorsa.Ma quali sono i principi fondamentali su cui basano le nostre società civili?Un esempio potrebbe essere l’omicidio: tutti siamo convinti che non ci deve essere violenza, tanto meno uccisioni. Eppure molti paesi, nel loro ordinamento giuridico, prevedono la pena capitale. Non sappiamo accordarci sulla vita ed intanto distribuiamo morte: eutanasia, suicidio assistito e “missioni di pace in territori di guerra”. Tutte le guerre, però, hanno avuto la giustificazione di portare pace e benessere, abbattere un cattivo per sostenere il buono.L’Occidente può essere un credibile portatore di sani valori etici considerando il razzismo che si agita al suo interno, l’odio per i migranti, il disprezzo per i nomadi, i milioni di disoccupati, i senza tetto, i depressi, l’inquinamento? Lo può essere l’Oriente con le sue dittature comuniste, militari ed islamiche? Od anche l’Africa, dove le donne sono rapite e ridotte in schiavitù sessuale, le chiese sono bruciate ed i martiri a centinaia?Vita, dignità, pari diritti, uguaglianze. Tutti valori fondativi per qualsiasi Stato eppure violati e non condivisi. Trump, Putin, Xi Jinping ed Erdogan su quanti valori concorderebbero?Quali sono le conseguenze sull’etica digitale?Un esempio. Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League, ha portato all’attenzione i bias del riconoscimento facciale: falliscono nel riconoscere le donne di colore, anzi, nel suo caso la riconoscono solo se indossa una maschera bianca, lei originaria del Ghana. Il digitale sta ereditando i peccati dell’uomo.L’etica è la declinazione di un valore assoluto.In epoca di post-verità e di sostituzione del vero con il verosimile, trovare valori comuni e condivisi, cioè assoluti, è un’impresa ardua (e da tenere nascosta a Vattimo & Co.). Neppure la Chiesa riesce più ad esprimere una posizione unitaria, basti pensare al problema dell’immigrazione.L’AI e la robotica ci costringono a ripensare seriamente al nostro modo di vivere insieme, a riscoprire i principi fondativi ed a darne nuovi significati, a stabilire un nuovo contratto sociale, in definitiva a pensare ad una nuova cittadinanza dove uomini e macchine collaborino insieme.Allora insegneremo alle macchine il comportamento virtuoso, quello dell’onesto cittadino e della brava persona, e quando ci saremo riusciti, probabilmente queste scopriranno che i cittadini disonesti e le persone cattive da cui guardarsi e tenersi alla larga sono proprio gli uomini. Quali soluzioni si adottano con i cattivi cittadini se non quello di punirli e, in caso, di privarli dei loro diritti e della libertà? È la fine cui siamo destinati? Probabilmente si, se non troviamo un modo per iniziare a vivere in pace. Condividi:

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Google News non pagherà gli autori

Condividi: Google rinuncia alle news per non pagare il Copyright. Perché questa decisione danneggia ed impoverisce anche noi Google ha deciso di non pagare le fonti giornalistiche in Francia. Nonostante il governo transalpino abbia approvato la legge sul Copyright, Google ha trovato un escamotage per continuare a pubblicare Google News senza pagare i diritti di autore.La situazione in Francia prima della legge sul Copyright.Questa estate la Francia, prima fra le nazioni UE, ha recepito la direttiva europea sul Copyright con una legge cui molti hanno guardato con fiducia. L’utilizzo dei contenuti dei professionisti dell’informazione dovevano essere adeguatamente remunerati. Ovviamente l’obiettivo della legge era regolamentare il settore online dove si saccheggiano a piene mani i giornali e le agenzie on line senza ricompensare i professionisti del loro lavoro.E’ una cosa giusta mettere fine all’equivoco che confonde libertà con gratuità: «Se la gratuità tracciasse i confini della libertà, qualsiasi costo sarebbe visto come un sopruso anziché la valorizzazione di un bene prodotto dalla fatica e dall’ingegno umano.» Google non cede.In Germania, Google ha vinto contro la VG Media, una SIAE locale. Dal 2013 la disposizione tedesca vieta la pubblicazione di tutto o parte dei contenuti ma non singole parole o brevissimi estratti, in breve degli snippets. Forte di questa sentenza e di una lettura fra le more della legge, Google ha comunicato alla Francia che ridurrà gli snippets e metterà solo titoli e link senza pagare per i contenuti più ampi. I dati di Google News.Il governo francese ha gridato al tradimento dello spirito e della legge mentre gli editori europei si sono affrettati a fare i conti a Google News. Secondo i loro calcoli, Google incassa l’80% degli introiti di pubblicità dalla pubblicazione di notizie ottenute con il lavoro e la responsabilità personale dei giornalisti, remunerati con il restante 20%. Una ricerca di Deloitte afferma che ogni click porterebbe un guadagno di soli 4-6 centesimi. Rimane il dubbio, però, sugli introiti totali di Google News.News Media Alliance, un’associazione di editori nord-americani, calcola circa 4,7 miliardi di dollari il guadagno di Google News nel solo 2018, mentre l’intero settore dell’editoria ha guadagnato 5,1 milioni di dollari dalla pubblicità online. Un unico attore deterrebbe circa il 48% dell’intero mercato senza pagare il prodotto venduto. Google, da parte sua, rivendica il ruolo di veicolatore di utenti verso i siti di informazione e di partner commerciale. Questo è un punto fondamentale.Il ruolo di Google e di Google News.Google ha un ruolo fondamentale nel rendere visibili e disponibili i contenuti pubblicati dagli editori e questi ultimi sono ben lieti di poter sfruttare questa fonte di potenziali utenti. Questo era il tacito patto iniziale. I giornali guadagnavano sulla pubblicità, grazie al maggior numero di lettori che veniva indirizzato, e Google guadagnava dalla pubblicità venduta sul proprio sito. Questo accordo commerciale, benché tacito, vedeva le parti contente e soddisfatte. Google News, però, è un servizio aggiuntivo che sfrutta le notizie pubblicate per generare maggiori guadagni senza ridistribuirli. Google News non è un motore di ricerca e non rientra nel tacito accordo di cui sopra, è un servizio commerciale ed è giusto che ricompensi il fornitore del prodotto.Questo principio coinvolge tutti noi, se è giusto remunerare i fornitori di contenuti, i proprietari dei “dati” delle attività digitali non dovrebbero essere ugualmente remunerati? Quanta ricchezza viene elusa da ogni processo fiscale e redistributivo?  Regolamentare l’economia digitale è la vera sfida che attende i parlamenti di tutto il mondo. Condividi:

Ora è Alexa a leggere le favole

Condividi: Con il servizio Amazon Alexa Bedtime stories smetteremo di leggere le favole per addormentare i bambini? Recentemente, su Aleteia è stata ripresa una ricerca inglese in cui si evidenza che il 25% dei genitori intervistati affidavano ad Amazon Alexa, l’assistente domestica di Amazon, la lettura delle favole della buona notte. L’autrice, Paola Belletti, con un percorso tortuoso attraverso polemiche sulle mode bio, crisi dell’editoria, genitorialità assistita e ricordi personali, fa emerge un’accusa rivolta ai genitori colpevoli di delegare alla tecnologia il ruolo relazionale.Davvero, come vuole farci intendere l’articolo, è in atto un cedimento alla tecnologia della relaziona, specialmente quella fondamentale della genitorialità?  Facciamo chiarezza. L’indagine è stata commissionata da Book Test, una charity inglese per la promozione della lettura nei bambini sotto i 10 anni. Lo scopo dell’indagine era spere se ancora ci fosse un’abitudine a leggere i libri di favole ai figli prima di addormentarsi. Quasi un’indagine marketing più che sociologica. Il campione intervista sembra ampio (1.000 interviste), ma nulla sappiamo della sua composizione (padre/madre – compagno/a, condizione economica, classe sociale, titolo i studio) e sulle domande poste, cioé quegli elementi metodologici che qualificano una ricerca sul campo. Sony Pictures Animation ha pubblicato una serie di storie della buona notte per Amazon Alexa come promozione al film ““Hotel Transylvania 3: Summer Vacation.” Una storia, una filastrocca o una battuta verrà letta dal cast ogni giorno fino al 13 luglio 2019, data di uscita del film. Per altre storie guarda gli Alexa Skills Amazon Novelty & Humor e Education & Reference L’uso della tecnologia implica una delega, cioè un trasferimento di funzioni ad un subordinato. Certamente laddove si parla di relazioni la delega assume categorie valoriali differenti. Prima di tutto la delega può determinare un mandato, un incarico ad eseguire un’incombenza particolare, oppure una procura, che conferisce un potere di rappresentanza. Mentre nel primo caso l’azione è circoscritta nel tempo e nelle azioni, nel secondo si agisce al posto ed in nome del delegante. In entrambe, però, c’è un vuoto di presenza ed è proprio la qualità di questa mancanza a determinarne il valore. Nella procura c’è un essere assenti mentre nel mandato c’è un essere altrove. Nell’assenza si registra sia l’assenza sia la chiusura ad ogni possibile presenza, nell’altrove si evidenzia solo la presenza in un luogo altro ma rimane aperto il campo delle possibilità di una presenza che il digitale è in grado di rendere vivida. In un incontro, un membro non presente è sicuramente assente ma se collegato su Skype è non presente ma altrove perché sta realizzando una possibilità di presenza. E’ importante capire il vuoto di presenza dei genitori nella relazione. Se è un’assenza, stabile e duratura, allora c’è una procura alla tecnologia ma se è un altrove, momentaneo e contingente, allora è un mandato che non sostituisce la relazione. Non è di uso comune, per i genitori, dare un oggetto ai figli come loro surrogato per un’assenza temporanea, come una trasferta? E’ la qualità dell’assenza a fare la differenza. Proprio questo dato non è presente nell’indagine: chi, quando e con quale frequenza ricorre all’uso di Alexa?Questi allarmismi sono tipici di una resistenza al cambiamento e delle incomprensioni della cultura digitale. La tecnologia è vista solo nella dimensione sostitutiva dell’uomo. Viene negata la dimensione antropologica del digitale, la capacità di generare nuove esigenze e di soddisfarle in maniera innovativa. Comprendendo questo mutamento in atto, sarà possibile superare le due opposizioni più forti al digitale. LA prima è il determinismo tecnologico, cioè quel progresso auto-emandante della tecnologia il cui obiettivo è l’eliminazione del ruolo umano. L’alta è la sostituzione tecnologica, pensare che sia in atto la sostituzione delle funzioni umani tout-court.La robotica sociale ci insegna, al contrario, che il futuro sarà di collaborazione uomo-digitale e dovremo imparare a rapportarci con i dispostivi come abbiamo fatto con le segreterie telefoniche ed i risponditori vocali. I nostri pronipoti avranno un ologramma della mamma dotato di Intelligenza Artificiale in grado di fornire la migliore user – experience materna? Condividi: