Mese: Dicembre 2019

algoritmo bias discriminazione

Come prevenire la discriminazione degli algoritmi

Condividi: La continua ibridazione fra uomo e macchina evidenzia sempre più il pregiudizio e la discriminazione umana. Molte volte sono reconditi ed inconsapevoli nelle nostre coscienze, ma palesi e dannosi nel digitale.Caso eclatante di discriminazione è stato l’accusa di sessismo rivolto alla Apple Card: secondo alcuni imprenditori alle donne sarebbero stati assegnati plafond di spesa inferiori agli uomini. O ancora, lo studio di Science #6464: un sistema informatico sanitario ampiamente usato negli USA discriminava i pazienti di colore negando loro l’accesso a determinati protocolli di cura privilegiando i bianchi.Discriminazione, non razzismo.Gli algoritmi non sono razzisti in sé, cioè non sviluppano autonomamente un sentimento di avversione verso qualche tipologia sociale umana. Eppure la logica risolutiva che l’uomo usa per definire l’algoritmo contiene l’origine di un comportamento discriminatorio. Non significa accusare di razzismo.Un caso illuminante è rappresentato da Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League. La Buolamwini ha portato all’attenzione il fallimento dei bias del riconoscimento facciale delle donne di colore. Nel suo caso la riconoscono solo indossando una maschera bianca, lei originaria del Ghana. In Italia, ad esempio, dove la presenza di personale di colore nell’informatica è molto basso, il test di questo algoritmo sarebbe avvenuto su soli bianchi e non avrebbe evidenziato alcun problema. Inconsciamente, si sarebbe ritenuto capace di riconoscere ogni tipologia umana. Per questo motivo è preferibile parlare di discriminazione e non di razzismo.Correzioni.I produttori stanno rivedendo il proprio software, anche se questo pone un dubbio: la discriminazione, nata in un contesto sociale, può essere corretta senza emendare il contesto stesso?Alle società produttrici è chiesto di assumere delle policies tali da includere un’etica dei dati evitando, così, discriminazioni. Possiamo delegare le scelte etiche a Google o ad Apple? Possono aziende di profitti diventare esempi di etica sociale?Qualcuno suggerisce l’intervento dei Governi. Credo che sia utile solo nel caso ci sia una policy globalmente condivisa. Infatti, le linee guida dettate da Trump non avrebbero la garanzia necessaria di giustizia ed imparzialità, essendo dichiaratamente discriminatorie.Ancora una volta il problema è riconoscere un’etica superiore agli interessi personali e locali, globalmente condivisa ed accettata.L’etica è la declinazione di un valore assoluto.Continuiamo ad affermare la necessità di trovare valori comuni e condivisi, cioè assoluti. Neppure la Chiesa riesce più ad esprimere una posizione unitaria.La digitalizzazione ci costringe a ripensare seriamente al nostro modo di vivere insieme, a riscoprire i principi fondativi e a darne nuovi significati, a stabilire un nuovo contratto sociale. In definitiva a pensare ad una nuova cittadinanza dove uomini e macchine collaborino insieme. È necessario riportare il baricentro dell’attenzione all’etica della tecnologia, a dare forma a tutte le Carte dei Diritti che sono state scritte e dimenticate, ad una nuova alleanza capace di dare cittadinanza a tutti gli uomini, capace di svincolare il concetto di sopravvivenza dal concetto di profitto, a riscoprire il bene comune cominciando dalla Terra dove viviamo. Condividi:

brand identity

Dal brand all’algoritmo

Condividi: Marketing digitale I meccanismi di scelta Il Tribunale di Milano, con l’ordinanza del 3 luglio 2019 (il testo), ha segnato una data storica, un precedente nella letteratura giuridica. Sisley, brand di lusso nel settore della cosmesi, che investe sia in marketing sia in qualificazione della propria selezionata rete di vendita, era ricorsa contro Amazon perché vendeva i prodotti online senza la necessaria distinzione dai prodotti di qualità inferiore e senza la necessaria assistenza qualificata.Amazon è stata costretta a rimuovere i prodotti Sisley dal catalogo. È la vittoria del brand sull’algoritmoIl brand dà fiduciaL’affermazione del brand e la fiducia che ne consegue, sono ottenuti con fatica nel corso del tempo e con sforzi continui. Mantenere questa posizione è altrettanto faticoso ed il successo passa anche per la selezione rigorosa dei rivenditori. Sono richiesti continui aggiornamenti, location prestigiose, presenza di brand della stessa fascia.Amazon non offre queste caratteristiche. Il famoso marketplace è una centrifuga di prodotti posizionati con criteri algoritmici e presentati in modo piatto e standardizzato. Una dequalificazione che Sisley non poteva ammettere. Acquistare un prodotto Sisley è garanzia di supporto professionale ed è un’esperienza gratificante. Un cliente ha fiducia che troverà questo servizio acquistando quel brand. Il problema è importante: chi soddisfa la necessità di fiducia del consumatore?L’algoritmo decide per noiLa scelta di un ristorante parte dall’esperienza o conoscenza di qualche locale da parte di qualcuno ma subito è verificato con recensioni e commenti di qualche social. Il brand non fornisce più rassicurazioni, le cerchiamo nelle esperienze degli altri (sconosciuti) e negli algoritmi (spesso prezzolati) che realizzano classifiche di merito.Siamo più disponibili a dare fiducia ad algoritmi che mettono pizzerie al taglio fra i migliori ristoranti della città e non all’esperienza dei nostri conoscenti. È il mito della pretesa oggettività dell’algoritmo capace di proporre la scelta obiettivamente migliore. Migliore per chi?Il ruolo della SEOSi comprende perché sia cambiata la strategia del marketing ed il campo dove opera. Investire nell’immaginario collettivo per costruire un brand oppure puntare al sentiment ed alla reputation online? Tutte e due, verrebbe da rispondere.L’Osservatorio Internet Media della School of Management del Politecnico di Milano ci aiuta a comprendere questa realtà (dati aggiornati al 2018). Ad oggi la TV rappresenta il 36% del mercato pubblicitario mentre Internet si attesta al 36% e la radio al 5%. Sembrano dati scontati, ma confrontati con quelli di 10 anni prima (2008) scopriamo che la TV contava il 54%, la stampa il 31% mentre internet solo il 10% del mercato.Nell’incremento della quota Internet, giocano un ruolo importante l’approccio data-driven e il Programmatic Advertising. Questo è un sistema automatico che incrocia tre piattaforme:DMP (data management platform) che raccoglie tutti i dati di cui autorizziamo il trattamento, specialmente proveniente dai coockie. Questi dati costituiscono le informazioni per il profilo personale di ogni utente. In Italia hanno censito 28 data company attive per un mercato stimato di circa 482 milioni;DSP (demand side platform) usato dalle aziende per acquisire spazi pubblicitari;SSP (sell side platform) è il market place automatico che assegna spazi pubblicitari.Queste tre piattaforme lavorano continuamente ed in tempo reale. Considerando che il formato video è il più usato, insieme al search, si può affermare che è la ripetitività del messaggi che consolida la fiducia del brand.Dal Brand all’ AlgoritmoIl brand non è più un prodotto elitario da mostrare come elemento di discrimine (come insegnava Thorstein Veblen alle porte del secolo scorso), ma un elemento di aggregazione e di identità.Sembra che la fiducia sia riposta nella capacità di integrazione che il prodotto promette. Cosa importa, allora, della qualità, del design, della ricerca dei materiali? Infatti, nessuno vuole pagare per la qualità e si privilegiano i prodotti a basso costo, di durata stagionale, da dismettere facilmente per i nuovi prodotti.Il brand lo decide l’algoritmo e la viewability ottenuta nelle campagne di Programmatic Advertising. L’allarme viene dal modo in cui ciò avviene: un processo di elaborazione dati che esclude l’uomo. È un processo algoritmico a decidere che è bene per l’utente vedere quella pubblicità per tante volte, perché è il target giusto.La fiducia è stata spostata dal brand all’algoritmo. Se ci fidiamo ciecamente di un’elaborazione che esclude l’uomo nascondendogli i processi decisionali, è anche un problema etico. Eppure funziona, certo, ma non può essere questo il criterio di valutazione, perché funzionano anche le cose malvagie.Insomma, a chi diamo fiducia quando compriamo? Condividi:

Collaborative robot cobot

Robot e Occupazione

Condividi: Robot e occupazione sono legate da tempo. Oggi i robot si sono evoluti in collaborative robot (cobot) e in cyber physical system (CPS). Quali conseguenze per il lavoro? Quali per l'occupazione? I robot, come tutti i sistemi digitali, creano nuove e diverse occupazioni. Nella prima fase della robotica industriale erano occupati in luoghi riservati ed interdetti all’uomo. L’organizzazione spaziale e territoriale era ridisegnata a misura di robot mentre il lavoratore aveva un’occupazione diversa con compiti di monitoraggio e controllo.Una nuova generazione di robotI collaborative robot, detti cobot, sono un’evoluzione importante: rappresentando il mondo esterno, possono condividere lo spazio ed il territorio con l’uomo. Lo scopo è togliere il lavoro ripetitivo all’uomo ed avere maggiore precisione e velocità di esecuzione.Il passo definitivo è stato compiuto con il cyber-physical system (CPS), network in cui robot, dispositivi digitali ed esseri umani, condividono spazi e mansioni per ottenere un processo produttivo ottimale. Qual è il futuro dell’occupazione con lo sviluppo della robotica? Nel 1930, Keynes introduceva il termine «disoccupazione tecnologica». Con esso si riferiva al deficit fra la velocità di distruzione del lavoro e la costruzione di altrettante nuove professioni. Le tecnologie digitali, come i robot, sono state introdotte con questa previsione. Oggi, con i cobot e le precedenti aspettative ancora da soddisfare, la situazione peggiora in quanto viene eroso ulteriore spazio all’umano.Un nuovo ambiente di lavoroI CPS, dal canto loro, costituiscono il nuovo ambiente di lavoro: un network dove gli apparati meccanici e digitali sono in grado di rappresentarsi l’ambiente in cui operano grazie a sensori che ne catturano gli input, algoritmi che li elaborano e attuatori in che agiscono nel fisico. I CPS diventano luoghi in cui si elaborano informazioni in processi che escludono l’umano, confinato al ruolo di controllore della azioni autonome dei CPS. Il lavoratore è l’anello debole della catena perché non ha né l’immediatezza del dato (in possesso dei sensori) né la capacità di elaborare una risposta in collaborazione con gli altri membri del network. Questo nuovo passo avanti è denso di conseguenze e, non rendendocene conto, non ci stiamo preparando ad affrontarle. Consolati da alcuni numeri specifici dell’occupazione, perdiamo di vista il quadro di riferimento dove risultano meno ore lavorate, incremento di contratti a tempo e richiesta di mansioni meno specializzate.Nuove politiche fiscaliRobot, cobot e CPS sostituiscono i lavoratori determinando una diminuzione delle risorse disponibili (i robot non percepiscono salario) e maggiore elusione fiscale a fronte di un’equale o maggiore ricchezza prodotta. È un aspetto colpevolmente ignorato dalle politiche economiche e sta assumendo i contorni dell’emergenza, specialmente considerando la difficile sostenibilità del welfare.Se non corriamo ai ripari, la rivoluzione digitale ci farà vivere meglio ma da poveri. Read More Condividi: