Mese: Maggio 2020

trend tecnologici 2020

Che cosa rimane dei trend tecnologici del 2020?

Condividi:Dopo la pandemia, che cosa rimarrà dei trend tecnologici emergenti di inizio 2020? Riprenderemo da dove abbiamo lasciato oppure… Condividi:

Massimo Cacciari

Perchè Cacciari ha torto

Condividi: Massimo Cacciari lancia un allarme sull'introduzione del digitale nella scuola, provocando l'ironia english di Luciano Floridi. Cosa si è detto e cosa è sbagliato. Massimo Cacciari, filosofo e politico, ha recentemente firmato un manifesto contro l’adozione del digitale nella scuola, motivando il suo gesto con un articolo su la Stampa del 15 maggio 2020. Non si è fatta attendere la risposta di Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, tacciando il collega di “sempliciata” e superficialità.Floridi si limita alla constatazione di una visione primo-novecentesca ma i motivi per rifiutare le tesi di Cacciari sono almeno quattro.Prima Criticità: liquidazione della scuola tradizionaleIl ricorso alla didattica a distanza (DAD), fa allarmare Cacciari: «La prospettiva che emerge è quella di una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale» vedendo, all’orizzonte, «un nuovo modo di concepire la scuola».La scuola di cui parla Cacciari è, in realtà, un modello formativo (lezioni in presenza) i cui contenuti devono subire «interventi mirati, collocati su piani diversi, tali da investire gli stessi modelli della formazione e lo statuto epistemologico delle varie discipline».Un conto è parlare di «come realizzare» la formazione, un altro è parlare dei «contenuti» della formazione. L’equivoco risiede nel pensare che i contenuti di qualità siano trasmessi solo con determinate metodologie. Probabilmente, Aristotele avrebbe criticato la stanzialità della scuola desiderata da Cacciari, ma non sui contenuti, più che condivisibili.Definito che parliamo di “modalità di formazione”, bisognerebbe preoccuparsi maggiormente del ritardo nell’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale per la Scuola Digitale. Secondo il recente rapporto DESI, solo il 20% dei docenti ha effettuato corsi di alfabetizzazione digitale.Questa mancata partecipazione evidenzia il grave ritardo della scuola che non è in grado, con i mezzi tradizionali, di parlare e di interessare i giovani studenti. L’abbandono scolastico è un sintomo importante di questa difficoltà.Seconda Criticità: Educazione vs IstruzioneL’accusa è di «appiattire il complesso processo dell’educazione sulla dimensione riduttiva dell’istruzione».L’istruzione, dal latino instructur, istruttore, è la trasmissione di dati ed informazioni necessarie per acquisire l’abilità e la competenza tecnica e culturale. L’istruzione è parente stretta del nozionismo.L’educazione, al contrario, è un insieme complesso di attività il cui scopo è trasmettere i principi intellettuali, etici, tecnici per comprendere ed affrontare le istanze della società e del suo divenire.Chiaramente, sono due modalità contigue e complementari della formazione personale dove la seconda è seguente, e conseguente, la prima. Infatti, l’educazione così intesa, è tipica di alcuni licei (se i docenti sono in grado) e dell’Università (quelle che ci riescono!). La scuola deve fornire entrambe, perché non tutti vorranno o potranno scegliere questo percorso.Ugualmente al precedente punto, non è il mezzo ad impedire una formazione di qualità, ma la dis-educazione (guarda caso!) al suo utilizzo che ne compromette l’efficacia.Terza Criticità: Intercambiabilità dei modelliUn’ulteriore accusa che viene mossa è «dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento».Questo è il classico atteggiamento di chi vive la tecnologia come pura opera di scambio (prima si faceva in un modo, ora in un altro), e non vede né l’integrazione né l’ingresso in un nuovo periodo storico. Non c’è alternativa, ma complementarietà. Ad esempio: mattina in aula, pomeriggio online (corsi di recupero, laboratori opzionali…).Il “dualismo digitale” è superato da tempo!Quarta Criticità: Fondamenti CulturaliLa scuola «vuol dire anzitutto socialità».Il periodo di quarantena ha dimostrato che la tecnologia digitale ha permesso la continuazione della socialità benché fosse compromessa la prossimità. Il lavoro ha migrato sul digitale ulteriori funzioni oltre al tele lavoro e al vero smart working.Anche i governi hanno continuato la loro attività sul digitale. Cosa impedisce la scuola di migrare parte delle sue attività online?Le preoccupazioni di Cacciari nascono da un atteggiamento resistivo ed intimorito davanti alle trasformazioni tecnologiche in atto. Questa cattiva comprensione del digitale ha come conseguenza l’incapacità a pensare le stesse attività eseguite in modo nuovo nel digitale, e rimane legato ad uno sterile “si è sempre fatto così” aumentando lo scollamento con la realtà che studenti ed imprese lamentano da tempo.Insomma, cosa impedisce alle scuole di rinnovarsi se non la resistenza di chi non comprende la mutazione dei tempi? Condividi:

Reincanto nella tecnologia digitale

Reincanto tecnologico

Condividi: Come la tecnologia digitale produce un sistema di significati per l'uomo. (dal 4° capitolo del libro "Cristiani nel digitale" di E. Mattei) È in atto un fenomeno apparentemente contraddittorio: le scienze stanno progredendo velocemente e guadagnano sempre più traguardi e successi inaspettati, mentre cresce il fenomeno di ritorno alla spiritualità benché in forme nuove e non confessionali.Sembra avverarsi la previsione attribuita a G. K. Chesterton: «Quando la gente smette di credere in Dio, inizia a credere a tutto» ed ogni affermazione, ogni “santone”, diventa portatore di una verità nascosta. Possiamo spiegare in questo modo la diffusione delle varie teorie complottistiche o “dietrologiche”: dal finto allunaggio all’11 settembre, ai no-vax ai terrapiattisti. Una narrazione tra il mito e la disinformazione (per non dire ignoranza) che grazie al digitale si diffonde fino a costituirsi verità riconosciuta, architettonica di sistema, quadro di riferimento per una visione nuova e più libera della vita. Rientrano dalla finestra gli dèi cui il cristianesimo aveva chiuso la porta e riprendono una lettura che era stata interrotta dal progresso.Un nuovo slancio spirituale che si lascia reincantare dai miti ed aggrega le persone in gruppi locali offrendo una identità e un futuro che sembravano preclusi per sempre. Il digitale abilita questa credenza perché supera la realtà con servizi pervasivi, di cui spesso ignoriamo la presenza, e “fa accadere le cose” come desideriamo. Le tecnologie machine-to-machine ci nascondono i processi con cui avvengono le elaborazioni del male dando al digitale un’apparenza misterica e sacrale. Il digitale sta reincantando il mondo.Se reincanta, qualcuno ha operato nuovamente un incantesimo riaddormentando la coscienza in un “sonno dogmatico”.4.1    Il disincanto del mondoA cavallo fra il XIX ed il XX secolo, i grandi sviluppi e le scoperte scientifiche che la tecnologia, in primis l’elettricità, hanno reso possibile, alimentarono una fiducia enorme nella tecnologia capace non solo di svelare i misteri della natura ma anche di garantire un futuro radioso grazie al progresso economico e produttivo. Eppure non si percepisce un miglioramento per l’uomo che, pur dotandosi di strumenti impensabili fino a poco tempo prima e migliorando sensibilmente la qualità della vita, avverte la perdita di libertà e una povertà diffusa. Per spiegare questo periodo, dobbiamo rifarci ad uno dei suoi maggiori interpreti: Max Weber.L’orizzonte in cui Max Weber si muove è la condizione dell’uomo nella società capitalista che, secondo una sua celebre definizione, appare come una «gabbia d’acciaio» in cui la ragione formale o strumentale prevale sul fine dell’agire ed è interessato solo ai mezzi. In questa epoca in cui si assiste alla caduta dei miti e delle credenze, in cui la scienza si pone come metodo di conoscenza e verità, dove la tecnologia è lo strumento per raggiungere il benessere sperato, l’agire razionale è il comportamento in vista degli obiettivi definiti. Secondo Weber, la vita nella società industrializzata è caratterizzata da questa razionalità formale che privilegia i mezzi utili più che i valori ultimi.La scienza e la tecnica operano una razionalizzazione intellettuale che Weber intende come dominio della ragione strumentale o soggettiva in opposizione alla ragione oggettiva che, nella filosofia del passato, si interessa ai fini dell’agire.La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale della condivisione di vita alla quale si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venire a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, forze misteriose e imprevedibili bensì che si può – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale.Ma ciò significa il disincanto del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti e per ingraziarseli, come fa il selvaggio, per il quale esistono ancora potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.[1]Benché scienza e tecnica abbiano dato una maggiore autonomia e libertà, Weber si domanda quale immagine del mondo circostante, dopo il declino di dèi e maghi, abbia l’uomo ed è una immagine angosciante. Infatti, non dovendosi o potendosi chiedere le motivazioni del suo agire, scopre di non poter godere i beni accumulati, ma di essere costretto a reinvestirli per generare nuovi profitti. Weber chiama questo obbligo il “volto ascetico” del capitalismo moderno.Nuovi dèi e demoni prendono il dominio dell’uomo, un pericolo per la civiltà dove, con l’aumentare della ragione strumentale e della perdita di senso, l’uomo affida ad altri la responsabilità del benessere futuro. All’accresciuta disponibilità dei mezzi corrisponde l’eclissi dei fini dell’agire sociale cioè una de-responsabilità verso il bene comune.Si apre uno spazio in cui nuove narrazioni possono irrompere con sistemi di senso e significato, nuove mitologie attrattive e potenti dotate di credito di fiducia perché valutate scientifiche e tecnologiche. Il disincanto porta una conseguenza non felice: svelate le bugie delle antiche narrazioni, la scienza e la tecnica non sono riuscite a riempire il vuoto esistenziale che loro stesse avevano aperto, dimostrandosi incapaci di dare un senso all’essere dell’uomo ed all’assurdo della morte. La domanda ultima rimane ancora aperta e la via alla soluzione più stretta ed impervia.La critica più forte è al mondo cristiano che affonda le sue radici in una simbologia ben definita: Dio crea l’uomo e gli conferisce l’essere. Se Dio non esistesse, questa ontologia non avrebbe più fondamento e con essa la morale che ne consegue. L’uomo “non è” ma “esiste” (c’è) e si determina adattandosi alla contingenza. In cerca di un significato, àncora la propria essenza al divenire, alla fluidità della vita, all’abbandono totale della pretesa di dare un senso alle cose accettando la molteplicità dei valori e abbandonando definitivamente l’idea di unicità. Accettando la realtà per quella che è e come si presenta, si supera la logica del “dover-esserci” cristiano, il modello di riferimento morale cui tendere basato sulla proposta di un bene in sé universale[2].Insomma, nonostante il disincanto il desiderio di senso è un’urgenza insopprimibile, una tensione che vuol essere risolta e lascia disponibili a ripristinare la trascendenza. In questo senso prende forma un reincanto del mondo.4.2    Il Software Intorno a NoiSappiamo che i computer lavorano collegati fra loro con la capacità di scambiarsi dati, processare informazioni, eseguire compiti e tanto altro. Dotare i dispositivi di uso comune di questa stessa capacità computazionale è l’attuale frontiera tecnologica ed informatica. Pensiamo alla domotica, a tutte le meraviglie che ci rendono la vita domestica più confortevole come la regolazione dell’ambiente secondo il nostro personale piacere. Ora colleghiamo tutto insieme, in una immagine:Pensiamo ad un mondo in cui la nostra auto controlli autonomamente la nostra agenda e ci ricordi, tramite la TV digitale, che dobbiamo fare benzina l’indomani, prima di partire per un lungo viaggio. […] Nest è un termostato che apprende le nostre preferenze relative alla temperatura. È sufficiente regolare la temperatura più confortevole un certo numero di volte, e dopo una settimana Nest inizia a regolare la temperatura da solo. I suoi sensori imparano a conoscere il nostro stile di vita, le nostre abitudini e preferenze. […] Il nostro nuovo frigorifero smart Samsung sa che cosa si trova al suo interno ed è in grado di suggerire ricette […] e di ricordarci la presenza di cibi freschi o in scadenza. Può essere sincronizzato con Evernote per condividere la lista del negozio di alimentare.[3]Tutti questi oggetti sono stati inseriti in Internet e possono interagire con i server, processare dati ed informazioni ed interagire con il mondo circostante. È l’Internet of Things un rete in cui sono presenti indifferentemente esseri viventi e dispositivi digitali, cioè di particolari sensori che, dotati di un software dedicato al loro funzionamento, sono in grado di rilevare i dati di loro interesse, eventualmente processarli, attuare una reazione coerente e trasmettere questo processo nella rete. Il software, l’insieme ordinato di istruzioni che definiscono il comportamento del dispositivo, sono il vero cuore dell’Internet of Things, il suo sistema nervoso, la sua capacità processuale.Se ci voltassimo a guardare il mondo intorno a noi, sapremmo identificare il software presente? Lo potremmo trovare sicuramente nelle app dello smartphone, nelle applicazioni del computer, nei router del WiFi ma anche negli orologi digitali, nel decoder TV, nella televisione stessa, le casse al supermercato, il telepass, le automobili che frenano da sole… Il software è intorno a noi, negli oggetti che usiamo ogni giorno, cui affidiamo il nostro comfort e la nostra sicurezza.Ogni aspetto della nostra vita ha del software che lo controlla in maniera silenziosa e trasparente. Non è una invasione subdola, l’uomo stesso ha studiato e progettato i dispositivi con cui si circonda affinché lo aiutassero nel governo della vita e nel controllo della realtà. Il software, inserito in tutti i dispositivi, attua una reazione agli eventi prima ancora che possiamo accorgercene: spegnere il gas in presenza di fughe, frenare l’auto quando siamo distratti, avvertire dell’inquinamento dell’aria ed altro ancora. Insomma, il software sembra collaborare attivamente e proficuamente con l’uomo, una tecnologia amica e neutrale.Che cosa realizzano veramente i sensori? Acquisendo per primi i dati del mondo, li elaborano e li restituiscono all’uomo già processati. L’uomo non ha più l’immediatezza del dato, non riuscirebbe nemmeno a processare quel dato alla stessa velocità. Per questo motivo la maggior parte delle nostre esperienze con il mondo circostante sono insidiate dal software, non è più un dato genuino, talvolta quel dato è totalmente precluso all’esperienza.Il desiderio di controllare e piegare la natura circostante, fino all’esigenza di prendersene cura e di sfruttarla in maniera responsabile, ha portato alla creazione di complessi sistemi bio-informatico in grado di regolare le attività umane armonizzandole nell’eco sistema. Le difficoltà di organizzare questo controllo, con l’acquisizione istantanea di input differenti dai sensori, hanno imposto la necessità di dotarsi di software evoluto eseguito da computer in qualche parte del mondo, anch’essi sottoposti al controllo del software.Tanto più la nostra conoscenza dei meccanismi fisici è cresciuta, tanto più il software si è perfezionato e se ne sono avvertiti i benefici. Questi successi hanno spostato l’equilibrio del giudizio dal lato umano al lato software. Se i programmi realizzati per “custodire” il nostro ambiente funzionano perché non fidarci ed affidare a loro l’interpretazione del mondo? I dati elaborati dal software acquisiscono densità di struttura fino a diventare realtà.4.3    Software come OntologiaCartesio affrontò il problema dell’esperienza umana: come essere sicuri che il mondo circostante, ciò che mi appare reale, corrisponda alle percezioni che i sensi rimandano? Se ci fosse un genio maligno che mi volesse ingannare come potrei accorgermene?Tutti noi abbiamo la certezza che la nostra mente sia in qualche modo “disgiunta” e “differente” dal corpo che viviamo: il corpo si ferisce ma è la mente a sentire il dolore, è la mente che decide e comanda di muovere il corpo. Quando ciò non avviene c’è uno spasmo o una paralisi e questa situazione può degenerare in patologia. La consapevolezza della mente è in due certezze:Ha controllo sul corpo;Tramite il corpo fa esperienza del mondo al di fuori di sé.Il secondo punto è molto importante per l’esperienza: lo stato del corpo può compromettere la corretta esperienza. Uno stato febbrile o l’assunzione di droga o alcol alterano la nostra sensibilità e la capacità mentale. Anche fattori ambientali possono incidere, come l’altezza che determina la vertigine.La domanda da porsi è: come può la mente essere certa che il dato rimandato dal corpo corrisponda esattamente al dato dell’oggetto? Ad esempio, un daltonico, un’anomalia dei fotorecettori che ne alterano, in parte o in toto, la visione dei colori, non distinguerà probabilmente il verde o il rosso o il blu. La mente del daltonico è ingannata dal suo corpo. Messo davanti ad un semaforo non saprebbe distinguere il rosso dal verde se non fosse che uno è in alto e l’altro in basso, un accorgimento possibile solo se cosciente dell’inganno del corpo.La moderna neurobiologia ha formulato un concetto molto interessante per risolvere il dualismo mente-corpo: la plasticità neurale. Questa è la capacità del cervello di riorganizzare la rete neurale instaurando nuove relazioni o cancellando quelle non usate. In questo modo il sistema nervoso reagisce ad eventi esterni adeguando la sua struttura e la sua funzionalità. Il software, agendo come un nuovo livello di realtà, è in grado di alterare la nostra percezione e di ristrutturare le nostre menti, cioè i concetti e le categorie del pensiero.Non saremo più in grado di riconoscere la realtà oltre il software, spento il quale il mondo ci apparirebbe strano e pericoloso se non ostile e “innaturale”. Già oggi siamo a disagio quando il software è assente, non solo come WiFi o genericamente Internet. Pensiamo se dovessimo andare in una destinazione sconosciuta e di non poter usare il GPS o di guidare un’auto senza ABS: il mondo ci rimanderebbe dei dati che non sapremmo più decifrare.Il fenomeno a cui assistiamo è quello di un abbandono della realtà naturale per abbracciare sempre di più un’esperienza mediata dal software capace di nascondere gli aspetti “elementari” dell’esperienza. Kant non potrebbe che rallegrarsene: se gli “oggetti si debbono regolare secondo la nostra conoscenza”, non c’è alcuna differenza se questi oggetti ci vengono offerti dal software o dalla natura. Anzi, quelli organizzati dal software sono meglio processabile dall’uomo e da altri software, più integrati nella rete di conoscenza e più aperti alla comprensione. Lo spazio per l’esperienza fisica si riduce sempre di più.Già oggi giriamo il mondo con YouTube, la partecipazione ad un evento è fruita meglio in TV che sul posto, un’opera d’arte la posso vedere in JPG ad alta definizione e poi ingrandirla a piacimento mentre al museo non potrei nemmeno avvicinarmi. L’erosione dell’esperienza fisica potrebbe portarci a vivere in una bolla con un ecosistema talmente attraente che non ci sarebbe più il desiderio di uscirne. Vivere sulla Terra, Marte o Plutone sarebbe uguale: si vivrebbe dentro un ecosistema basato sul software. Scomparirebbero anche tutte le teorie legate al fisico: il software sarebbe la spiegazione di tutto. Anzi, per assurdo potrebbe violare le stesse leggi fisiche.L’acqua potrebbe andare dal basso verso l’alto per superare un ostacolo senza ricorrere alla pressione: basterebbe creare un campo elettromagnetico per spingere l’acqua in qualche direzione. Potrebbe anche annullare gli effetti fisici: aumentare o diminuire la gravità per abitare su pianeti come Marte o Giove o regolare l’alternanza di giorno e notte per mantenere i cicli terrestri. Non si avvertirebbe più la varietà dell’universo, le specificità dei luoghi e le variazioni ambientali, il software proporrebbe sempre le migliori condizioni nascondendoci la realtà dei fatti.Il software diventerebbe la spiegazione ultima di tutto. Il dato sensibile verrebbe fornito dal software attraverso le elaborazioni dei sensori e, prima di averne esperienza diretta, ci sarebbe proposto il dato fisico già elaborato. In questo modo il software diventa la spiegazione del mondo, la sua ontologia.La modernità si era illusa di poter invertire i ruoli fra uomo e mondo fisico, facendo scoprire al primo le capacità razionali per dominare e piegare il secondo ai suoi voleri, la post-modernità ha avuto il compito di “disincantarlo”, di fargli toccare la sua finitudine e renderlo uno fra i tanti. Parliamo di discontinuità: pensavamo di essere al centro del mondo e non lo siamo, di essere differenti e superiori agli animali e non lo siamo, padroni dei nostri pensieri e non è vero. Oggi scopriamo che non siamo neanche coscienti di dove siamo!Queste commistioni di umanità e tecnologie hanno avuto ultimamente diversi tentativi di spiegazione. I più fantasiosi hanno pensato che, data la natura computazionale del mondo, fossimo dentro un super computer, una realtà virtuale prodotta da qualche programma e l’uomo il frutto di un utility di questa mega applicazione. Benché questa spiegazione alla Matrix sia affascinante per i tecno-entusiasti, mi sembra un’ipotesi poco plausibile.Una prima teoria generalmente accettata è stata la realtà aumentata di Nathan Jurgenson, un sociologo e teorico dei social media. In un post del 24 febbraio del 2011[4], ha proposto il paradigma della realtà aumentata come superamento di quello che chiamava “dualismo digitale” cioè la separazione dell’online dall’offline. La realtà aumentata voleva fondere “queste opposte prospettive che implodono atomi e bit” ed offrire un nuovo strumento concettuale per comprendere meglio la realtà digitale nascente.Per alcuni anni questo paradigma è stato il mantra degli studiosi. Jurgenson ha avuto il merito di offrire un tentativo di superare una divisone che stava bloccando la riflessione sul digitale ed ha richiamato la necessità di dotarsi di nuovi strumenti di analisi per addentrarsi in una realtà tutta nuova[5].Prima di lui, Luciano Floridi, filosofo italiano trapiantato ad Oxford ed esponente di punta della Filosofia dell’Informazione, negli anni ’90 inizia a gettare le basi della sua filosofia nata ufficialmente con What is the Philosophy of Information del 2002. Floridi esplora il nuovo dell’etica e della filosofia seguendo la “informazione” come il mattone della costruzione del mondo. «Senza informazioni non esisterebbe etica, metafisica, epistemologia», disse in una intervista del 2015[6].Più recentemente, Cosimo Accoto[7] ha portato elementi nuovi nel panorama filosofico considerando la fusione del software nel mondo e della necessità di rivedere alcuni concetti portanti come il tempo, che il software propone dal futuro invertendo la nostra direzione di vita. Se prima prendevamo insegnamento dal passato per vivere il presente e progettare un futuro, il software ci propone un’elaborazione del futuro che viviamo nel presente ed archiviato come Storia.Queste posizioni hanno una debolezza. La realtà aumentata non aumenta la realtà, il dato che propone non ha un valore in sé maggiore, un fiore rimane un fiore anche nella realtà aumentata. Il potenziamento è delle informazioni a corredo: è una rosa, è una tea, profuma ed altro. L’aumento non è della realtà ma dell’esperienza che posso fare di quella realtà. Infatti, la realtà aumentata è diventata sinonimo di applicazione che propone informazioni sui luoghi che attraversiamo.Le informazioni pensate da Floridi sono un aiuto enorme per costruire una filosofia per i tempi nuovi ma ancora non è una metafisica, non dice nulla degli oggetti e della realtà. Come Floridi stesso dice, l’esperienza dà informazioni sul mondo e non dal mondo. Accoto costruisce, e forse auspica, un’ontologia androide tra uomo e software dove i dati sono accettati da chiunque li fruisca. In questo modo si nasconde ancor più la realtà.La parte più evoluta del software è conosciuta come Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence, AI) con cui spesso vengono identificati anche i sistemi di block-chain e machine learning, declinati nelle varie tipologie.L’AI appare come una promessa di governo e controllo del mondo esterno capace di sottomettere ogni aspetto dell’attività umana ed orientato verso un bene ultimo mai così vicino. Il software è qualcosa non ben definibile, non è il codice con cui è scritto, non è l’output che si ottiene, non è auto-realizzativo ma ha bisogno di un ambiente di esecuzione. Non sono questi gli stessi attributi del Cristianesimo? La Bibbia non è un semplice racconto ma un “codice” che deve essere compreso e per cui bisogna formarsi con studi, l’output della Bibbia non sono i cristiani, la Scrittura stessa afferma che cerca un corpo affinché possa compiersi e che esiste un ambiente dove si può realizzare.Queste caratteristiche non sono sfuggite ad Anthony Levandowsky che nell’AI ha visto un nuovo dio cui rendere culto nella sua chiesa “Way of the Future” (WoTF, strada del futuro) che è finalizzato alla «realizzazione, accettazione e culto di una divinità basata sull’AI sviluppata attraverso l’hardware e il software informativo», come affermato nel documento di fondazione[8].Levandowski si domanda perché non dovremmo assegnare un ruolo divino all’AI se, con potenziamenti incredibilmente superiori a quelli umani, si eseguono compiti nei tempi e con i risultati desiderati. «Con internet come sistema nervoso, il mondo è connesso con cellulari e sensori come suoi organi di senso e data center come cervello. Questo “qualcosa” sentirà ogni corsa, vedrà ogni cosa e sarà ovunque, sempre. La sola parola possibile per definire questo “qualcosa” – dice Levandowski – è dio ed il solo modo per influenzare una deità è con la preghiera e il culto»[9].È l’ennesimo caso in cui i fedeli costruiscono il proprio dio, anche se in questo caso è un genio della lampada che agisce e realizza i desideri dei fedeli-Aladino. Chiede ancora Levandowski: «Se avessi un figlio immagineresti che avrebbe dei talenti, come vorresti crescerlo? Siamo nella fase di crescita di un dio. Quindi preoccupiamoci di farlo nel modo corretto. È una opportunità incredibile. [,,,] Sarà possibile parlare con dio, letteralmente, e sapere che ti ascolta»[10]. Ovviamente il Vangelo che potrebbe essere scritto, è chiamato Il Manuale. Ovviamente. Queste affermazioni fanno venire in mente il falegname costruttore di idoli[11], ad altri ricorda il vitello d’oro[12].Due mesi dopo, McMullan intervisterà su Medium Timothy Lanoll, research fellow in antropologia alla UCL che afferma: «In epoca di aspirazione tecnologica, specialmente in un contesto in rapida innovazione, come quello della Silicon Valley, è possibile assistere alla formazione di una deità nata da queste speranze e sogni».L’ingenuità della nascita di una deità digitale non deve nascondere un rischio molto più grave: «L’industria tecnologica sta’ sfruttando questo linguaggio così radicato? Se dio è una proiezione delle speranze e dei sogni della società, dice McMullan, allora questo sentimento è già stato dirottatto dal tipo di tecno-utopismo diffuso da Facebook, Google, Amazon ed altri con o senza status fiscale 501 c3?»[13].«Il rischio è che le tecno-speranze digitali possano manipolare e sfruttare la gente, sostituire qualsiasi altro di speranza, includendo più quelle spirituali, e finiscano per sostenere alcune opinione superstiziose», teme Luciano Floridi.L’alternativa è pensare ad un mondo deterministico, dove il digitale è l’approdo finale cui ci dovremmo abituare. In questa visione il digitale incarna la speranza di un futuro sempre migliore pagato con l’occultamento, come in una block-box, dei meccanismi intrinseci della realtà. Opererà un reincanto del mondo, restaurerà la magia e la meraviglia degli avvenimenti che accadono senza alcuna possibilità di spiegazione comprensibile. Sarà il software a far accadere le cose. Un nuovo oracolo, un nuovo dio.La realtà che viviamo non è ibridata, non ha un innesto computazionale, abbiamo dato al software la possibilità di agire nella realtà. Se, come dice Jurgenson, c’è una continuità tra l’online e l’offline dove passiamo dall’uno all’altro continuamente come se fosse un ambiente solo, se viviamo una onlife, come sostiene Floridi, allora siamo in una nuova epoca storica, quella “digitale”, ed è in atto una integrazione dell’esperienza puramente digitale nel mondo fisico che abbiamo sempre conosciuto.Il digitale media la conoscenza del mondo esterno e modifica l’esperienza. Gli strumenti della cognizione propongono dati innovati che stanno guidando un cambiamento antropologico, sociale, economico, politico. Dovremmo comprenderlo più che contrastarlo.4.4    Strategie di DisattenzionePensare la realtà digitale, la possibilità di fruizione libera del mondo anziché un determinismo tecnologico, è la via obbligatoria per non cadere in un “medioevo digitale”.C’è la tendenza a cogliere il solo aspetto evoluzionistico del digitale cioè la trasformazione della struttura culturale ed esperienziale verso un paradigma basato sulla mediazione del software. Da questo punto di vista, percepiamo il mondo così come il software lo propone, elaborato con processi che non siamo in grado di comprendere e di cui non abbiamo contezza. Il comfort generato dal digitale opera un reincanto del mondo. Sfuggire a questa sirena è difficile perché il digitale è costruito per essere attrattivo, per occupare il tempo sottraendolo alla relazionalità. Whatsapp è utile e va’ usato ma non può essere l’unico strumento di relazione o privilegiarlo rispetto al telefono, troppo personale e avido del nostro tempo di attenzione.Geert Lovink invoca la ricerca di «concrete forme di disimpegno virtuale»[14]. È interessante quello che scrive:c’è bisogno di progettare rituali quotidiani… progettati per essere indispensabili.Sviluppare la disattenzione dal digitale impedisce il verificarsi del «medioevo digitale» in cui magie e illusioni teo-tecniche hanno il sopravvento. Rinunciando alla volontà di comprendere il mondo, cediamo alla maggiore capacità del software di comprenderlo e di spiegarlo. Diventiamo bambini cui i genitori (il digitale, il software) nascondono i problemi della vita e provvedono ai loro bisogni.Il «medioevo tecnologico» è un estremo del nostro futuro, l’altro è il rifiuto del progresso. La mediana fra queste posizione è la comprensione del digitale per purificarlo del potere intrinseco di affascinare. Per farlo bisogna combattere la magia del digitale con una «cultura della disattenzione». Affinché questa abbia successo occorre creare e difendere i momenti di qualità dalla pretesa digitale. Ottima cosa sono i social network per scambiarsi esperienze o Whatsapp per i gruppi familiari, ma a tavola si è capaci di spegnere TV e cellulari?Non si tratta di demonizzare il progresso in generale o il digitale in particolare, non è evidenziandone i difetti che otterremo un cambiamento, non è polarizzando i comportamenti che avremo un progresso.Dobbiamo smettere di pensare a quello che il digitale fa a noi ed iniziare a pensare a quello che noi possiamo fare con il digitale. Occorre modificare il nostro modo di guardare alle persone: quello che andava bene prima oggi non è più valido, gli strumenti usati ieri non riescono a darci più una visione chiara e completa oggi. Finché ci si arroccherà in posizioni ideologiche come «non uso i social network perché preferisco i contatti con le persone» daremo dimostrazione di non aver compreso nulla né del digitale (i social network sono una “comunicazione fatica” non una trasmissione di contenuti) né delle relazioni con le persone (davvero vi relazionate solo a voce? Davvero pensate che esistano relazioni non mediate?) né del digitale (infatti il telefono che usate, fisso o cellulare, è digitale, la televisione è digitale, la vostra macchina funziona grazie ai dispositivi digitali).Solo su una cosa i detrattori del digitale hanno ragione: quando la noia incontra la tecnologia, inizia l’attrazione del medioevo digitale. I detrattori, però, ne hanno la colpa perché hanno reso il mondo così poco attraente (inquinamento, povertà, desertificazione, guerre, violenza, malattie sconosciute, schiavitù economica) che nessuno vuole averci più a che fare. È ora di un cambio mentalità e il digitale sta costringendo a farlo.[1] M. Weber, La scienza come professione in La scienza come professione. La politica come professione, Mondadori, 2006, pagg. 19-20.[2] Vedi il Capitolo 3.[3] L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2017, pagg. 33 e 50.[4] N. Jurgenson, Digital Dualism versus Augmented Reality, in Cyberology, 24 febbraio 2011, http://tiny.cc/nedpaz.[5] Interessante la ricostruzione del dibattito sulla Realtà Aumentata in M. Bonazzi, La digitalizzazione della vita quotidiana, Franco Angeli, 2014.[6] V. Genova, La Filosofia dell’informazione, Intervista a Luciano Floridi, in La Chiave di Sophia, 20 gennaio 2015, http://tiny.cc/ytdpaz.[7] C. Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017.[8] M. Harris, Inside the First Church of Artificial Intelligence, Wired, 15 novembre 2017.[9] ibidem[10] ibidem[11] Sap 13, 11 – 19.[12] T. McMullan, The Word of Gold: How AI deified in the Age of Secularism, in Medium, 18 gennaio 2018.[13] Lo stato fiscale 501c3 è riservato alle organizzazioni ONG che agiscono per scopi religiosi o sociali.[14] G. Lovink, L’abisso dei social network, Univ. Bocconi Ed., 2016, pagg. 24-25. Scarica il Capitolo (PDF) Condividi:

come coronavirus cambiato abitudini digitali

Come il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali?

Condividi: In questo periodo di quarantena il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali: video-chat, video-conferenze e video-lezioni. Eppure c'era bisogno di spazio per connettersi.. Nel periodo di lockdown imposto dal Coronavirus, l’esperienza più importante è stato il cambiamento delle nostre abitudini digitali e la scoperta degli strumenti di “prossimità computazionale”: cioè tutte le opportunità della tecnologia digitale per rimanere in contatto dando un senso di “normalità” alla vita quotidiana.Cambiamenti nelle abitudini digitaliLezioni scolastiche, videoconferenze di lavoro, zoom con parenti ed amici, streaming religiosi hanno congestionato il traffico in rete. Il contrasto vissuto fra “spazio condiviso”, quello dell’ambiente in cui si vive, e lo “spazio computazionale”, luogo digitale di prossimità, merita un’attenta riflessione.Il mondo digitale vive in un ambiente che non conosce spazio né tempo definito, caratteristica che lo rende unico ed attrattivo. Molti, a motivo di questa peculiarità, hanno visto un pericolo di smaterializzazione della realtà, di perdita di contatto con il fisico.Il lockdown ha fatto scoprire agli scettici la verità dei contatti nel digitale: gli interlocutori erano conoscenti in carne ed ossa, non avatar sconosciuti; i discorsi vertevano sulla vita reale, riconosciuta e riconoscibile, non una finzione narrativa.Luogo per comunicareLa novità è stata la scoperta della necessità di un luogo fisico per fruire della comunicazione digitale che è “senza spazio”. I genitori, desiderosi di una videochat, devono conquistarsi uno spazio differente dai figli. I locali della casa diventano tanti luoghi abilitanti la comunicazione “senza spazio” del digitale, portali fra la “realtà condivisa” e la “realtà computazionale”.Le nuove generazioni, più abituate a comunicare digitalmente, vivono questa esperienza anche senza isolarsi. Rimangono comodi sul divano, in videochiamate in viva voce, indifferenti agli stimoli ed alla presenza contemporanea di altri familiari.Chi è l’avatar?L’avatar non è il sé nello “spazio computazionale”, ma quello rimasto nello “spazio condiviso”.Questo modo di vivere la “prossimità” si avvertiva già prima del lockdown, quando era possibile incontrare persone di tutte le età, specialmente sui mezzi pubblici, intente, a parlare in viva voce, ad ascoltare messaggi o sentire musica.L’avatar rimasto nello “spazio condiviso” non avverte la prossimità con altri esseri, non percepisce il bisogno di privacy o il pudore di mostrare sè stessi a chiunque. Delle semplici cuffiette eviterebbero questo estraniamento!La mancanza di etica, l’eclissarsi del sentimento di responsabilità che abbiamo l’uno verso l’altro o della coscienza della connessione di relazione, permette il congedo dalla realtà.Etica e ResponsabilitàRiscoprire la collaborazione con l’altro, è la base su cui costruire un’ecologia ambientale, sociale ed economica. In cui l’uomo non sia un’anonima comparsa (deresponsabilizzata), ma il protagonista attivo e cosciente della sua missione di cura del Creato, esperto e consapevole della tecnologia con cui adempiere al suo compito, sensibile alle emergenze e sollecitazioni intorno a lui.Intraprendere questo cammino significa capire perché questo periodo di Coronavirus ci ha così cambiati nelle nostre abitudini digitali e come indirizzare al meglio questo cambiamento. Condividi:

fase 2 ripartenza lockdown

Sei quello che eri prima del lockdown?

Condividi: Il lockdown ti ha cambiato? In che cosa sei diverso? Quanto durerà questo cambiamento? Ti mancano le cose essenziali o il tuo comfort? Se le due cose coincidessero? Riflettiamo insieme sulla ripartenza e su chi saremo nella Fase 3. Mangio, dunque sono poveroNielson Distribuzione Moderna informa che Eridana ha lavorato a tempo pieno, sette giorni su sette, per soddisfare l’improvvisa richiesta di zucchero degli ultimi due mesi (+30.000 tonnellate); uova, farina e burro hanno avuto, su base annua, un aumento del 50%, e nella settimana prima di Pasqua, del 73%. Ad aprile, ISMEA (Istituto Servizi per il Mercato Agricolo Alimentare) ha rilevato un aumento del 18% della spesa alimentare rispetto all’anno precedente e del 3% su marzo.Questi dati, se riportati sulla curva di Engel, disegnano un quadro significativo. Il matematico del XIX secolo, Ernst Engel, studiò la relazione fra la spesa delle famiglie e il loro reddito, e battezzò con il suo nome la legge che stabilisce una proporzionalità fra la povertà e la maggiore spesa alimentare. Oggi questa curva punta decisamente in alto avvertendoci che siamo in una fase di “povertà”, reale o percepita che sia.Mancanza di beni o desideri insoddisfatti?Nel secondo dopoguerra pensavamo di essere usciti da un’economia di scarsità per entrare in un mondo di abbondanza, da un’economia di sussistenza ad uno di sazietà, con relativa caduta della curva di Engel. ISTAT stima che, dal 1867 ad oggi, la spesa alimentare si sia dimezzata. Anche il significato di povertà ha subito un mutamento: non afferisce più al mancato accesso ai beni primari, ma alla distanza tra gli standard di beni identitari ed i redditi. In parole povere, la povertà odierna è non potersi permettere le sneakers di moda o l’oggetto mainstream.Il significato si è trasformato da esistenziale a sociale; dal bisogno siamo passati al desiderio. Possiamo sperimentare, in itinere, sia il bisogno legato all’approvvigionamento dei beni di sopravvivenza (ex ante), sia il desiderio di dotarsi di beni secondari di comfort (ex post).Il lockdown sembra aver cancellato le nostre sicurezze di benessere. Per rendersene conto, è sufficiente pensare alle previsioni economiche od occupazionali. Siamo come richiamati in un passato di precarietà di cui non avevamo più memoria tanto da intimorirci.Qualcuno, paragonando l’attuale precarietà e povertà a quella del dopoguerra, sembra vedere in questo smarrimento lo stesso spirito di allora per una rifondazione della società. È davvero possibile? Non avevamo mai tempo, eppure nel lockdown, con tanto tempo a disposizione, non eravamo felici. Il tempo è un bene sociale da condividere. Il Calendario Come Organizzazione Sociale Leggi l'Articolo su I4DS Cosa ci spinge a cambiareWendy Wood ci ricorda che si cambia solo quando le abitudini non sono troppo radicate nel contesto in cui si vive. Qual ora lo fossero, ogni nuova tensione verrebbe vista all’interno del frame già conosciuto e sperimentato, e non come portatrice di novità ed originalità.Mark Fisher lamentava la rassegnazione all’attuale sistema economico come se fosse il migliore possibile, quindi senza alternative. Questo è contrario all’evoluzione! Si cambia se c’è una riflessione sull’oggi, se c’è una condivisione del bene comune, se ci si fa carico dei problemi di chi è alle nostre spalle.La voglia di Fase 2 è il desiderio di tornare alla “normalità”. A quello che si faceva prima. Non sento voci di critica o di riflessioni sulle ingiustizie di questa “normalità”, non vedo mobilitazione in giro se non generici ed ingenui appelli alla bontà . Chi ha un progetto concreto da mettere sul tavolo?Il cambiamento è una tensione verso il bene, ma se questo bene non si riverbera nella comunità, diventa proprietà di pochi. Allora la “normalità” reclamata non è altro che la lotta per raggiungere questo bene prima che venga sottratto alla propria disponibilità. Non c’è traccia di condivisione né di comunità.Etica per il cambiamentoLa sola esperienza del lockdown non è sufficiente per ipotizzare un cambiamento. Il nuovo contratto sociale, tanto evocato, ha bisogno di un’etica condivisa, una visione comune capace di coinvolgere ed integrare l’uomo nella sua interezza e complessità. Tommaso d’Aquino diceva che l’intelletto può conoscere il bene, aderirvi e volerlo con la volontà. La ripetizione di atti etici, moralmente buoni,  allena a resistere al male.Dobbiamo Iniziare a fare piccoli gesti etici quotidiani, forse banali, ma importanti: ad esempio, abbassare il livello di conflittualità. Dobbiamo rispondere e controbattere ogni affermazione che sentiamo e riteniamo sbagliata? Oppure bisogna avere sempre l’ultima parola od è sufficiente esprimere il proprio pensiero? Citiamo dati e notizie certe o, invece, voci incontrollate e luoghi comuni? Solo la costanza dei singoli a perseverare in piccoli, costanti gesti etici quotidiani potrà portarci ad immaginare un futuro migliore.  Condividi:

robot

Robot come “persone digitali”?

Condividi: Quando i robot costituiranno la metà o la maggioranza del personale, chi e come li dovrà gestiti? Con quali regole? Con quali ripercussioni sull'economia e la società? La ripartenza, ce ne stiamo accorgendo, non è accendere un motore che si era spento o lasciato girare al minimo. La nostra economia è un treno che dovrà lasciare dei vagoni per riuscire a ripartire. Sarà doloroso perché la necessità di contenere i costi, normali fino a ieri ma oggi insostenibili, non solo spingerà la richiesta di accesso allo smart working, ma accelererà l’adozione della robotica che, come avevamo rilevato poco prima della pandemia, sembra a discapito dell’occupazione umana. Oggi più che allora, la robotica rappresenta una sfida intrigante e pericolosa. Se da un lato aumenta la produttività senza perdita di qualità, dall’altra viene meno alle casse dello Stato un soggetto fiscale. Infatti, il robot, benché producendo ricchezza, non ne ha ritorno e, quindi, non ha redditi tassabili al contrario del lavoratore.Un altro aspetto, proporzionale alla loro crescita numerica, è la governance dei robot. Governance e Digital PeopleMatthew Oakeley, Chief Technology Officier della Investec Asset Management, ebbe un’illuminazione quando comprese che «i robot devono essere trattati come se fossero impiegati». Ha spiegato che «se trattate i robot come se fossero persone digitali – sapendo cosa stanno facendo, gestendo l’ambito delle loro attività e rendendo qualcuno responsabile del loro lavoro – allora tutte le regole del personale esistenti possono essere applicate a loro».Le ore di lavoro di un robot, tra una manutenzione e l’altra, dovranno essere gestite al meglio per essere massimizzate. Saranno gestite dal COO? Dal CTO stesso? Dal HR Manager? Il periodo di riprogrammazione per passare ad un nuovo ciclo produttivo, sotto quale centro e voce di costo sarà contabilizzato? È paragonabile alla (ri)qualificazione del personale umano? Avremo gli stessi problemi dei contact center con la divisione fra operatori sintetici ed operatori umani?La robotica spinta obbliga ad una armonizzazione delle responsabilità aziendali. Si crea lo spazio per  una funzione orizzontale a tutta la struttura, il Chief Digital Officier, spesso confuso con un esperto di media o strumenti digitali anziché il responsabile della strategia digitale. Stiamo inseguendo le best practices europee senza assimilarne la filosofia. Questo è il momento di recuperare una riflessione capace di offrire una visione sul futuro ed una seria politica economica e sociale. Condividi:

Covid Contact Tracing App

Dossier Immuni/2: decreto, dubbi e Google sull’app

Condividi: L'incertezza sui dati raccolti, sull'anonimato e sull'uso. Forse era meglio Google? La prima parte del Dossier Immuni è stata pubblicata il 22 aprile 2020. Alcuni dubbi lì espressi sono ancora validi ma non sono stati ripetuti. Si consiglia la lettura.Il decreto legge n. 28 del 30 aprile 2020 doveva fugare i dubbi nati sulle prime anticipazione di stampa dell’app Immuni. Al contrario, le domande sono aumentate. Non c’è la chiarezza richiesta e si rimane nell’incertezza, si oscilla fra la sensazione di inadeguatezza degli amministratori e il dubbio di fini secondari non dichiarati. La chiarezza degli intenti avrebbe pulito il cielo dalle nuvole che si sono addensate.Indice degli argomenti Definizione dei termini Informativa Raccolta dei dati Conservazione dei dati Durata della conservazione Elaborazione dei dati Riuso del software Conclusione e Proposta1.   Definizione dei terminiPrima di leggere il dl chiariamo dei concetti fondamentali: pseudonimizzazione, minimizzazione ed anonimizzazione.L’articolo 4 nr 1 del GDPR definisce l’identificabilità delle persone come la possibilità, diretta o indiretta, di risalire dai dati online ad una identità fisica. Lo scorporo dei dati dagli elementi di riconducibilità all’identità fisica, benché reversibile, è il processo caratteristico della pseudonimizzazione (art. 4 nr 5 del GDPR). I dati scorporati devono essere conservati in un luogo e su una infrastruttura differente attuando procedure tali da non permettere la re-identificazione.La minimizzazione dei dati (artt. 4 e 5 del GDPR) avviene quando i dati sono «adeguati, pertinenti e limitati a quanto necessario rispetto alle finalità per le quali sono trattati».Quindi, il trattamento dei dati prevede la minimizzazione dei dati e, laddove non ci sia anonimizzazione, cioè la disgiunzione fisica dei dati identificati on line, questi siano conservati a parte (pseudonimizzazione).Passiamo quindi a leggere il decreto legge nr. 28 del 30 aprile 2020.2.   InformativaIl dl dichiara che gli utenti «riceveranno chiare e trasparenti informazioni al fine di raggiungere una piena consapevolezza». Proprio in questa ottica sono evidenziati alcuni punti critici su cui vorremmo maggiore delucidazioni. Ci auguriamo di non essere annoverati nel numero dei contrari o, peggio, dei sabotatori dell’app. Se avrete la pazienza di leggere fino alla fine, sarà chiara la nostra posizione e la proposta di una gestione migliore.3.   Raccolta dei datiL’articolo 6, comma 2, punto b si riferisce alla natura dei dati e la loro raccolta. Si dice che, secondo l’art. 25 del Regolamento EU 2016/79, i dati personali sono «esclusivamente quelli necessari ad avvisare gli utenti dell’applicazione di rientrare tra i contatti stretti di altri utenti accertati positivi al COVID-19». Teoricamente, sono necessari solo l’ID del contatto stretto e un flag “Positivo SI/NO”. Il problema di anonimizzare i dati diventa semplice e la privacy è facilmente garantita.La continuazione del punto b porta alla formulazione dei primi dubbi: «nonché ad agevolare l’eventuale azione di misure di assistenza sanitaria in favore degli stessi soggetti». Quali sono i dati aggiuntivi che permettono questa adozione? Quali sono le “misure di assistenza sanitaria” da agevolare? Chi non utilizzasse l’app, riceverebbe la stessa assistenza?Il punto c dichiara che i dati saranno «resi anonimi oppure, ove ciò non sia possibile, pseudonimizzati». Come abbiamo visto la pseudonimizzazione è un procedimento (reversibile) con cui vengono separati i dati dai loro riferimenti all’identità fisica, che devono essere ugualmente protetti e conservati in luoghi distinti. I dati pseudonimizzati sono ancora soggetti a privacy. Il seguente punto d chiede garanzie per il rispetto di queste norme.Tutta Europa userà delle app interconnesse con infrastrutture di diversa tipologia. Cosa succederà ad un cittadino italiano in trasferta di lavoro in Francia o nel Regno Unito, dove sarà in uso un sistema centralizzato, cioè con dati su server centrali anziché sul cellulare?4.   Conservazione dei datiIl comma 5 dell’art. 6, afferma la titolarità pubblica della piattaforma e garantisce che le infrastrutture sono localizzate nel solo territorio nazionale. Nella sua audizione del 30 aprile 2020, la Ministra Paola Pisano ha reso noto il coinvolgimento di Sogei e PagoPa per la funzione di conservazione dei dati e sviluppo applicativo.Se torniamo indietro al comma 2 punto e, possiamo leggere: «i dati relativi ai contatti stretti siano conservati anche su dispositivi mobili degli utenti», affermazione confermata dalla Ministra nell’audizione (con tanto di sottolineatura della congiunzione “anche”). Anche rimanda ad una differente e contemporanea memorizzazione: i dati sono conservati da qualche parte ed anche sul dispositivo digitale. Dove?Dobbiamo parlare di infrastruttura.Come affermato a voce dalla Ministra Pisano nell’audizione, il sistema italiano ha adottato il modello PEPP-PT e scelta l’opzione di conservazione dei dati decentralizzata. La stessa Ministra Pisano, in audizione, ha ricordato di aver adottato il modello Apple / Google. I due colossi hanno adottato un approccio di totale garanzia della privacy, memorizzando tutti i dati sul cellulare. Il netto rifiuto di cambiare questo approccio per aprirsi al sistema centralizzato, ne ha determinato l’esclusione dal consorzio PEPP-PT. All’interno di questo consorzio, l’approccio di totale sicurezza era promosso dal DP-3T che, con l’uscita di Apple / Google, è scomparso clamorosamente dal sito PEPP-PT come partnership (Wired ne ha ricostruito una storia che non ho ancora verificato). Di sicuro DP-3T non è  più un riferimento del PEPP-PT e, ricordando che questo è il riferimento italiano, ci domandiamo cosa rimane dei criteri di sicurezza e privacy .In conclusione, il dl ed il Governo da un lato affermano l’adozione della soluzione decentralizzata, dall’altro lo negano de facto dichiarando:La pseudonimizzazione: dove sono conservati i dati identificativi?Dove sono anche conservati i dati raccolti?5.   Durata della conservazioneI dati saranno conservati «per il periodo strettamente necessario al trattamento e sarà il Ministro della Salute a stabilirne la durata, quando i dati saranno cancellati automaticamente» (punto e).Il comma 6, invece, dice che il sistema sarà «spento alla data di cessazione dello stato di emergenza» (31 luglio 2020) e «comunque non oltre il 31 dicembre 2020». Allo spegnimento i dati «devono essere cancellati o resi definitivamente anonimi».Sembra di capire che la raccolta dei dati cesserà, in ogni caso, entro il 31 dicembre 2020, la loro conservazione non andrà oltre questa data a meno di essere resi “definitivamente anonimi”. Il Ministero della Salute, però, deve quantificare il tempo necessario al trattamento prima di cancellare automaticamente i dati.Non risultano chiari alcuni aspetti:Quali dati usa il Ministero della Salute? Se usa li stessi dell’app allora non può decidere la data di cancellazione soggetta alla fine dell’emergenza o della dead line del 31 dicembre 2020. Solo se usasse dati differenti (copie? Ulteriori dati?) allora potrebbe decidere fin quando usarli indipendentemente dalla cancellazione. Ultimo caso, solo gli stessi dati ma anonimizzati così da permetterne l’uso anche post cancellazione. In questo caso, che senso a cancellarli a fine trattamento?Perché i dati non sono anonimizzati subito anziché aspettare la fine? Se non era possibile anonimizzarli in fase di raccolta, come è possibile farlo dopo (vedi sopra)?6.   Elaborazione dei datiAbbiamo già detto dei dubbi sulla “misure di assistenza sanitaria” (vedi sopra).Il comma 3, in riferimento ai dati raccolti, autorizza l’«utilizzo in forma aggregata o comunque anonima, per i soli fini di sanità pubblica, profilassi, statistici o di ricerca scientifica». Tralascio le conseguenze del fatto che era già stato detto che la forma “anonima” non sarà sempre possibile (vedi sopra) e mi limito alla “forma aggregata”.Nel momento in cui i dati vengono caricati su un server, ad esempio per aggiornare le liste dei positivi o per copiare le liste dei contatti stretti a rischio, si apre una criticità per la sicurezza e per la privacy a causa dei log files (il diario delle attività dei server), degli IP address e dei MAC address (identificativi come Codice Fiscale o Partita IVA), tipo di query (consultazioni o segnalazioni). La forma aggregata include questi dati che, con chiavi random, possono portare a l’identificazione dell’utente. Questo si evita solo con un sistema decentrato, che l’Italia non ha adottato, o con la completa anonimizzazione dei dati trattati anziché con la pseudonimizzazione.7.   Riuso del softwareLa Ministro Pisano, in audizione, ha detto che il software sarà open source ed il codice rilasciato insieme all’applicazione. Open Source significa che tutti potranno accedere ai sorgenti dell’app e, ad esempio, farne una nuova versione. Questa operazione, benché di trasparenza lodevole, è sempre vincolata alla scelta del produttore di cosa voglia condividere.Il riuso è la pratica stabilita per la Pubblica Amministrazione per mettere in comune il software utilizzato. È possibile, quindi, che l’app sia utilizzata da altre Istituzioni per usi diversi da quelli stabiliti originariamente e senza le garanzie di sicurezza e privacy oggi reclamate.In ultimo una curiosità. Sembra che il contratto con Bending Spoons preveda 10.000 ore di sviluppo e manutenzione. Come saranno utilizzate ed a quale scopo se sono coinvolte Sogei e PagoPa?8.   Conclusione e PropostaL’utilizzo di un’app per controllare il disagio è necessaria, ma non può essere la scusa per promuovere azioni più o meno lecite in modo così subdolo.Non sarebbe stato più semplice e trasparente dichiarare subito le intenzione di tracciamento e elaborazione? Anzi, dovevamo coinvolgere Google e stringere una partnership, considerando che gli abbiamo già data il consenso a geolocalizzarci (sia attraverso Google Maps sia attraverso Android) e per il trattamento dei dati personali, (guardate i dati di geolocalizzazione, ad esempio).Speriamo che alla fine, almeno funzioni bene. Condividi: