Mese: Giugno 2020

etica Covid 19

Etica Post Covid-19 per una società nuova

Condividi: Nella quarantena ci domandavamo se il Covid-19 ci avrebbe cambiato in meglio. Sono sempre stato scettico ed i dati di questi giorni (mare, calcio, movida) sembrano darmi ragione. Solo ritrovando un'etica condivisa sarà possibile cambiare. Il ritorno alla normalità dopo la quarantena per il Covid-19 ha posto delle domande sulla nostra società come insieme di individui. Tra queste domande, la più grande è se il periodo di lockdown abbia migliorato la nostra etica di comunità o se continuiamo a perseverare nei nostri egoismi e individualismi.Recuperare un’etica collettiva ci permetterebbe di affermare, in questo periodo post Covid-19, che il lockdown ci ha resi migliori, ci ha fortificato come individui e come società. Ma è davvero così?La perdita dell’eticaLa natura si è sempre presentata all’uomo come pericolosa e ricca d’insidie. La sinergia fra scienza e tecnologia, nata nelle rivoluzioni industriali, ha permesso di sconfiggere e liberare l’uomo dalle carestie ed epidemie che lo avevano perseguitato per secoli.Ad oggi, solo nei paesi dove non è possibile realizzare questo matrimonio fra scienza e tecnologia si rintracciano ancora i segni delle tragedie che l’Occidente sembra aver dimenticato.La vittoria della scienza e della tecnologia contro la natura ha un capitolo che non viene raccontato spesso, quello della perdita dell’etica.Infatti, la tecnologia ha liberato l’uomo da qualche cosa. Lo ha liberato dai pericoli e dall’oppressione esterna, ma non gli ha permesso di essere libero di qualcosa. La libertà di fare qualche cosa, di scegliere è una libertà legata all’etica.Quale etica abbiamo?La liberazione dalle oppressioni esterne, è stata vissuta anche come liberazione dai poteri e le forze esterne che sembravano coercizzare la vita dell’uomo. Tra queste, l’etica e la morale provenienti dalle autorità costituite, quali lo Stato e la Chiesa.La scienza e la tecnologia, hanno sì vinto questi poteri ed oppressioni, ma non sono state in grado di sostituirle né di indicare una strada dove poter ritrovare un valore comune e condiviso. Tramontata l’idea di un’etica assoluta, si fa strada l’idea dell’etica individuale dove l’unico riferimento riconosciuto era il raggiungimento del bene personale.Abbiamo un’etica condivisa per affrontare il periodo post Covid-19?La necessità di regole per una vita sociale comune, ha obbligato ad una difficile mediazione fra i beni individuali affinché si giungesse ad un compromesso cui ognuno ha sacrificato parte delle proprie aspettative.Il digitale amplifica la percezione di affrancamento dai condizionamenti esterni e di costruzione di un universo all’interno del quale sia possibile vivere liberamente. I legami e le connessioni con il mondo esterno e con le persone si affievoliscono e la propria responsabilità verso la biosfera e l’umanità viene sempre più disconosciuta.Anche nel recente periodo di lockdown per la pandemia da Covid-19, se è vero che le videoconferenze hanno permesso di mantenere i contatti e le relazioni, questo è avvenuto digitalmente, cioè non si è condiviso lo spazio ed il tempo, i nostri interlocutori potevano essere non solo in spazi differenti ma anche in tempi (fusi orari) differenti. Il digitale, come un mixer, miscelava gli spazi ed i tempi differenti per dare un unico output condiviso.Realtà Condivisa e Realtà DigitaleNegli incontri di persona, condivido il tempo e lo spazio con gli altri partecipanti e devo trovare un codice di comportamento condiviso che lo regolamenti. Questi sono i saluti iniziali, i preamboli alla discussione, il modo civile di discutere, il modo di concludere e di salutarsi.Nel digitale tutti questi codici sociali sono distrutti e vanno negoziati nuovamente. Si presenta nuovamente l’esigenza di ritrovare un bene comune cioè condiviso.  Non dovremmo continuare ad utilizzare gli strumenti digitali per aumentare la divisione, ma come laboratorio per verificare nuove forme di socialità, rintracciare valori comuni e condivisibili per recuperare la cura e l’attenzione verso il mondo esterno ed i suoi abitanti.Il recente fenomeno dello smart working durante la pandemia da Covid-19 è un esempio evidente. Perché così tanti lavoratori gradiscono e richiedono questa nuova modalità? Perché allontanandosi dal mondo esterno (la sede di lavoro) e dai suoi abitanti (colleghi e superiori), eludono la difficoltà della mediazione dei valori individuali per giungere ad un modus vivendi condiviso. Lavorare da casa inserisce il lavoro all’interno dell’universo personale, nella propria comfort zone evitando tensioni e condizionamenti.È un modo inadeguato di utilizzo del digitale che asseconda il desiderio di vivere liberi da l’altro anziché liberi di vivere con l’altro.ConclusioneIl recupero dell’etica non si ottiene con un compromesso raggiunto fra gli interessi dei singoli. È necessario identificare un bene vero cui tendere e sul quale regolare i comportamenti dei singoli. La virtù diventa la misura della distanza fra noi ed il bene da raggiungere.Se inizieremo questo percorso di nuova socialità per un’etica collettiva, potremo dire che il Covid-19 ci ha resi migliori, altrimenti ci incattiviremo ancora di più. Condividi:

counseling digitale

Counseling e Digitale

Condividi: Il counseling è basato sul dialogo. Come può il digitale essere di aiuto, se media la comunicazione fino a ridurla ad autobiografica? IntroduzioneGli strumenti del digitale sembrano in contraddizione con il counseling, pratica che richiama immediatamente sessioni di dialoghi e confronti in presenza.Per questo motivo, quello che è stato chiamato e-counseling non ha riscosso molto successo. Non voglio analizzare qui i motivi, ma comprendere se e quali spazi di collaborazione ci possano essere.Tratteremo il digitale secondo due visioni: multimedialità e scrittura. Nella prima includiamo principalmente la videoconferenza, mentre nella seconda la scrittura di testi, chat e messaggerie comprese.IndiceMultimedialitàScritturaScrivo, dunque Parlo? Leggo, quindi Ascolto?Informazione è Comunicazione?Comprendere il DigitaleConclusione MultimedialitàRiguardo alla prima visione del digitale, il periodo di lockdown ha permesso di familiarizzare con i vari sistemi disponibili, tanto da renderci abituale l’uso di videoconferenza.Qui il problema è l’invasione della privacy: il disagio provato dall’invasione di una videoconferenza non programmata (o, al contrario, come suggerisce Floridi, l’essere trasportati forzosamente nella privacy di qualcun altro) rende antipatico e scomodo l’uso generalizzato dello strumento.ScritturaLa seconda visione del digitale costituisce un nodo problematico da valutare con maggiore attenzione. Vorrei partire da una considerazione di Maurizio Ferraris che afferma che gli strumenti digitali testuali, come il web, «costituiscono la forma attuale della realtà sociale», «una sfera di atti registrati e definita come documentalità». La documentalità diventa multimediale, perciò documedialità.Il presupposto della comunicazione è la possibilità di scrittura. Un ribaltamento rispetto al passato, dove la scrittura era seguente, al massimo contemporanea, all’oralità. Scrivere è condizione di comunicazione.Nel digitale non è esattamente una novità.L’SMS, la killer application del 2G, il primo sistema digitale, si basa su una tecnica chiamata Store & Forward. Il messaggio non viene inviato al destinatario finale, ma al Centro Servizi che lo memorizza e poi cerca di inviarlo al destinatario entro 48 ore, al termine delle quali il messaggio viene cancellato.Anche le email hanno questa caratteristica, con una grande differenza dai due strumenti precedenti: il destinatario è interessato, poco o tanto, a ricevere le informazioni. Lo spam della email non riscuote lo stesso interesse.Scrivo, dunque parlo? Leggo, quindi ascolto?Comunicare diventa secondario rispetto all’iscriversi nel web o in un’app. Questa è una promessa di comunicazione e diventa una funzione fàtica, una sorta di entropia linguistica.La funzione fàtica è uno stato primitivo della comunicazione, quasi una rassicurazione delle proprie capacità e possibilità di farsi sentire. È una comunicazione fine a sé stessa che Malinowski mette al centro della vita del villaggio primitivo, quando, intorno al fuoco del villaggio, nei momenti di ozio, la comunità si ritrova insieme e attraverso una comunicazione informale e leggera, crea il presupposto dell’intimità dell’amicizia e della confidenza.Il testo, è come un messaggio nella bottiglia lanciato nel mare del digitale: porta con sé la speranza che qualcuno risponda.Il racconto subisce una torsione semantica improvvisa: da narrazione diventa autobiografia. Il racconto, la storia, non può essere immediatamente narrata, deve passare per una fase propedeutica, banalizzarsi forse, e diventare generica senza un destinatario preciso.Un racconto che non ha destinatari, è un’autobiografia.Non più un dialogo, non più un confronto. L’autobiografia non è una comunicazione, in cui l’altro ha diritto di replica, ma è semplice informazione, dove consegno frammenti di vita svincolati dal legame narrativo.Scrivere diventa essere, anzi, essendo una bottiglia nell’oceano, è davvero quest’essere gettati nel mondo del Dasein heideggeriano: scrivere come esistenza. Se il testo è l’atto autobiografico, la nostra esistenza diventa solitaria, rinchiusa su sé stessa, per analogia potremmo dire solipsistica.Nel counseling, se lo scrivere sostituisce il parlare, il leggere sostituisce l’ascolto? La dinamica comunicativa subisce una modifica, oserei dire ontologica.Definiremo il counseling come dialogo o come carteggio?Informazione è comunicazione?Se desiderassi abbandonare Ferraris per Luciano Floridi, le cose si faciliterebbero solo a prima vista.Qui dovremmo seguire principalmente il flusso dell’informazione e studiarne l’effetto sul suo destinatario. Da questo punto di vista, non ci sarebbe una grande differenza dal dialogo personale, perché il destinatario riceverebbe ugualmente l’informazione di cui ha bisogno.Come ogni buon giornalista insegna, c’è una differenza sostanziale fra dato, informazione e notizia.Il dato è l’elemento esperienziale, il primo percepito e di cui si ha coscienza. Quando il dato viene elaborato, cioè “pensato” all’interno di un sistema culturale, ecco che si trasforma in informazione. Se poi viene inserito all’interno di una narrazione, facendosi storia, diventa notizia.Rifuggendo ogni egemonia e sospetto di antropocentrismo, viene negata la possibilità di costituzione delle notizie. Infatti, la storia comporta un giudizio di verità da cui ci si vuole astenere in nome di un (mal compreso) diritto di parola e pensiero.In definitiva, il rischio del relativismo e dell’«uno vale uno» è dietro l’angolo.Comprendere il digitalePersonalmente, penso che il digitale operi una mediazione nuova che stiamo iniziando a riconoscere solo grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di ricerca e di analisi.Finché non affineremo questi strumenti, è opportuno che ci siano chiarezza ed accordi preventivi sull’uso e sul significato del supporto digitale, affinché non si incorra in equivoci ed incomprensioni.Non credo che la presunta smaterializzazione del corpo nel digitale possa compromettere il dialogo, anzi, ammesso che sia vero, sarebbe un vantaggio perché eliminerebbe eventuali ritrosie e pudori.ConclusioneAllo stato attuale, il digitale può essere un utile strumento nel counseling solo in presenza di un protocollo di utilizzo concordato e condiviso fra le parti.Questo è possibile solo se il counselor è in grado di governare la comunicazione digitale e di educare ad essa il suo assistito.Insomma, come in tutte le arti e le professioni, non bisogna confondere la user experience con la expertise. Affidiamoci ai professionisti anziché agli esperti o ai capaci. Condividi:

IBM Riconoscimento Facciale

IBM abbandona il riconoscimento facciale

Condividi: La Algorithmic Justice League elogia la decisione di IBM di interrompere la fornitura di tecnologie di riconoscimento facciale di massa ed invita ai passi successivi: il cambiamento sistematico richiede risorse. IBM dovrebbe essere il capostipite del settore e ogni azienda dovrebbe impegnarsi a fornire almeno un milione di dollari per sostenere la giustizia razziale nella tecnologia. Ieri (8 giugno, NdT) IBM, coerentemente ai principi sottoscritti, ha annunciato la decisione di interrompere la fornitura di tecnologia di analisi e riconoscimento facciale di massa. Nell’annuncio, il CEO di IBM Arvind Krishna ha dichiarato:“IBM si oppone con fermezza e non ammetterà l’uso di alcuna tecnologia, inclusa la tecnologia di riconoscimento facciale offerta da altri fornitori, per la sorveglianza di massa, la profilazione razziale, le violazioni dei diritti umani e delle libertà fondamentali o qualsiasi altro scopo che non sia coerente con i nostri valori.“L’Algorithmic Justice League elogia questa decisione come primo passo in avanti verso la responsabilità aziendale per promuovere un’AI equa e responsabile. Si tratta di un gradito riconoscimento del fatto che la tecnologia di riconoscimento facciale, in particolare quella implementata dalla polizia, è stata utilizzata per minare i diritti umani e danneggiare specificamente i neri, nonché i Nativi (Indigenous People, NdT) e altre Persone di Colore (BIPOC).La decisione di IBM si basa sul lavoro della fondatrice di AJL, Joy Buolamwini, che con il Dr. Timnit Gebru ha pubblicato nel 2018 ricerche pionieristiche intitolate Gender Shades. Questo lavoro ha dimostrato che le tecnologie commerciali di riconoscimento facciale erano distorte sulla base del genere e del tipo di pelle, configurando una discriminazione razziale. A seguito del lavoro chiamato Actionable Audit guidato da Inioluwa Deborah Raji e pubblicato con Joy nel 2019, si è anche mostrata l’importanza della differenza di precisione nel riconoscimento facciale di massa. In particolare, i sistemi esaminati in questi studi – inclusi quelli di IBM, Microsoft e Amazon – hanno ottenuti risultati peggiori sui volti più scuri rispetto ai volti più chiari in generale, e peggiori sui volti femminili rispetto ai volti maschili, e pessimi sui volti femminili più scuri, evidenziando le implicazioni spesso invisibili ma critiche dell’intersezionalità.A differenza dei loro colleghi del settore, IBM ha risposto entro ventiquattro ore dalla ricezione dei risultati della ricerca e ha rilasciato una dichiarazione impegnandosi ad affrontare il bias dell’AI. Nell’annuncio di ieri, IBM ha fatto ancora una volta una mossa coraggiosa nella giusta direzione e incoraggiamo altre società tecnologiche a seguire l’esempio.Sappiamo anche che è necessario molto di più.Per sostenere le affermazioni pubbliche come Black Lives Matter, le aziende devono impegnare risorse per trasformare tale affermazione in realtà. Affinché le organizzazioni come la nostra continuino a svolgere il difficile lavoro di analisi tecnica e comunicazione pubblica su pregiudizi e conseguenze dei sistemi algoritmici, a sensibilizzare e sostenere l’interesse pubblico, le società tecnologiche devono contribuire a finanziare la capacità di azioni pubbliche.A tal fine, chiediamo alle aziende tecnologiche che traggono sostanziale profitto dall’intelligenza artificiale – a partire da IBM – di impegnare almeno 1 milione di dollari ciascuna per promuovere la giustizia razziale nel settore tecnologico. I soldi dovrebbero andare direttamente come offerte incondizionate per sostenere organizzazioni come la nostra che guidano questo lavoro da anni, così come Black in AI e Data for Black Lives.Chiediamo inoltre alle aziende che continuano a sviluppare una gamma di tecnologie di riconoscimento facciale di sottoscrivere il Safe Face Pledge, un meccanismo che abbiamo sviluppato per le organizzazioni affinché assumano impegni pubblici per mitigare l’abuso del riconoscimento facciale e della tecnologia di analisi. L’impegno proibisce l’uso letale della tecnologia, l’uso illegale nella polizia e richiede trasparenza in qualsiasi uso del governo.La giustizia razziale richiede giustizia algoritmica. Prendi posizione e sostienila con l’azione.L’Alhorithmic Justice League è un’organizzazione che unisce arte e ricerca per illuminare le implicazioni sociali ed i pericoli dell’intelligenza artificiale. La nostra missione è di aumentare la consapevolezza dell’impatto dell’AI, dotare il progetto di ricerche empiriche per sostenere campagne di sensibilizzazione, dare voce alle comunità più colpite e stimolare i ricercatori, politici ed industrie a ridurre i pericoli e gli errori dell’AI. Maggior informazioni su https:/ajlunited.orgTraduzione dell’articolo IBM Leads, More Should Follow: Racial Justice Requires Algorithmic Justice di Joy Buolamwini, Aaina Agarwal e Sasha Costanza-Chock pubblicato il 9 giugno 2020 su medium.com.Abbiamo richiesto alla Algorithmic Justice League il permesso di pubblicare, nella nostra traduzione, il commento alla recente decisione di IBM di ritirare il software di riconoscimento facciale. La AJL è impegnata a combattere i pregiudizi razziali presenti nell’AI. Condividi:

app Immuni Governo

Immuni: l’ultima beffa

Condividi: Immuni è operativa sul territorio nazionale, ma i dubbi rimangono, anzi aumentano. Ad esempio, perché l'app non è stata firmata digitalmente dal governo italiano? Immuni, l’app per il contact tracing del Governo Italiano, è attiva da oggi, 15 giugno, su tutto il territorio nazionale.L’annuncio è stato dato dal Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, in occasione della presentazione del DCPM dell’11 giugno, che inaugura la Fase 3. Purtroppo, i dubbi che avevamo già espresso in passato, Dossier Immuni del 22 aprile e Dossier Immuni/2: Decreto, Dubbi E Google Sull’app del 4 maggio, sono confermati e, anzi, se ne aggiungono altri.IndiceSperimentazione Secretata?Digital and Social DivideImmuni e RistorantiIl Governo non “firma” l’app Immuni. Addio privacy?ConclusioneSperimentazione Secretata?Immuni era scaricabile già da una settimana in tutta Italia, benché fosse attiva la sola sperimentazione nelle regioni di Abruzzo, Liguria, Marche e Puglia. La Ministra dell’Innovazione, Paola Pisano, intervenendo ad inizio sperimentazione ad UnoMattina su Rai1, dichiarava che l’app era stata «accolta bene dai cittadini, che ne hanno apprezzato la semplicità e l’utilizzo, e l’utilità» (ma non i pregiudizi sociali) ed informava che erano stati effettuati più di due milioni di download.Improvvisamente, siamo entrati nella “fase di produzione”, nella piena attività dell’app senza che il Governo abbia comunicato quali risultati siano stati raggiunti dalla sperimentazione.Quanti hanno scaricato l’app? In quanti la usano quotidianamente? Ci sono stati malfunzionamenti? Falsi positivi? Dalle dichiarazioni della ministra Pisano (7 giugno) fino alle dichiarazioni del Commissario all’Emergenza, Domenico Arcui, a Sky TG24 (12 giugno) si parla solo di circa due milioni di download (Arcuri di 2,2 milioni).Il 12 giugno, il governatore della Liguria, Giovanni Toti, ha dichiarato lo sblocco dei primi 3 codici dell’app Immuni a seguito di 3 soggetti positivi. Qual è stato l’esito? In quanti hanno dichiarato di fare il test a seguito dell’alert ricevuto dall’app? Se non lo hanno verificato, che sperimentazione hanno fatto? Ad esempio, sarebbe stato sufficiente far giungere una segnalazione all’ASL dal medico di base «richiesti x test a seguito di alert Immuni».La trasparenza non sembra una qualità di questo progetto.Digital and Social DivideIl periodo di quarantena ha acceso un faro su una verità nota agli addetti ai lavori ma non al grande pubblico: il digital divide.Abbiamo imparato che questo termine indica la disparità di accesso al digitale. Mancanza o limitazione della rete di connessione (la mitica banda–qualcosa), ma anche mancanza o inadeguatezza dei dispositivi digitali, mancanza o insufficiente abilità o competenza dell’uso dei dispositivi digitali.Se fosse presente una connessione, ma non fossero soddisfatti anche gli altri due requisiti, non sarebbe possibile usufruire dei servizi emergenziali ed il digital divide si trasformerebbe in social divide. L’app Immuni ha dei requisiti che restringono l’installazione sui soli dispositivi di ultima generazione.In tempo di coronavirus, con il crollo del PIL, disoccupati ed inattivi alle stelle, attività commerciali che non apriranno più, sussidi che tardano ad arrivare e famiglie in difficoltà, non c’è spazio per l’acquisto di costosi smartphone.In una famiglia media, quanti dispositivi bisognerebbe acquistare? Gli anziani, soggetti più a rischio, hanno abilità e competenza per gestire uno smartphone? Siamo sicuri che questo limite anagrafico non si abbassi a causa della povertà o del livello di istruzione?Tecnici e Governo si affrettano ad accusare Apple e Google di applicare regole marketing restrittive  ai loro Store e dispositivi tali da compromettere l’utilizzo di Immuni. Questi vincoli, però, sono di pubblico dominio ed accessibili a tutti gli sviluppatori IOS ed Android. Inoltre, Google Analytics, ShinyStat, StatCounter e tanti altri, mettono a disposizione di chiunque abbia un’app, un blog, un forum o un sito web, strumenti di analisi tra i quali le tipologie di dispositivi di accesso, persino il loro sistema operativo.Governo, Ministro ed Esperti coinvolti, da quale esperienza professionale provengono per non conoscere queste informazioni, per non verificare i requisiti hardware e software dell’app, ma “scoprirli” solo in fase di rilascio? L’alternativa è fra dilettantismo e l’ipocrisia (cosa nascondono?).Intanto milioni di persone non saranno protette, proprio quelle più deboli e bisognose di assistenza!Immuni e RistorantiImmuni è su base volontaria, cioè non c’è obbligo di utilizzo.La Fase 2, che prevedeva la riapertura dei ristoranti, stabiliva l’obbligo di registrazione e la conservazioni dei dati dei clienti che prenotavano. Il DCPM del 10 giugno, conserva questo obbligo (vedi Scheda Tecnica RISTORAZIONE, quinto punto).Fra le molte domande possibili, riporto solo le più immediate:Se immuni è anonimo, perché il tracciamento nei ristoranti è nominativo?Se Immuni è decentralizzato, perché nei ristoranti c’è la centralizzazione dei dati?Chi conserva i dati? Come ne garantisce l’integrità e la sicurezza? Chi e come cancellerà i dati?In caso di positività, qual è il processo di segnalazione ed allarme previsto? Chi informa i clienti potenzialmente contagiati? Che fine ha fatto la privacy?Perché schedare i soli clienti prenotati e non gli avventori?Ma più di tutti: perché questa norma se c’è già il tracciamento di Immuni?Il Governo non “firma” l’app Immuni. Addio privacy?Il Laboratorio Nazionale di Cybersecurity del Consorzio Interuniversitario nazionale per l’informatica (CINI), ha pubblicato, il 10 giugno, il white paper «Considerazioni su Privacy e Security delle App di Proximity Tracing».Le 17 pagine del documento sono un’analisi approfondita sul tracing, sulle sue implementazioni e sulla realizzazione dell’app Immuni.Le analisi ed i dubbi che abbiamo espresso in passato, trovano conferma dal CINI. Ad esempio, la pseudo anonimizzazione, i differenti metodi in Europa che invaliderebbe la nostra privacy (il governo glissa su questo problema, nascondendosi in un non meglio specificato bug di sistema di Apple e Google che impedisce l’uso di Immuni all’estero. Sentite anche voi le unghie sul vetro?), l’accesso e la conservazione dei dati.Tralasciando le ipotesi di hackeraggio, tutte le criticità espresse in passato vengono confermate e se ne scoprono di nuove, ad esempio l’affidabilità incerta  dei dati metrici del bluetooth.Il sospetto più grave sollevato dal documenti riguarda la privacy. Infatti, Immuni si basa su un funzioni dei sistemi operativi di Google ed Apple, proprietari e quindi non pubblici. Si chiede il CINI: come possiamo avere la certezza che la privacy di Immuni non sia vanificata da qualche routine di sistema?In aggiunta, al paragrafo 4.2, si riporta la preoccupazione degli stessi sviluppatori di Immuni per l‘impossibilità di verificare se il codice open source dell’app sia effettivamente quello distribuito negli Store Google ed Apple o se abbia subito modifiche.Un timore espresso dai tecnici del governo!Non solo. Cito testualmente a pag. 10: «Questo problema non è di secondaria importanza. A tal proposito è opportuno osservare che, contrariamente alla prassi, la app di Immuni distribuita su Google Play, non è firmata digitalmente dallo sviluppatore, ma da Google stessa. Sorge quindi il dubbio che neppure le autorità italiane siano in grado di verificare la corrispondenza tra il codice distribuito pubblicamente e la versione distribuita su Google Play e installata sui nostri smartphone».La firma digitale è un sistema per cui viene garantito che il contenuto distribuito sia corrispondente a quello inviato. In pratica, il governo non può garantire che Immuni sia esattamente quello che loro hanno sviluppato!Cosa stiamo scaricando? Davvero dobbiamo dare fiducia a dei colossi, arricchiti commerciando le informazioni sugli utenti, quando dicono che non raccoglieranno i nostri dati?ConclusioneImmuni continua ad essere un’app poco trasparente, doveva salvaguardare il benessere comune ed è, invece, uno strumento per una sola parte della società, mentre quella più a rischio rimane esclusa dal servizio che doveva proteggerla.Il Governo ha effettuato una sperimentazione di cui non conosciamo gli esiti, ma di sicuro non ha “firmato” l’app, cioè non garantisce che Immuni funzioni come ha sempre dichiarato che dovrebbe funzionare.Invece di perdere tempo sulle presunte immagini sessiste, date in pasto ad un pubblico distratto e distraibile, bisognerebbe concentrarsi sulle reali criticità e porre queste domande scomode ai nostri rappresentanti politici. Condividi:

data scientist

Data Scientist. Tra mancanza ed inutilità

Condividi: Data Scientist è una fra le figure più ricercate e di cui ci si lamenta della mancanza. Esiste una coincidenza fra le aspettetive dei Data Scientist e quelle aziendali? Le aziende si lamentano spesso della mancanza delle risorse professionali per gestire le nuove specializzazioni della Industry 4.0. Ad esempio, c’è carenza di data scientist, cioé specialisti in grado di orientarsi fra i TB di dati che le aziende stanno accumulando.Si potrebbe pensare che questa sia una delle migliori opportunità per una brillante carriera. Data scientist è un crocevia di competenze matematiche, statistiche ed informatiche e si basa su una nuova classe di algoritmi di apprendimento in costante aggiornamento e sulla disponibilità di big data.Non c’è una descrizione condivisa del loro compito, né una funzione esatta che identifichi la loro attività, segno sia dell’emergenza dell’opportunità sia della difficoltà di valutazione dei compiti e dei risultati.Sono sorte leggende sui compensi economici, sui progetti assegnati o sulla capacità di influire sulla strategia aziendale che si scontrano con la realtà dei… numeri (ironia della sorte) di un sondaggio di Kaggle, recente acquisizione di Google. Su 16.000 intervistati, il 66% di chi si dedicava al machine learning è autodidatta e poco più della metà a seguito corsi online. Solo il 30% ha avuto, nel proprio corso formale di studi, una formazione sul machine learning o sulla data science.Di contro, più della metà dichiara di trascorre 1-2 ore alla settimana in cerca di un nuovo posto di lavoro. Secondo Stack Overflow, su 64.000 intervistati, il 14,3% dei machine learning specialist ed il 13,2% dei data scientist, sono in cerca di un altro posto di lavoro a fronte di valori medi di turnover al di sotto del 5%.Perché si verifica una tale emorragia? Non ci dovrebbe essere, al contrario, un alto tasso di retention? Quali sono le maggiori cause di abbandono? Proviamo ad elencarle.Aspettative deluseI data scientist si attendono di svolgere un ruolo chiave nell’azienda e di essere impegnati in sfide emozionanti ed ambiziose. Invece, molte aziende, incerte e dubbiose, non investono come dovrebbero nel machine learning.Quindi, il primo compito del data scientist è organizzare l’infrastruttura, convincere i manager riottosi e diffondere una cultura aziendale aperta ai big data. Probabilmente le aziende non hanno ben chiaro quale siano i compiti di un data scientist oppure non vogliono spendere soldi per una figura senior. In ogni caso, c’è un mismatch fra aspettative e realtà e la disaffezione diventa palpabile.Affari, non scienzaLe aziende devono fatturare mentre i laboratori fanno ricerca. La confusione fra questi due aspetti genera delusioni. Se si pensa di entrare in un mondo dove il proprio estro sia qualificato e sfruttato in progetti all’avanguardia, facilmente ci si scontra con la realtà delle dinamiche del lavoro, dove la reputazione conta più della preparazione, l’affidabilità più della capacità, la bontà del lavoro quotidiano più di quello straordinario e le relazioni più delle innovazioni.Obiettivi inadeguatiSe l’azienda non ha una chiara visione del machine learning, il data scientist si troverà a fronteggiare richieste fuori dalle proprie competenze o che non soddisfano la specializzazione raggiunta. Insomma, uno chef stellato per cuocere uova al tegamino.L’incomprensione del proprio lavoro, richieste fuori target o con tempi non coerenti, spingono a chiedersi: «dove sono capitato?».Assenza del TeamLaddove il machine learning non sia una scelta aziendale, non si riuscirà a formare un team di specialisti con cui condividere progetti, confrontarsi, sperimentare, condividere. La community online diventa il paradiso e l’isolamento in azienda una salvezza.In conclusione, se è vero che non esiste una formazione adeguata, bisogna fare i conti con la scarsa preparazione culturale delle aziende che assumono risorse più per il titolo da mostrare che per adempiere a strategie aziendali.D’altra parte, l’economia italiana è fondata sulla PMI la cui dimensione e mercato non è così ampia da richiedere investimenti particolari in machine learning.Per sostenere l’economia futura, serve prima di tutto sviluppare la struttura economica nazionale per poi innervarla di specializzazioni d’avanguardia. Condividi:

economia covid

Come il Covid-19 ha cambiato l’economia

Condividi: In questa fase 2, qual è la situazione economica creata dalla pandemia di Covid-19? Nel periodo di quarantena la produzione si è quasi fermata in tutto il pianeta e oggi possiamo dire che il Covid-19 ha cambiato l’economia del nostro mondo. Il PIL è crollato ovunque e milioni di lavoratori sono a rischio. Si invoca il ritorno alla normalità come condizione necessaria per rimettere in moto l’economia e recuperare il benessere perduto. Quando riprenderemo, sarà tutto come lo abbiamo lasciato?Trasformazione digitale?Il nostro sistema economico mondiale era in una profonda crisi già prima della pandemia. L’equazione aurea più consumo – più lavoro – più benessere dava solo valori negativi perché, per sostenere la competitività, bisognava contenere i costi. Questo avveniva riducendo il personale ed incrementando l’automazione.Durante il periodo di chiusura, abbiamo assistito ad un fenomeno a cui pochi hanno dato valore: si poteva acquistare solo online e l’e-commerce, Amazon in primis, ha realizzato grandi fatturati a discapito della GDO, obbligata alla chiusura. Mentre l’economia tradizionale segnava il passo, quella “digitale” nuotava nell’insperato effluvio di denaro come un novello Paperone.“Trasformazione Digitale” è il processo di integrazione delle tecnologie digitali in tutti gli aspetti del business, un processo che comporta cambiamenti sostanziali a livello di tecnologia, cultura, operazioni e generazione di valore. Un piano di formazione prevedeva la riqualificazione del personale laddove neppure le università erano in grado di garantire un percorso di studi adatto alle nuove sfide.La trasformazione digitale delle attività produttive passa attraverso la ristrutturazione aziendale, principalmente con la riduzione di personale e l’aumento dell’automazione. A parità di produzione, si abbassano costi e tempi, ma la ricchezza prodotta ha una differente distribuzione.Verso la Transizione EconomicaSemplificando, se prima erano necessari 10 addetti al costo di € 1.000 l’uno per garantire la produzione, ora ne sono sufficienti 8, magari con un costo inferiore a motivo delle minori ore lavorate. La società che prima pagava € 10.000 oggi ne paga non più di € 8.000. I € 2.000 di differenza non sono tassati né ridistribuiti ed entrano nell’immediata disponibilità dell’azienda sottraendoli al bene comune.Se poi l’azienda è una digital company, il processo diventa esponenziale tanto da permettere a Jeff Bezos, CEO di Amazon, di non pagare tasse a fronte di miliardi di dollari di fatturato.In realtà, siamo in una “Transizione Economica”, cioè nel passaggio da un’economia basata sul lavoro umano ad una basata sulla computazione, su processi digitali che escludono l’uomo.Comprare su Amazon, significa entrare in un sito web, scegliere un prodotto, pagare con e-payment, attendere che l’ordine arrivi in magazzino dove, un lavoratore sintetico (cobot) o biologico (persona), confezioneranno la spedizione con articoli prodotti in fabbriche automatiche, ed in fine consegnati (fra poco) da droni.Gestione giacenze, ordini, resi, carico e scarico già avvengono in modo computazionale, ugualmente all’analisi dei flussi di cassa, venduto, pipeline, ROI, EBITDA e tutti gli altri. Al customer care operano chatbot, o operatori sintetici, in grado di capire il linguaggio naturale e rispondere sensatamente.Quale lavoro rimane disponibile all’uomo se non quel precariato altrimenti conosciuto come gig economy?Economia ComputazionaleNon siamo in un’economia digitale, ma computazionale in quanto ogni fase ed ogni attività viene misurata, compresa numericamente e perciò resa disponibile a qualsiasi computazione, dal web al delivery.L’uomo, per entrare in questa economia, deve farsi numero, diventare cifra di una computazione che gli impone un ritmo di lavoro livellato a quello dei colleghi sintetici (cobots) che non si stancano, non mangiano, non vanno al bagno, non hanno rapporti sentimentali o vita sociale.Il Covid-19 ha quasi estirpato gli ultimi circuiti di economia tradizionale. Quante attività non hanno riaperto? Quante non lo faranno più?Lo smart working, o almeno la sua versione irregolare oggi implementata, è sbilanciato sul beneficio della società: si risparmia sulla location (uffici più piccoli se si lavora a casa) e le infrastrutture (connessioni e strumenti di lavoro). La produttività aumenta, non perché sia una modalità migliore, ma a causa del dilatarsi inavvertitamente dell’orario di lavoro. Se il lavoratore è donna, moglie/compagna e madre, la situazione diventa insostenibile. Aggiungiamo un po’ di DaD ed il quadro è completo. Addirittura alcune società iniziano a non pagare più buoni pasto perché si mangia a casa!I lavoratori sono disposti a sopportare qualsiasi angheria pur di conservare il lavoro, mentre la ricchezza prodotta, in gran parte dalla computazione, sfugge agli attuali regimi fiscali e finisce nelle grandi compagnie digitali, Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, i cui fatturati sono superiore a quelli di molti stati.Post Covid-19: una nuova economiaQuando sconfiggeremo il Covid-19 e torneremo a vivere senza paura, o quasi, dovremmo affrontare un mondo nuovo, diverso, cambiato. Molti non avranno un posto ed i sussidi saranno disponibili in quantità minore.La politica economica deve guardare a questo futuro, prepararsi, perché la transizione in atto ha accelerato i tempi. Occorre una nuova politica fiscale, ripensare il lavoro, costruire una cultura basata sul modello collaborativo e non competitivo, sulla proposta di stili di vita che prevedano molte ore libere da dedicare alla cura di sé, degli altri e del Creato. Insomma, una nuova epoca. Condividi: