Algoritmo e Software. Un punto di non-ritorno per la Società Digitale

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Da buon informatico non posso rimanere indifferente all’uso sinonimico di algoritmosoftware, confusione che tradisce la difficoltà di comprendere i concetti e le conseguenze della società digitale. Vorrei fare chiarezza su questi termini, luce su alcuni aspetti nascosti, attenzione sulle conseguenze dei processi in atto nella società digitale cui diamo passivamente il nostro assenso per avere contezza della svolta epocale che stiamo vivendo.

Algoritmo e Software. Una definizione

Per rendere più semplice l’argomentazione, userò una analogia classica: la torta. Se desidero preparare una torta, è sufficiente che rispetti tutte le indicazioni riportate nella ricetta con la certezza che, seguendo quella sequenza ordinata e prestabilita, otterrò il risultato nel tempo previsto. Abbiamo quindi un elenco ordinato di operazioni comprensibili da un esecutore. Questo è l’algoritmo che possiamo meglio definire come un elenco preciso di processi, comprensibili da un esecutore, che definisce una sequenza definita di passi i quali risolvono un problema dato. Voglio fare un dolce (il problema), la ricetta (l’algoritmo) mi dice come fare.

“Fare” significa che devo essere in grado di leggere e comprendere la ricetta per poterla eseguire. Significa stabilire un linguaggio (impastare, imburrare, amalgamare…) e un codice (EVO, qb, tblsp…) condiviso che mi permettano di eseguire la ricetta. Questo è il linguaggio strutturato (Java, PHP, C++…) con cui scrivere un programma che verrà compreso ed eseguito da qualcuno, uomo o computer.

Il software è l’insieme di algoritmo e programma. A seconda della prospettiva con cui guardiamo al software, prestazioni o flussi dati ad esempio, possiamo ottenere una definizione diversa. Per i nostri scopi possiamo dire che il software sono istruzioni che eseguite svolgono una funzione prestabilita con prestazioni prestabilite.

Abbiamo chiari i termini, ora affrontiamo i primi problemi.

Matrix

Interfaccia e Design

Stabilito cosa sia un algoritmo, un programma e un software, si presentano alcune riflessioni: resilienza dell’algoritmo, relazione con gli oggetti usati e le modalità di utilizzo.

La ricetta della nostra torta prevede il burro ma, all’occorrenza, lo si potrebbe sostituire con l’olio senza modificare la ricetta stessa (l’algoritmo). Al contrario, il programma dovrebbe avere un aggiornamento in quanto deve prevedere una nuova interfaccia verso l’olio, cioè un modo diverso di relazionarsi con la materia prima: il burro si taglia mentre l’olio si versa. Di contro, il software risulterebbe migliore, più dinamico, capace di adattarsi alle varie esigenze o, continuando la nostra analogia, risulteremo più bravi ed efficienti riuscendo ad arrangiarci con il materiale a disposizione.

Un aiuto in cucina viene dai robot. Questi devono esporre dei comandi di gestione (accensione, velocità…) e un sistema pratico per versare i diversi tipi di ingredienti. Il primo è un problema di interfaccia, come mi relaziono con l’oggetto o il dispositivo, mentre il secondo è di design, le possibilità offerte di uso.

In pratica, più desidero un aiuto dalla tecnologia e più devo sviluppare interfacce e perfezionare il design. Qual è il limite di questo progresso?

Rapporti con la tecnologia

Stiamo comprendendo che l’uso della tecnologia impone la realizzazione di interfacce e design sempre più raffinati (quelle cose che chiamiamo user friendly, user experience e via dicendo). L’uso del robot di cucina, pur lasciando immutato l’algoritmo (la ricetta) impone modifiche al programma, all’interfaccia e al design

Immaginiamo di non volerci preoccupare nemmeno degli ingredienti e di dotarci di un robot con recipienti per gli ingredienti e con la capacità di selezionare quelli disponibili per realizzare la torta. Anche in questo caso il nostro algoritmo-ricetta non ha bisogno di modifiche ma il programma avrà, verso i vari recipienti, delle interfacce non visibili, trasparenti all’uomo (ad esempio verifica della presenza e della quantità necessaria dei vari ingredienti). Noi, i pasticcieri, dovremmo solo rifornire gli ingredienti sotto scorta. Anzi, con gli ultimi sistemi disponibili, è possibile automatizzare un riordino automatico senza preoccuparsi di controllare l’intero processo di produzione. Anche in questo caso devo solo modificare l’interfaccia e il design.

Senza rendercene conto, abbiamo realizzato una piccola Internet of Things in casa, ci siamo esclusi dal processo e dal controllo di produzione e ceduto il lavoro alla macchina in cambio della torta pronta senza sforzo. Il software diventa una block box che esegue in modo a noi incomprensibile e invisibile un lavoro svolto in precedenza dall’uomo. Risultato: una produzione  eseguita da forza-lavoro sintetica e senza sforzo umano. Questa è la contraddizione di lavoro e forza-lavoro del digitale, il complesso problematico da risolvere.

Lavoro e forza lavoro

La scoperta dell’automazione ha illuso di poter eludere le fatiche del lavoro mantenendo invariato l’impiego nel tempo. In realtà, stiamo scoprendo che non sta scomparendo il lavoro ma la forza-lavoro, cioè le persone che lo eseguono.

Comunque lo si voglia interpretare, il lavoro è sempre stato un obbligo per la sopravvivenza, maledizione o realizzazione che sia. Solo il lavoro poteva garantire di mangiare, di avere un tetto o degli abiti, pensare un futuro più o meno prossimo; non lavorare significava essere escluso dalla società o morire, a meno che non si fosse re o nobili ma in quel caso si facevano le guerre o congiure omicide.

Oggi i rapporti stanno cambiando ed è possibile liberare la forza lavoro dal peso del lavoro facendolo gravare sui robot e computer; il risultato, però,  non è quello sperato. La fatica e il lavoro sono stati sempre pensati come categorie uniche dove tolto l’uno scompare anche l’altro. Per ciò è indicativa la disponibilità del solo lavoro residuale per la forza lavoro umana: tolto il peso, è tolto anche il lavoro. Abbiamo bisogno di ripensare queste categorie nel contesto digitale.

Punto di non-ritorno

La società digitale reinterpreta il mondo conosciuto finora e gli strumenti di analisi usati devono essere rivisti ed aggiornati. Possiamo sicuramente accedere ai classici per aiutarci, ma non possiamo utilizzarli tout court senza un revisione storica. Aristotele, Tommaso d’Aquino, Marx, Nietzsche, Weber, Deleuze o Marcuse offrono uno sguardo utile solo se svecchiati di concetti desueti.

La prima considerazione da fare è chiedersi la causa della contrazione del lavoro disponibile alla forza-lavoro umana. Siamo stati noi stessi, con le richieste di benessere e progresso, a innescare questo meccanismo di erosione o, parimenti, benessere e progresso si sono talmente evoluti che l’equazione capitalista «più consumo più occupazione più benessere» è entrata in crisi. L’identità capitalista, uomini realizzati solo se vincenti nel lavoro, o cristiana, lavoro come conseguenza della corruzione umana, non permettono di guardare la crisi con occhi idonei

Siamo il nostro lavoro? Siamo imperfetti e il lavoro ci completa? Siamo qualcosa e il lavoro è superfluo? Oggi stiamo vivendo una svolta epocale, un punto di non ritorno.

Se il lavoro è una condanna, se deve essere fatto con fatica ed è una condizione stabile dell’uomo non possiamo più andare avanti in questa direzione, dobbiamo fermarci e rileggere Serge Latouche ed iniziare una decrescita felice per riprendere il lavoro ceduto al digitale e con esso tutte le tensioni sociali non risolte.

Se il lavoro non è una condanna, non deve essere fatto con fatica e non è una condizione stabile dell’uomo, siamo davanti all’opportunità di cambiare la nostra struttura sociale ed economica, lasciare il lavoro ai robot, attivare una digital and robot tax e dare un reddito di cittadinanza a tutti per lasciare liberi gli uomini e le donne di vivere la loro creatività. Un nuovo tipo di uomo, non più soggiogato dalle necessità della Natura ma pienamente libero di poter-essere quello che desidera. Forse un classico da rileggere nella prospettiva digitale è Eros e Civiltà di Marcuse. Una società senza costrizione del lavoro è una società libera di esprimere sentimenti, pacificata, felice, libera.

Non fare nulla ci farebbe arrivare nel futuro distopico di Franco Berardi: un drappello di impiegati rassegnato a qualsiasi vessazione pur di mantenere il posto di lavoro ed un esercito arrabbiati di disoccupati. Accettare l’attuale capitalismo molecolare dell’imprenditore di se stesso, che vende idee o servizi in proprio su qualche server (sirena, direbbe qualcuna) trasforma il lavoratore in materia consumabile.

A voi la scelta. Io sono per la libertà.

 

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l'uso sinonimico di algoritmo e software, confusione che tradisce la difficoltà di comprendere i concetti e le conseguenze della società digitale. Vorrei fare chiarezza su questi termini termini, luce su alcuni aspetti nascosti, attenzione sulle conseguenze dei processi in atto nella società digitale cui diamo passivamente il nostro assenso per avere contezza della svolta epocale che stiamo vivendo.

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