come coronavirus cambiato abitudini digitali

Come il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali?

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In questo periodo di quarantena il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali: video-chat, video-conferenze e video-lezioni. Eppure c’era bisogno di spazio per connettersi.

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Nel periodo di lockdown imposto dal Coronavirus, l’esperienza più importante è stato il cambiamento delle nostre abitudini digitali e la scoperta degli strumenti di “prossimità computazionale”: cioè tutte le opportunità della tecnologia digitale per rimanere in contatto dando un senso di “normalità” alla vita quotidiana.

Cambiamenti nelle abitudini digitali

Lezioni scolastiche, videoconferenze di lavoro, zoom con parenti ed amici, streaming religiosi hanno congestionato il traffico in rete. Il contrasto vissuto fra “spazio condiviso”, quello dell’ambiente in cui si vive, e lo “spazio computazionale”, luogo digitale di prossimità, merita un’attenta riflessione.

Il mondo digitale vive in un ambiente che non conosce spazio né tempo definito, caratteristica che lo rende unico ed attrattivo. Molti, a motivo di questa peculiarità, hanno visto un pericolo di smaterializzazione della realtà, di perdita di contatto con il fisico.

Il lockdown ha fatto scoprire agli scettici la verità dei contatti nel digitale: gli interlocutori erano conoscenti in carne ed ossa, non avatar sconosciuti; i discorsi vertevano sulla vita reale, riconosciuta e riconoscibile, non una finzione narrativa.

Luogo per comunicare

La novità è stata la scoperta della necessità di un luogo fisico per fruire della comunicazione digitale che è “senza spazio”. I genitori, desiderosi di una videochat, devono conquistarsi uno spazio differente dai figli. I locali della casa diventano tanti luoghi abilitanti la comunicazione “senza spazio” del digitale, portali fra la “realtà condivisa” e la “realtà computazionale”.

Le nuove generazioni, più abituate a comunicare digitalmente, vivono questa esperienza anche senza isolarsi. Rimangono comodi sul divano, in videochiamate in viva voce, indifferenti agli stimoli ed alla presenza contemporanea di altri familiari.

Chi è l’avatar?

L’avatar non è il sé nello “spazio computazionale”, ma quello rimasto nello “spazio condiviso”.

Questo modo di vivere la “prossimità” si avvertiva già prima del lockdown, quando era possibile incontrare persone di tutte le età, specialmente sui mezzi pubblici, intente, a parlare in viva voce, ad ascoltare messaggi o sentire musica.

L’avatar rimasto nello “spazio condiviso” non avverte la prossimità con altri esseri, non percepisce il bisogno di privacy o il pudore di mostrare sè stessi a chiunque. Delle semplici cuffiette eviterebbero questo estraniamento!

La mancanza di etica, l’eclissarsi del sentimento di responsabilità che abbiamo l’uno verso l’altro o della coscienza della connessione di relazione, permette il congedo dalla realtà.

Etica e Responsabilità

Riscoprire la collaborazione con l’altro, è la base su cui costruire un’ecologia ambientale, sociale ed economica. In cui l’uomo non sia un’anonima comparsa (deresponsabilizzata), ma il protagonista attivo e cosciente della sua missione di cura del Creato, esperto e consapevole della tecnologia con cui adempiere al suo compito, sensibile alle emergenze e sollecitazioni intorno a lui.

Intraprendere questo cammino significa capire perché questo periodo di Coronavirus ci ha così cambiati nelle nostre abitudini digitali e come indirizzare al meglio questo cambiamento.

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