Generale

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Calendario organizzazione sociale

Il CALENDARIO come organizzazione sociale.

Condividi: Il calendario come organizzazione sociale è parte del bene comune che oggi è in crisi a causa della flessibilità richiesta dal lavoro. Cosa possiamo fare? “Insegnaci a contare i nostri giorni ed acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Probabilmente non siamo saggi proprio perché, ancora oggi, non abbiamo un calendario certo sul quale contare i giorni. Calendario: un’organizzazione sociale La società e la vita dei suoi membri, è organizzata da sempre su un calendario come organizzazione sociale. Quello lunare è stato il più comune ed ancora oggi viene utilizzato sebbene non in maniera ufficiale (pensiamo all’agricoltura oppure alla religione ebraica).  Il nostro calendario, giuliano prima gregoriano poi, risentiva meno di queste influenze ma scandiva in modo più rigoroso il tempo civile e quello religioso. Il calendario religioso segnava in modo rigoroso le festività cristiane, forte del comando divino di santificare le feste, mentre quello civile impegnava tutto il tempo rimasto. La sovrapposizione dei due calendari regolava la vita sociale e familiare alternando lavoro e festività, dovere e piacere. Questa sorta di alleanza permetteva di progettare una vita comune, familiare, condivisa, formava l’identità del gruppo e rinsaldava i vincoli parentali e sociali. La secolarizzazione cancella il calendario religioso L’avvento delle scienze e dell’industrializzazione ha determinato il disincanto del mondo, la caduta dei miti e delle religioni e dell’universo dei significati che rappresentavano senza riuscire, però, a proporre nuovi valori. Il calendario religioso appare improvvisamente privo di significato, si allenta l’obbligo della festività, inizia ad essere disatteso fino al completo abbandono. È importante ricordare la settimana lavorativa ininterrotta (nepreryvka) instaurata da Stalin nel novembre del 1931(1). La settimana diventa un ciclo lavorativo di sei giorni con uno di riposo, differente per ogni categoria di lavoratore, realizzando un ciclo continuo di produzione generale. Di contro, il giorno libero non era più lo stesso per tutti, con gravi problemi alla condivisione ed alla vita familiare. Quando le proteste montarono e ci si accorse che città e campagne usavano calendari diversi con rischio di una spaccatura del tessuto sociale, si ritornò al calendario consueto nel 1940. A che cosa è utile il tempo libero se non è condivisibile con amici e con la famiglia? Chi vorrebbe, era questa la critica, un giorno libero quando tutti gli altri lavorano? Quale tipo di relazione e progetto di vita si può organizzare? Il nostro calendario di perpetuo lavoro Oggi il calendario inteso come organizzazione sociale sta vivendo una sorta di crisi. Il digitale ci sta facendo ritornare nel caos sociale a causa sia del lavoro continuo e flessibile sia del tramonto del Cristianesimo. La domenica e le festività religiose, non sono più percepite come un terreno inviolabile. La domenica non è più il tempo di Dio, della famiglia, dello sguardo rivolto all’altro ma è un giorno in più da aggiungere al calendario civile. La settimana lavorativa non è più di cinque giorni per otto ore, ma continua, senza zone franche, fuori dagli orari canonici con riunioni, telefonate, messaggi, email tanto che si inizia a inserire, nei contratti di categoria, il rispetto dell’orario e il diritto a non rispondere fuori da questo tempo. La ottimizzazione dei processi lavorativi, stabiliti tramite algoritmi di gestione dei turni, ha generato una programmazione just in time dove efficienza (processi meno onerosi) ed efficacia (idoneità al risultato) richiedono la flessibilità lavorativa come obbligo imprescindibile. Il calendario dei turni di lavoro è stabilito sempre più in prossimità alla sua attuazione, dando spesso solo una, massimo due settimane di preavviso. Così, diventa sempre più difficile organizzare una vita comune, di relazioni. Trovare una data comune diventa un problema e un impegno improvviso come un obbligo sociale (ad esempio un matrimonio di qualcuno) è capace di vanificare fragili compromessi. Vengono meno i vincoli sociali, amicali e parentali che garantiscono una identità di gruppo, il costituirsi di un bene comune, la solidarietà ed assistenza reciproca. Proprio la rottura di questi vincoli è la condizione per l’emersione di pulsioni individualistiche e populiste che sono alla base della nascita della tirannide. Chi salverà l’apericena? Insomma, una società che non riesce ad organizzarsi per l’apericena è una società in pericolo. Ristabilire un baluardo all’invasione digitale significa ridare importanza al calendario religioso, ridare priorità alla vita delle persone, riscoprire il vincolo umano ed il bene comune: una società sana. Potremmo dire che solo il cristianesimo salverà l’apericena.                               (1)M. Castells, La nascita della società in rete, UBE Paperback, 2014, pagg. 492-496 Condividi:

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