Il futuro del lavoro nell’era digitale

Come liberarci dal lavoro e vivere felici

Condividi:

Sempre più autori affermano che l’avvento del digitale ha determinato l’ingresso in una nuova epoca storica. È necessario, perciò, tarare i nostri strumenti di indagine e di analisi per elaborare nuove categorie interpretative dei cambiamenti in atto.

I maggiori cambiamenti li notiamo in campo economico dove la cultura imprenditoriale ha maggiori resistenze al cambiamento e si è trovata, e lo è ancora, impreparata ad affrontare le novità del digitale.

Il sistema liberista ha generato indiscutibilmente del benessere, un progresso mai conosciuto nella storia insieme alle sperequazioni che tutti conosciamo. L’equazione ford-taylorista alla base del sistema liberista prometteva “più consumo – più occupazione – più benessere” ma oggi il risultato non è più positivo e il sistema intero è entrato in crisi.

Il grafico seguente, divenuto ormai famoso, di Josh Bivel e Lawrence Mishell[1], mostra la divergenza fra produttività e il salario medio del lavoratore “tipico”. Fin dal 1973, l’equazione aurea liberalista ha funzionato ed

Prodotto vs Reddito Medianoogni incremento di produttività ha determinato un aumento di occupazione e il trasferimento proporzionato delle ricchezze al lavoratore “tipico”. Da quella data (ricordate lo shock petrolifero?) inizia la divergenza, la promessa liberista non può essere più mantenuta ed inizia la crisi di cui stiamo vivendo il culmine.

In uno studio di Erik Bryniolfsson e Andrew McAfee[2], un grafico dimostra come l’occupazione nell’industria privata non cresca più nonostante l’aumento della produttività: le industrie producono di più ma non assumono. In Italia, Domenico De Masi[3] e Roberto Ciccarelli[4] parlano della fine del lavoro e della necessità di ripensarne le categorie

Ricchezza vs Reddito mediano

Tutte queste analisi sono più che condivisibili ma quali soluzioni vengono proposte? C’è un superamento degli schemi precedenti? Si è disegnata una mappa concettuale su cui tracciare nuove vie risolutive?

Il primo passo in questa direzione è pensare come superato e superabile il modello produttivo attuale. È un passo difficilissimo da compiere perché abbiamo vissuto il fallimento di tutte le alternative prodotte. Il caso più eclatante è il comunismo che dopo settanta anni ha ceduto alle contraddizioni e alla insostenibilità del progetto socialista. Se il comunismo, l’alternativa più convincente e compiuta non ha saputo reggere la competizione con il sistema liberista, significa che siamo nella condizione migliore possibile e non ci sono ulteriori opzioni possibili. Dobbiamo accettare che il liberismo è il sistema economico ottimale.

Questa convinzione, largamente diffusa, ha un postulato: il liberismo è l’ultimo stadio della evoluzione economica umana. Se non c’è alternativa significa che l’evoluzione economica umana ha trovato un limite e non può andare più oltre. Fra otto secoli ci sarà ancora il sistema liberista. Così formulato, il postulato è difficile da condividere perché contraddice Darwin e tutte le teorie che dall’evoluzionismo traggono delle ispirazioni. È possibile pensare che colonizzeremo Marte nell’arco di due secoli, che faremo innesti cibernetici nel nostro corpo ma che non cambieremo sistema produttivo?

I mercantilisti del XVII secolo non avrebbero potuto mai immaginare l’avvento della Rivoluzione Industriale né Carlo V ipotizzare che il potere di uno Stato si potesse misurare sulla capacità produttiva anziché sulla estensione territoriale, eppure il mondo si è evoluto in un modo a loro totalmente imprevisto. Il comunismo, in definitiva, non fu il tentativo di superare il capitalismo ma il massimo sforzo prodotto per correggerne le diseguaglianze. Infatti, si lavorava ugualmente nelle fabbriche per un padrone e si guadagnava un reddito per vivere, i prezzi erano calmierati ed i servizi nazionalizzati. Non era un sistema liberista riformato?  Tutte quelle che chiamiamo “alternative” in realtà cercano di emendare il capitalismo anziché superarlo.

Nell’era digitale possiamo pensare ad un sistema di produzione totalmente nuovo e diverso per costruire una civiltà innovativa. Vi ricordo che la Rivoluzione Industriale ha compiuto questo stesso itinerario in poco più di un secolo. Infatti, dovendo lavorare per vivere, le società si sono organizzate in base ai sistemi produttivi: se questi cambiavano,  cambiavano anche le strutture sociali[5].

Il lavoro è considerato un’attività vitale perché ci fa guadagnare la moneta per sopravvivere. Chi non lavora perde tutto, è tagliato fuori dalla vita sociale e non sopravvive se non di elemosina. Prima della Rivoluzione Industriale tutta la famiglia era impegnata nel lavoro perché non c’era difesa contro la natura né si potevano fare (o mantenere) scorte durature delle materie prime. Ogni giorno era una lotta per la sopravvivenza. La Rivoluzione Industriale sembrava aver vinto questa lotta soggiogando la natura con le macchine: lo spazio era vinto dalle comunicazioni radiofoniche, il tempo dalla elettricità (si poteva lavorare anche quando era buio), il mondo era diventato più piccolo con i primi voli e fu necessario stabilire un “orario mondiale”, i fusi orari. A fine 1800 l’85% della popolazione era impegnata nell’agricoltura (bisognava sfamare il mondo intero!) mentre oggi per quello stesso lavoro è sufficiente solo il 5% perché il progresso tecnologico ha perfezionato i sistemi di coltura, combattuto più efficacemente le malattie e inventato sistemi di conservazione. Nell’Occidente non lottiamo più per la sopravvivenza ma per il superfluo, non ci preoccupiamo più di mettere insieme due pasti al giorno ma di farne uno solo per non ingrassare!

La circolarità consumo-lavoro-benessere che ha permesso questo progresso si è spezzata e tutti gli interventi governativi sono mirati a trovare un modo per riavviare questo volano. Eppure è evidente, fin dal documento programmatico della Germania[6] considerato l’incipit dell’industry 4.0, e poi dal report The Future of Jobs del WEF[7],  che si sarebbero persi più posti di lavoro di quanti se ne sarebbero creati (12 milioni persi e 5 creati fino al 2020 con un saldo negativo di 7 milioni di posti di lavoro persi) e le “nuove professioni” sarebbero state un restyling delle vecchie. Ad esempio, notiamo come i vecchi database administrator si riconvertono in data scientist ma solo una parte di loro trova lavoro. Il futuro sembra prospettarsi come una folla di non-occupati a fronte di uno sparuto plotone di occupati.

Cosa possiamo fare affinché non ci sia una folla di disoccupati inferociti ed un plotone di occupati rassegnati a sopportare ogni sopruso pur di mantenere il posto di lavoro?

Jarone Lanier, Jeremy Rifkin, Domenico De Masi o Martin Ford hanno avanzato proposte interessanti ma queste agiscono ancora nei confini dell’attuale sistema produttivo e non assumo fino in fondo le conseguenze storiche del digitale. La necessità del lavoro nasce dal bisogno di sopravvivenza affidato alle capacità umane mentre oggi ci affidiamo sempre più ai robot. Perché opporsi a questa evoluzione? Perché l’uomo dovrebbe continuare a lavorare se lo fanno, meglio ed in maniera più efficiente, gli apparati digitali? Obiezione istintiva: «come mangeremo se non lavoreremo?». Ci vengono in aiuto gli stessi analisti con cui abbiamo iniziato.

Il grafico[8] seguente evidenzia dei dati importanti. A fronte dell’aumento della produttività del 72%, la quota trasferita ai produttori (cioè il guadagno) è ben del 63%. Nello stesso periodo la crescita del reddito medio è stata del 42,5%Produttivita Reddito medio e mediano

Dato più importante è l’aumento del solo 8,7% del reddito mediano.  A differenza del reddito medio, una semplice media matematica e quindi influenzata dai redditi più alti, il reddito mediano è il valore intermedio dei redditi, dove il 50% sono superiori e il 50% sono inferiori alla sua linea di divisione. Risulta evidente che l’aumento del reddito medio non è accompagnato da un aumento del reddito mediano, segno di una polarizzazione dei redditi dove i ricchi diventano più ricchi ed i poveri più poveri. La contro prova ci è data dalla figura seguente[9].

Ricchezza vs Reddito medianoRicchezza vs Reddito mediano

Il reddito mediano è rimasto pressoché stabile nonostante un forte aumento della produttività. Da quanto visto, si può dedurre che nel digitale si fanno più guadagni con meno persone, come si evince dal calcolo del fatturato per persona impiegata: $ 812.000 di fatturato per ogni lavoratore della Ford, $ 912.000 in Facebook, $ 1.805.000 alla Apple. Kodak, azienda leader nel settore fotografico, valeva 28 miliardi di dollari ed impiegava 140.000 persone nel momento più alto del suo sviluppo. Dopo il suo fallimento, leader nel settore fotografico divenne Instagram che, al momento di essere venduta a Facebook, fu valutata 1 miliardo di dollari ed impiegava 13 persone. Ecco spiegato le centinaia di miliardi di dollari fatturati dai Big Five: 40,6 per Facebook, 110,96 per Google, 117,9 per Amazon, 110,4 per Microsoft, 229.2 per Apple.

La stragrande maggioranza di questi soldi sfuggono ad una regolare tassazione a causa delle difficoltà di giungere ad una politica fiscale adeguata alle nuove dinamiche economiche. Una società con sede in USA, produzione in Asia e fatturazione in Africa può esportare tranquillamente miliardi alle Cayman sfuggendo alla tassazione nei paesi dove il valore viene prodotto. Apple, ad esempio, ha confessato di avere ben 252 miliardi di dollari di profitti fuori dagli USA[10]. In questo modo viene sottratta la ricchezza nei luoghi dove viene prodotta e si accumula nelle mani di pochi. I titoli di borsa dei Big Five, cioè la loro capitalizzazione, valgono più del PIL della Gran Bretagna, cioè del quinto PIL al mondo, più del 50% del PIL dell’intera Africa, Apple vale tre volte la Coca Cola e Walt Disney, più di tutta la Borsa di Milano e del PIL dell’Olanda (Fonti NYSE sul fatturato 2017).

Se l’economia dell’era digitale è anch’essa priva di confini spazio-temporali e produce ininterrottamente su tutto il globo terracqueo, ci dovrebbe essere una politica fiscale unica e condivisa che permetta la tassazione della ricchezza dove si produce e ripartirla come ricchezza nazionale anziché concentrarla nelle mani di azionisti plutocratici. Non dobbiamo dimenticare nemmeno la robot-tax, rilanciata tempo fa da Bill Gates[11], cioè la tassazione dei redditi sui robot usati per sostituire il lavoro umano.

La riscossione di queste tasse abiliterebbe nuove politiche economiche in grado di risolvere anche quella della disoccupazione digitale: ad esempio fornire un “reddito” a chi decide di non lavorare. Infatti, se il lavoro scomparirà perché non incoraggiare fin da oggi l’abbandono dal lavoro e la nascita di una cultura nuova dove le qualità delle persone non sono quelle espresse negli affari ma nell’impegno umano e culturale per il bene comune? Se ci convincessimo che il sistema liberista è superabile e fosse realizzabile la metà delle previsioni di Rifkin, un decimo di quelle di Kevin Kelly e molte di quelle di Lanier potremmo vivere da benestanti.

Cosa faranno i non lavoratori? Quello che vorranno! Studiare, suonare, dipingere viaggiare, scrivere.. seguire i propri desideri, come suggerisce Massimo Recalcati[12].

Chi vuole lavorerà. Per la prima volta nella storia l’uomo sarebbe libero dall’angoscia di guadagnarsi la sopravvivenza, libero di essere se stesso, sperimentare i propri sentimenti, la nobiltà del pensiero e delle arti. Sarebbe disinnescata la maggiore causa dei conflitti, personali e non, e l’organizzazione sociale subirebbe radicali e positive modifiche. Non lavorare non sarebbe un disonore, un’onta da cui salvarsi. Il lavoro dell’uomo sarebbe promuovere se stesso, una civiltà nuova, più “umana”.

Sembra un’utopia, ma non è impossibile, forse improbabile, come direbbe Luciano Floridi. Certamente è difficile. Qual è l’alternativa che abbiamo? La distopia della fine del lavoro. Il primo passo verso la felicità è pensare che possa realizzarsi, che nell’era digitale possiamo ottenere cose differenti, che non siamo succubi di un destino che ci è stato assegnato da un fato cinico e baro ma possiamo cambiarlo. Tutti insieme con idee e politiche nuove, adatte per l’era digitale.


[1] J.Bivel, L. Mishel, Understanding the historic divergence between productivity and a typical worker’s pay, EPI briefing paper #486

[2] E. Brynjolfsson, A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, 2017

[3] D. De Masi, Lavorare gratis, lavorare tutti, Rizzoli, 2017

[4] R. Ciccarelli, Forza lavoro. Il lato oscuro della rivoluzione digitale, DeriveApprodi, 2018

[5] Una sintesi di questo processo è nel Cap. III di J. Rifkin, La società a costo marginale zero, Mondadori, 2014

[6] Il termine industry 4.0 è stato usato per la prima volta nel 2011 dalla Accademia Tedesca di Scienze e Ingegneria ed individuava una iniziativa adottata dal governo tedesco a novembre dello stesso anno come parte del più ampio High-Tech Strategy 2020 Action Plan.

[7] World Economic Forum, The Future of Jobs. Employment, Skills and Workforce Strategy for the Forth Industrial Revolution, January 2016

[8] J. Bivens, L. Mishel, op. cit.

[9] E. Brynjolfsson, A. McAfee, op. cit.

[10] M. Valsania, Lo shock fiscale di Trump dà una scossa alla Corporate America, Il Sole 24 Ore, 18 gennaio 2018

[11] K.J. Delaney, The robot that takes your job should pay taxes, says Bill Gates, Quartz,17 febbraio 2017

[12] M. Recalcati, Contro il sacrificio. Al di là del fantasma sacrificale, Raffaello Cortina Editore, 2017

Condividi:
Sommario

L'attuale sistema produttivo sembra essere entrato definitivamente in crisi. L'era digitale restaurerà l'economia liberista o vedrà l'avvento di un nuovo tipo di sistema economico e produttivo?

  • Questo articolo è interessante (0 no - 5 sì)?
User Rating: 0 ( 0 Votes )

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.