Umanesimo del lavoro o dei produttori?

Gli imprenditori italiani, esprimono piena identità di veduta con le proposte del Papa ma in realtà sembrano pensare a ben altro. Verso un lavoro per l'anima anziché per il corpo

Umanesimo Lavoro
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Il giorno dopo la pubblicazione su IlSole24ore[1] venerdì scorso dell’intervista al Papa, gli imprenditori italiani hanno dichiarato piena sintonia con il magistero di Francesco. A modo loro però. Laddove il Papa parlava di «lavorare insieme per costruire il bene comune e un nuovo umanesimo del lavoro, promuovere un lavoro rispettoso della dignità della persona che non guarda solo al profitto o alle esigenze produttive ma promuove una vita degna sapendo che il bene delle persone e il bene dell’azienda vanno di pari passo», Vincenzo Boccia[2], Presidente di Confindustria, capiva che «solo il lavoro rende liberi e conferisce dignità» mentre il «nuovo umanesimo del lavoro» diventava il «nuovo umanesimo dei produttori». Emma Marcegaglia[3], presidente ENI, a sua volta interpretava «Chiaramente per dare dignità al lavoro, per potere anche distribuire di più, è importante che l’industria sia competitiva, abbia la capacità di essere forte, di vincere sui mercati».

La differenza fra umanesimo del lavoro e umanesimo dei produttori è profonda, al di là della banale differenza dei sostantivi: quando si parla di lavoro l’orizzonte abbraccia tutte le persone coinvolte nella produzione di valore, operai, impiegati, fornitori, clienti, manager, azionisti, soci e proprietari. Questa categorie devono beneficiare delle conseguenze della ridefinizione dei processi e dei ruoli del sistema produttivo. Se è un umanesimo dei produttori questi sono gli unici a stabilire le regole del gioco avocando a sé la decisione se esista una ricchezza da prodotta da ridistribuire, a chi e in che modo. Le conseguenze non sono trascurabili: la dignità delle persone è un a priori per il Papa ma per Boccia è conferito dal lavoro e per la Marcegaglia per dare dignità al lavoro è importante che l’industria sia competitiva, forte e vincente sui mercati. Fino ad allora il lavoro può umiliare la dignità delle persone?

È chiaro che il Papa disegna un sistema produttivo differente da quello che l’imprenditoria difende strenuamente. Un modo differente di essere imprenditori è possibile, Sabato 8, Avvenire[4] dedica una pagina ad un ricerca del Journal of Business Research[5] su 156 aziende quotate in borsa tra il 2002 e il 2014 cui incipit è uno spot per il Papa:

Che cosa rende un’azienda più attenta all’etica o più attiva nella Responsabilità sociale d’impresa? La risposta sorprenderà molti, e probabilmente anche chi ha dimestichezza con la Corporate social responsability (Csr): in Italia il tasso etico di un’impresa è legato in modo significativo anche alla religiosità del territorio in cui è ubicata, ovvero alla maggiore o minore partecipazione alla Messa domenicale degli abitanti di quella regione, così come alla religiosità degli amministratori delegati, oltre che alla presenza di più donne

Francesco non si occupa di economia né ha il compito di fornire ricette contro la crisi o disegnare nuovi processi produttivi ma mostra una visione del futuro migliore degli esperti.

Nell’intervista il Papa dichiara: « La disoccupazione che interessa diversi Paesi europei è la conseguenza di un sistema economico che non è più capace di creare lavoro».  Come ho cercato di dimostrare altrove[6], l’attuale sistema liberista, che si era candidato al ruolo di promotore del benessere e del progresso, ha esaurito la propria forza propulsiva e non può più mantenere la promessa “più consumo più occupazione più benessere”.

Due recenti e citatissimi lavori[7], hanno dimostrato con dati e grafici la nuova rotta intrapresa dall’economia mondiale. A fronte del costante aumento della produttività, si è registrata il sostanziale arresto della occupazione (dovuto alla digitalizzazione del lavoro o Industry 4.0) e delle retribuzioni (precariato e gig economomy) mentre la ricchezza prodotta online si concentra sempre più nelle mani di pochi, confermando la frase del Papa: «un sistema che crea soldi dai soldi, non dal lavoro».

L’economia solida, fatta di prodotti fisici, catene di produzioni, meccanica, ingegneristica e tute blu sta lasciando il posto ad un commercio fluido dove conta la possibilità di accedere alla fruizione di un bene piuttosto che al suo possesso. Pensiamo al fenomeno delle car-sharing, delle bike-sharing o del couch surfing. Non trova più cittadinanza l’affermazione di Boccia «la fabbrica è la casa comune in cui crescere» perché le fabbriche stanno perdendo la loro centralità.

Quali possono essere i principi di un nuovo umanesimo del lavoro? Ripartiamo dalle parole del Papa:

L’idea che il lavoro sia solo fatica è abbastanza  diffusa, ma tutti esperimentano che non avere  un lavoro è molto peggio di lavorare. Quante volte ho raccolto lacrime di disperazione di padri e madri  che non hanno più un lavoro! Lavorare fa bene perché è legato alla dignità della persona, alla sua  capacità di assumere responsabilità per se e per altri. È meglio lavorare che vivere nell’ozio. Il lavoro  dà  soddisfazione, crea le condizioni per la progettualità personale. Guadagnarsi il pane è un sano motivo di orgoglio; certamente comporta anche fatica ma ci aiuta a conservare un sano senso della  realtà ed educa ad affrontare la vita. La persona che mantiene se stessa e la sua famiglia con il proprio  lavoro sviluppa la sua dignità;  il lavoro crea dignità, i sussidi, quando non legati al preciso obiettivo di  ridare lavoro e occupazione, creano dipendenza e deresponsabilizzano. Inoltre lavorare ha un alto significato spirituale in quanto è il modo con il quale noi diamo continuità alla creazione rispettandola e prendendocene cura

La visione della Papa, come abbiamo detto, non è quella dell’economista ma del pastore che davanti ad una situazione concreta intravede un orizzonte migliore. L’idea dal lavoro come ineluttabile fatica nasce dalla lotta contro la natura che l’uomo ha intrattenuto sempre per la sopravvivenza: se il terreno non viene coltivato e il bestiame allevato, si muore di fame. A fine XIX secolo l’85% della popolazione mondiale era impiegata nelle campagne, un secolo dopo, grazie alla tecnica è sufficiente solo il 5% per produrre più e meglio di allora.

Nell’Occidente industrializzato le famiglie possono mandare i minori a scuola anziché nei campi, possono conservare i prodotti e farne scorta, trovarli già fatti anziché produrli in casa… Per la prima volta nella storia non c’è più bisogno degli sforzi di tutti i componenti familiari per la sopravvivenza. Questo risultato è stato raggiunto grazie all’utilizzo delle tecnologie digitali. Sistemi automatizzati e programmabili stanno sostituendo l’uomo anche nei lavori intellettuali. Stiamo andando incontro ad un epoca in cui il lavoro umano non sarà più necessario o ne sarà solo una minima parte.  Il lavoro da fisico e faticoso, diventerà spirituale e leggero.

Lavorare ha un alto significato spirituale dice il Papa. È la custodia del Creato, il “lavoro” che Dio aveva dato ad Adamo nell’Eden. Qui non si tratta di un poetico ed ingenuo ritorno alla campagna o alla natura, stiamo parlando di uno stile di vita dove il lavoro viene elevato ad un livello superiore, dove il tempo del “lavoro fisico” si trasforma nel tempo del “lavoro spirituale”. Non solo un pensare alle cose di Dio ma anche alle nostre relazioni, ai nostri affetti, alla possibilità di curare le nostre inclinazioni.

Il nuovo umanesimo del lavoro si fonderà poco sul lavoro umano, molto su quello digitale,  sulla tassazione transnazionale dei profitti generati online e su una migliore distribuzione della ricchezza.


Note:

[1] G. Gentile, Intervista esclusiva al Papa, Il Sole24Ore, 7 settembre 2018,

[2] V. Boccia, La sfida per un nuovo umanesimo dei produttori, Il Sole24Ore, 8 settembre 2018

[3] Dichiarazione di E. Marcegaglia in Gli imprenditori al Papa: più forti guardando al bene comune, Il Sole24Ore, 8 settembre 2018 a firma di Mar.B.

[4] M. Calvi, La religione e le donne ai vertici migliorano l’etica delle imprese, Avvenire, 8 settembre 2018

[5] Maretno Agus Harjoto, Pepperdine University Graziadio School of Business in California e Fabrizio Rossi, Università degli Studi di Cassino e del Lazio Meridionale,  Religiosity, female directors, and corporate social responsibility for Italian listed companies http://tinyurl.com/ycbqkpa3

[6] E. Mattei, Il futuro del lavoro nell’era digitale, 30 agosto 2018, http://www.i4ds.it/economia/futuro-lavoro-era-digitale

[7] J.Bivel, L.Mishel, Undestanding the historic divergence between productivity and a typical worker’s pay, EPI, briefing paper #486 (2 settembre 2015)

  1. Brynjolfsson, A. McAfee, La nuova rivoluzione delle macchine. Lavoro e prosperità nell’era della tecnologia trionfante, Feltrinelli, 2017
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Sommario

L'umanesimo dei produttori che la Confindustria propone, è all'opposto dell'umanesimo del lavoro proposto dal Papa nell'intervista al Il Sole24Ore. Un umanesimo del lavoro per l'era digitale prevede meno lavoro fisico, migliore distribuzione della ricchezza e migliore collaborazione fiscale tra le nazioni

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