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Zuckerberg contro Twitter contro Trump

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Usa, Trump ha firmato il decreto contro i social. L'ordine esecutivo renderà più facile per le Authority intervenire per accertare se le compagnie sopprimano la libertà di espressione quando sospendono gli utenti, segnalando o cancellando i loro post. Jack Dorsey: "Continueremo a segnalare informazioni errate". Zuckerberg contro Twitter: "Non siamo arbitri"

Il recente caso di fact checking di Twitter ai messaggi di Trump, ha nuovamente aperto la discussione sull’annoso quanto grave e divisivo problema sulla natura dei social network. Sono degli editori? La situazione storica in cui nasce questo scontro, può suggerire ulteriori e più nascoste cause?

Un’origine lontana

Il problema è molto più complesso di quanto appaia a prima vista. I social network (Facebook e Twitter con le loro consociate) affermano di essere semplici fornitori di servizi e di non essere responsabili di contenuti dei loro utenti. In cambio di questa libertà di pubblicazione, Facebook e Twitter acquisiscono i dati degli utenti per poi rivenderli realizzando enormi profitti.

I social sono uno strumento prezioso anche per l’editoria tradizionale, che vi trova un veicolo importante di promozione. Più i giornali sono presenti sui social, più gli utenti lo usano, più Facebook e Twitter guadagnano. Un tacito quanto instabile accordo.

Infatti, in questo circolo vizioso si inseriscono i prosumer, utenti e autori non professionali di contenuti, ed i produttori di fake news il cui scopo è condizionare l’opinione pubblica. Se i social network ne traggono vantaggio, a motivo del maggior traffico prodotto, gli editori ne sono penalizzati perché diminuisce la loro visibilità e credibilità.

La richiesta di equiparare i social network agli editori, legandoli alla responsabilità diretta di quanto pubblicato ed al pagamento dei diritti agli autori delle notizie diffuse, ha lo scopo di riequilibrare una competizione percepita troppo a vantaggio di Facebook e Twitter.


L’ultimo caso

Il 27 maggio rimbalza sulle testate dei giornali la notizia del fact checking di Twitter su due messaggi di Trump che, a sua volta, ha minacciato di chiudere i social (benché la legge glielo impedisca. Un altro fact checking…). Zuckerberg, a sua volta, ha attaccato Twitter dicendo che: «Non dovrebbe essere un arbitro della verità». Jack Dorsey, CEO di Twitter, ha risposto: «Non arbitro la verità ma segnalo le notizie infondate od equivoche».

Twitter sta assumendo la posizione di editore, responsabile dei contenuti che diffonde? Sta limitando la libertà di espressione?

Claudio Guia, dellHuffington Post, pensa di sì, mentre Francesco Maria del Vigo, da Il Giornale, pur ammettendo le «tante sciocchezze» dette da Trump, confida nell’intelligenza e nelle capacità di valutazione degli elettori, denunciando una deriva verso la «dittatura del pensiero unico digitale». Fabio Bassan, Università Roma Tre, evidenza la necessità di normare il fact checking perché esiste un problema reale irrisolto.

Mi sembra, però, che la questione sia scivolata sul piano ideologico, cosa che non aiuta la risoluzione.

Quattro problemi di fondo

Prima di tutto, vorrei ricordare che Facebook ha un piano di fact checking contro il Covid-19 in cui sono coinvolte 60 organizzazioni di 50 lingue differenti, italiana compresa. Lo scopo è di individuare i contenuti fake, limitarne la diffusione ed etichettarli come tali. Un contenuto marcato, ad esempio, è stato Bere candeggina evita il coronavirus.



Già avviene un’azione di fact checking e nessuno protesta e Facebook stesso non prova disagio ad applicarlo. Era fake bere candeggina, lo era iniettarsi disinfettante, come affermò a fine aprile Trump. Infatti, fu subito smentito da tutti, ma nessuno gridò allo scandalo.

Che cosa c’è di diverso, oggi?

  1. La gente non si informa ma crede a chi urla più forte. Trump, secondo il Washington Post, avrebbe rilasciato, fino a dicembre 2019, 15.413 dichiarazioni false o fuorvianti. Come Eli Pariser ha spiegato bene in Il filtro. Quella che la rete ci nasconde, quando siamo in una bolla insieme a tutti quelli che la pensano come noi, ogni voce diversa viene percepita, in modo pregiudizievole, come falsa.

Così, i supporters di Trump, non ascoltano i fact checker perché giudicati nemici giurati di Trump e produttori di fake news.

Adesso che i tweet di Trump sono contrassegni dai fact checker, gli elettori non possono ignorare l’avviso e questo preoccupa l’Amministrazione. Insomma, gli elettori non venivano considerati così capaci come li pensava Del Vigo;

  1. La libertà di espressione elimina la necessità di combattere e segnalare le fake news? Una fake news è una falsità, non una idea bislacca. I no-vax ed i terrapiattisti sono fake news, i pastafariani sono bislacchi (ma simpatici);
  2. «Che cos’è la verità?». Come Ponzio Pilato, anche noi ci poniamo la domanda senza pervenire ad alcuna conclusione. Di quale verità dovremmo essere arbitri? Maurizio Ferraris, con la solita arguzia, in Postverità ed altri enigmi, afferma che, abbattuta ogni possibilità di costruzione di una credenza condivisa e maggioritaria, non possiamo parlare di nessuna verità.

Ognuno possiede una sua potenziale verità! Il filosofo propone di discuterle, come in una disputatio medievale, affinché si palesi quella più “idonea”, più conveniente da usare. In questo tutti contro tutti, additare una notizia come fake, è un momento di questa disputa.

L’alternativa sarebbe di stabilire cosa sia verità ed istituire un organo di controllo pluri potenziario. Vattimo griderebbe contro la nuova ascesa della Chiesa!

In ogni caso, non lasciamo il mandato etico a chi fattura come un grande stato nazionale ed ha, come missione, produrre ricchezza per gli azionisti;

  1. La materia deve essere regolamentata. Però, non si può partire da una posizione punitiva, come è successo per la legge sul copyright. Siamo in un contesto editoriale nuovo, dove non ci sono solo gli editori tradizionali, ma anche i prosumer, i service providers e le piattaforme abilitanti. Prima di tutto, deve essere compreso il nuovo scenario.

Mettere idee nuove in teste vecchie produce veicoli di inizio secolo: progettisti, entusiasti della novità, che disegnavano le auto come le vecchie carrozze.

In conclusione, le segnalazioni di Twitter ai messaggi di Trump sono solo il casus belli per riprendere uno scontro ideologico, cioè di forza, sui social network. Trump con il suo delirio di onnipotenza, Twitter che lo vuole contrastare ad ogni costo (è il social degli intellettuali), Zuckerberg che non vuole correre il rischio di diventare editore (Facebook è considerato populista e di destra), gli editori che ne approfittano per le loro rivendicazioni.

Sullo sfondo, il profilo dell’elezione presidenziale che vede Trump in forte difficoltà e costretto a tornare ai cavalli di battaglia: Cina e nemici interni che lo odiano. Non disturbiamo Verità ed etica, non interessano più a nessuno.

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