La natura oltre l’uomo

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Timothy Morton, uno dei più importanti filosofi contemporanei, ha da poco pubblicato un saggio che capovolge il pensiero dominante sulla questione ambientale.

di Leonardo Caffo per La Lettura del 18 set 2016

«Antropocene» è un termine coniato negli anni Ottanta dal biologo Eugene Stoermer che, al contrario di ciò che comunemente si crede, non ha alcuna connotazione morale o ambientale. Si tratta della descrizione di un’epoca geologica, quella attuale secondo coloro che credono che l’Olocene si sia già esaurita, e che designa niente di più che il momento storico-geologico nel quale all’umanità e alla sua attività sono collegate le cause principali delle modifiche strutturali, climatiche e ovviamente territoriali del pianeta Terra.

Se prendiamo per buona questa ipotesi di lavoro, questa cornice concettuale, alcune riflessioni riguardanti  ecologia o antropocentrismo possono assumere una nuova luce. Stare al passo con la filosofia contemporanea, soprattutto dalla periferia dell’impero a cui la nostra lingua spesso ci condanna, è molto complesso eppure, almeno di alcuni nascenti fenomeni e correnti di pensiero, è praticamente impossibile non cominciare a vedere gli effetti nel dibattito pubblico. In questo senso il nome di Timothy Morton, forse uno dei più interessanti filosofi contemporanei appartenenti alla più ampia corrente dell’ontologia orientata agli oggetti (chiamata «OOO», rifiuta essenzialmente l’idea che Homo sapiens abbia un qualche privilegio esistenziale rispetto agli «oggetti non umani»), comincia a imporsi nello stato dell’arte della ricerca contemporanea.

Pochi mesi fa Morton ha pubblicato Dark Ecology. For a Logic of Future Coexistence (Columbia University Press), un libro bellissimo, oltre che complesso, in cui sostiene che la consapevolezza ecologica nell’epoca attuale (l’Antropocene, appunto) abbia assunto la forma di uno strano e contorto argomento: noi siamo i nemici della Natura e dobbiamo aiutarla a combatterci per resistere  (spesso in questo senso viene usato l’argomento metaforico di Homo sapiens come malattia autoimmunitaria della Natura). Eppure, se l’Antropocene non ha niente di morale ma è semplicemente descrittiva, le cose (almeno per Morton) non quadrano.

Intanto un elemento preliminare: in un altro libro, Ecology Without Nature (Harvard University Press, 2007), sempre Morton ha sostenuto sulla scia di una riflessione iniziata da Graham Harman, uno dei più grandi filosofi viventi (che da quest’anno insegnerà anche all’Università di Torino nel programma di studi filosofici in inglese), che la Natura non sia naturale. L’idea semplice, anche se disarmante per tutta la retorica del «naturalismo filosofico» che da Thoreau a oggi ha influenzato centinaia di filosofi (compreso chi scrive), è che una qualsiasi critica ecologica debba essere ripulita dalla biforcazione «natura/civiltà» o, più precisamente, dall’idea che la natura sia qualcosa che esista al di fuori delle mura della società contemporanea. Non si tratta di superare la solita dicotomia «natura/ cultura», perché altrimenti sarebbero bastati Adorno, Horkheimer, e la Scuola di Francoforte in generale, ma proprio di sovvertire la classica tassonomia dell’ontologia contemporanea (il cosiddetto «inventario del mondo»): anche quelli che chiamiamo «oggetti naturali» sono, in realtà, «oggetti sociali». Ancora, e per rincarare la dose: una multa per divieto di sosta e il lago di Walden nel Massachusetts non sono poi così diversi nella loro struttura metafisica perché entrambi oggetti costruiti dalle nostre credenze o intenzioni, se abbiamo una teoria più simile a quella di John Searle, o dai documenti e atti scritti se preferiamo una versione alla Maurizio Ferraris nel suo Documentalità (Laterza, 2009).

È a questo punto che si innesta la dark ecology, diciamo una sorta di «ecologia decadente», come teoria volta a esprimere, parole di Morton, «l’ironia, la bruttezza, e l’orrore» dell’ecologia contemporanea. Dal punto di vista della dark ecology non esiste alcuna base teorica neutra su cui sia possibile articolare richieste ecologiche specifiche nel senso di prendersi cura dell’ambiente o attuare certe pratiche per tutelare uno specifico ecosistema. Il motivo è in quella che Morton chiama «coesistenza»: tutte le forme di vita sono sempre già implicate nella ecologia, che non è mai qualcosa di cui ci si possa occupare oppure no rendendola paradossalmente un’attività antropocentrica, quanto piuttosto la condizione di possibilità del riconoscimento di una differenza «coesistenziale» per affrontare la catastrofe ambientale che, secondo Morton, si è già verificata.

In sostanza: non c’è proprio nulla da prevenire e se l’ecologia non prende il posto della metafisica, nell’orientarci tra le cose del mondo, le conseguenze saranno devastanti. Cosa significa, a questo punto, prendere il posto della metafisica? Morton in questo è ancora più originale e nel suo Hyperobjects. Philosophy and Ecology after the End of the World (University Of Minnesota Press, 2013) difende la nozione di «iper-oggetto»: un’entità descrittiva che si propone di sostituire quella di oggetti, su cui l’ontologia contemporanea lavora almeno dalla pubblicazione nel 1948 del celebre articolo «On What There Is» di Willard Van Orman Quine in poi, e che descrive le entità come liquide, viscose, decentrate, graduali e intersoggettive. Per semplificare: ogni ente è definibile solo in relazione (pur non essendo la relazione stessa) e l’ecologia, come disciplina che si occupa del «tra» delle cose, è molto più utile della metafisica che si occupa del «proprio» delle cose.

Viene dunque a svilupparsi una sorta di «altra ecologia», non più come pratica semi-paternalista ispirazione di attività come la Cop21 di Parigi, ma come narrazione del mondo che evidenzia quella che Morton chiama «la maglia»: l’insieme di tutte le forme di vita, ma anche l’insieme di tutte le forme di vita che sono morte e hanno concimato e modificato la Terra, la sua struttura e la sua storia. Tutto è vita, anche ciò che non sembrerebbe esserlo: il ferro è un sottoprodotto del metabolismo batterico e così anche l’ossigeno. Le montagne possono essere fatte di conchiglie e batteri fossili e la cosa decisiva è che la maglia non ha nessun elemento più importante o essenziale degli altri.

L’ecologia non è altro che tutto ciò che possiamo pensare, ma anche tutto ciò che non possiamo pensare: il futuro è collaborazione e non ha nulla a che fare con la posizione umana che anche quando pensa di prendersi cura del pianeta sta in realtà facendo esercizio di antropocentrismo. L’ecologia esiste al di qua e al di là dell’umano: è ciò che ci ospita e ciò che abbandoneremo, una sorta di «matrice», e si tratta dunque, piuttosto, di colmare una dicotomia invece che di risolverla.

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Timothy Morton, uno dei più importanti filosofi contemporanei, ha da poco pubblicato un saggio che capovolge il pensiero dominante sulla questione ambientale.

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