Ontologia del digitale

Ontologia del Software

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Il software sta definendo il mondo e riscrive le nostre esperienze

L’utilizzo massivo dei computer e robot è percepito come un pericolo e, nell’immaginario collettivo, è sentito come una invasione colonializzatrice. Questo è un rischio concerto, avvisabile anche dai non tecnici: dal pagamento della spesa fino al controllo sulle sonde spaziali almeno un robot è utilizzato ed è indispensabile nella catena produttore / operatore. La sensazione di pericolo accresce con i dispositivi per l’Internet of things.

Internet Of Things: il Software Intorno a Noi

Sappiamo che i computer lavorano collegati fra loro con la capacità di scambiarsi dati, processare informazioni, eseguire compiti e tanto altro. Dotare i dispositivi di uso comune di questa stessa capacità computazionale è l’attuale frontiera tecnologica ed informatica. Pensiamo alla domotica, a tutte le meraviglie in casa che ci rendono la vita più confortevole come la regolazione dell’ambiente secondo il nostro personale piacere, oppure alle scarpe da corsa connesse con un dispositivo di misurazione delle prestazioni, app od “orologio”, in grado di trasmettere quanti passi facciamo nel tempo, l’ampiezza delle falcate, se stiamo salendo o scendendo, velocità ed altro ancora. Ora colleghiamo tutto insieme, in una immagine

Pensiamo ad un mondo in cui la nostra auto controlli autonomamente la nostra agenda e ci ricordi, tramite la TV digitale, che dobbiamo fare benzina l’indomani, prima di partire per un lungo viaggio […] Nest è un termostato che apprende le nostre preferenze relative alla temperatura. È sufficiente regolare la temperatura più confortevole un certo numero di volte, e dopo una settimana Nest inizia a regolare la temperatura da solo. I suoi sensori imparano a conoscere il nostro stile di vita, le nostre abitudini e preferenze […] Il nostro nuovo frigorifero smart Samsung sa che cosa si trova al suo interno ed è in grado di suggerire ricette […] e di ricordarci la presenza di cibi freschi o in scadenza. Può essere sincronizzato con Evernote per condividere la lista del negozio di alimentare [i]

Tutti questi oggetti sono stati inseriti in Internet e possono interagire con i server, processare dati ed informazioni ed interagire con il mondo circostante. L’IoT può funzionare solo in presenza dei dispositivi digitali, cioè di particolari sensori che, dotati di un software dedicato al loro funzionamento, sono in grado di rilevare i dati di loro interesse, eventualmente processarli, attuare una reazione coerente e trasmettere questo processo nella rete. Il software, l’insieme ordinato di istruzioni che definiscono il comportamento del dispositivo, sono il vero cuore dell’IoT, il suo sistema nervoso, la sua capacità processuale.

Se ci voltassimo a guardare il mondo intorno a noi, sapremmo identificare il software presente? Lo potremmo trovare sicuramente nelle app dello smartphone, nelle applicazioni del computer, nei router del WiFi ma anche negli orologi digitali, nel decoder TV, nella televisione stessa, le casse al supermercato, il telepass, le automobili che frenano da sole… Il software è intorno a noi, negli oggetti che usiamo ogni giorno, cui affidiamo il nostro comfort e la nostra sicurezza. Ogni aspetto della nostra vita ha del software che lo controlla in maniera silenziosa, trasparente. Non è una invasione subdola, l’uomo stesso ha studiato e progetto i dispositivi con cui si circonda affinché lo aiutassero nel governo della vita e nel controllo della realtà circostante. Il software, inserito in tutti i dispositivi, attua immediatamente quelle reazioni agli eventi prima ancora che noi ce ne accorgiamo: spegnere il gas in presenza di fughe, frena l’auto quando siamo distratti, avverte dell’inquinamento dell’aria ed altro ancora. Insomma, il software sembra collaborare attivamente e proficuamente con l’uomo, una tecnologia amica e neutrale.

La Realtà del Software

Che cosa realizzano in realtà i sensori? Acquisendo per primi i dati del mondo, li rielaborano e li restituiscono all’uomo già processati. L’uomo non ha più l’immediatezza del dato, non riuscirebbe nemmeno a processare quel dato alla stessa velocità. Per questo motivo la maggior parte delle nostre esperienze con il mondo circostante è insidiato dal software, non è più un dato genuino, talvolta quel dato è totalmente precluso all’esperienza.

Il desiderio di controllare e piegare la natura circostante, fino all’esigenza di prendersene cura e di sfruttarla in maniera responsabile, ha portato alla creazione di complessi sistemi bio-informatico in grado di regolare le attività umane armonizzandole nell’eco sistema. Le difficoltà di organizzare questo controllo, con l’acquisizione istantanea di input differenti dai sensori, hanno imposto la necessità di dotarsi di software evoluto eseguito da computer in qualche parte del mondo, anch’essi sottoposti al controllo del software. Tanto più la nostra conoscenza dei meccanismi fisici è cresciuta, tanto più il software si è perfezionato e se ne sono avvertiti i benefici. Questi successi hanno allentato l’equilibrio del giudizio dal lato umano al lato software. Se i programmi realizzati per “custodire” il nostro ambiente funzionano perché non fidarci ed affidare a loro l’interpretazione del mondo? I dati elaborato dal software acquisiscono densità di struttura fino a diventare realtà.

Erosione dell’Esperienza

Cartesio affrontò il problema dell’esperienza umana: come essere sicuri che il mondo circostante, ciò che mi appare reale, corrisponda alle percezioni che i sensi rimandano? Se ci fosse un genio maligno che mi volesse ingannare?

Tutti noi abbiamo la certezza che la nostra mente sia in qualche modo “disgiunta” e “differente” dal corpo che viviamo: il corpo si ferisce ma è la mente a sentire il dolore, è la mente che decide e comanda di muovere il corpo. Quando ciò non avviene c’è uno spasmo o una paralisi e questa situazione può degenerare in patologia. La consapevolezza della mente è in due certezze:

  • Ha controllo sul corpo
  • Tramite il corpo fa esperienza del mondo al di fuori di sé

Il secondo punto è molto importante per l’esperienza: lo stato del corpo può compromettere la corretta esperienza. Uno stato febbrile o l’assunzione di droga o alcol alterano la nostra sensibilità e le capacità mentale. Anche fattori ambientali possono incidere come l’altezza che determina la vertigine. La domanda da porsi è: come può la mente essere certa che il dato rimandato dal corpo corrisponda esattamente al dato che l’oggetto emette? Ad esempio, un daltonico, una alterazione dei fotorecettori che ne alterano la visione dei colori, in parte o in toto, non distinguerà probabilmente il verde o, in casi minimi, il rosso o il blu. Messo davanti ad un semaforo non saprebbe distinguere il rosso dal verde se non fosse che uno è in alto e l’altro in basso. La mente del daltonico è ingannata dal suo corpo.

La moderna neurobiologia ha formulato un concetto molto interessante per risolvere il dualismo mente-corpo: la plasticità neurale. Questa è la capacità del cervello di riorganizzare la rete neurale (le relazioni inter neurali) instaurandone nuove o cancellando quelle non usate. In questo modo il sistema nervoso reagisce ad eventi esterni (esperienze) adeguando la sua struttura e la sua funzionalità. Il software, agendo come un nuovo livello di realtà, è in grado di alterare la nostra percezione e di ristrutturare le nostre menti, cioè i concetti e le categorie del pensiero. Non saremo più in grado di riconoscere la realtà oltre il software che ci apparirebbe strana e pericolosa se non ostile e “innaturale”.

Già oggi siamo a disagio quando il software è assente, non solo come WiFi o genericamente Internet. Pensiamo al caso di andare in una destinazione sconosciuta e di non poter usare il GPS o di guidare un’auto senza ABS. Il mondo ci rimanda dei dati che non sappiamo più decifrare.

Software come Ontologia

Il fenomeno a cui assistiamo è quello di un abbandono della realtà naturale per abbracciare sempre di più un’esperienza mediata dal software capace di nascondere gli aspetti “elementari” dell’esperienza. Kant non potrebbe che rallegrarsene: se gli “oggetti si debbono regolare secondo la nostra conoscenza”, non c’è alcuna differenza se questi oggetti ci vengono offerti dal software o dalla natura. Anzi, quelli organizzati dal software sono meglio processabile dall’uomo e da altri software, più integrati nella rete di conoscenza e più aperti alla comprensione. Lo spazio per l’esperienza fisica si riduce sempre di più. Già oggi giriamo il mondo con YouTube, la partecipazione ad un evento è fruita meglio in TV che sul posto, un’opera d’arta la posso vedere in JPG ad alta definizione e poi ingrandirla a piacimento mentre al museo non potrei nemmeno avvicinarmi. L’erosione dell’esperienza fisica potrebbe portarci a vivere in una bolla con un ecosistema talmente attraente che non ci sarebbe più il desiderio di uscirne. Vivere sulla Terra, Marte o Plutone sarebbe uguale: si vivrebbe dentro un ecosistema basato sul software. Scomparirebbero anche tutte le teorie legate al fisico: il software sarebbe la spiegazione di tutto. Anzi, per assurdo potrebbe violare le stesse leggi fisiche. L’acqua potrebbe andare dal basso verso l’alto per superare un ostacolo senza ricorrere alla pressione: basterebbe creare un campo elettromagnetico per spingere l’acqua in qualche direzione. Potrebbe anche annullare gli effetti fisici: aumentare o diminuire la gravità per abitare su pianeti come Marte o Giove o regolare l’alternanza di giorno e notte per mantenere i cicli terrestri. Non si avvertirebbe più la varietà dell’universo, le specificità dei luoghi e le variazioni ambientale, il software proporrebbe sempre le migliori condizioni nascondendoci la realtà dei fatti.

Il software diventerebbe la spiegazione ultima di tutto. Il dato sensibile viene fornito dal software attraverso le elaborazioni dei sensori e, prima che noi possiamo averne esperienza diretta, ci viene proposto il dato fisico già elaborato. In questo modo il software diventa la spiegazione del mondo, la sua ontologia.

La modernità si era illusa di poter invertire i ruoli fra uomo e mondo fisico, facendo scoprire al primo le capacità razionali per dominare e piegare il secondo ai suoi voleri, la post- modernità ha avuto il compito di “disincantarlo”, di fargli toccare la sua finitudine e renderlo uno fra i tanti. Kevin Kelly parlerebbe di discontinuità: pensavamo di essere al centro del mondo e non lo siamo, di essere differenti e superiori degli animali e non lo siamo, padroni dei nostri pensieri e non è vero. Oggi scopriamo che non siamo neanche coscienti di dove siamo!

Queste commistioni di umanità e tecnologie hanno avuto ultimamente diversi tentativi di spiegazioni. I più fantasiosi hanno pensato che, data la natura computazionale del mondo, fossimo dentro un super computer, una realtà virtuale prodotta da qualche programma e l’uomo il frutto di un utility di questa mega applicazione. Benché questa spiegazione alla Matrix sia affascinante per i tecno-entusiasti, mi sembra un’ipotesi poco plausibile.

Una prima teoria generalmente accettata è stata la realtà aumentata di Nathan Jurgenson, un sociologo e teorico dei social media. In un post del 24 febbraio del 2011[2][ii], ha proposto il paradigma della realtà aumentata come superamento di quello che chiamava “dualismo digitale” cioè la separazione dell’online dall’offline. La realtà aumentata voleva fondere “queste opposte prospettive che implodono atomi e bit” ed offrire un nuovo strumento concettuale per comprendere meglio la realtà digitale nascente. Per alcuni anni questo paradigma è stato il mantra degli studiosi.

Jurgenson ha avuto il merito di offrire un tentativo di superare una divisone che stava bloccando la riflessione sul digitale ed ha richiamato la necessità di dotarsi di nuovi strumenti di analisi per addentrarsi in una realtà tutta nuovo[iii]. Prima di lui, Luciano Floridi, filosofo italiano trapiantato ad Oxford e padre della Filosofia dell’Informazione, negli anni ’90 inizia a gettare le basi della sua filosofia nata ufficialmente con What is the Philosophy of Information del 2002. Floridi esplora il nuovo dell’etica e della filosofia seguendo la “informazione” come il mattone della costruzione del mondo. Senza informazioni non esisterebbe etica, metafisica, epistemologia disse in una intervista del 2015[iv]. Più recentemente, Cosimo Accoto[v] ha portato elementi nuovi nel panorama filosofico considerando la fusione del software nel mondo e della necessità di rivedere alcuni concetti portanti come il tempo, che il software propone dal futuro invertendo la nostra direzione di vita. Se prima prendevamo insegnamento dal passato per vivere il presente e progettare un futuro, il software ci propone un’elaborazione del futuro che viviamo nel presente ed archiviato come Storia.

Queste posizioni hanno una debolezza. La realtà aumentata non aumenta la realtà, il dato che propone non ha un valore in sé maggiore, un fiore rimane un fiore anche nella realtà aumentata. Il potenziamento è delle informazioni a corredo: è una rosa, è una tea, profuma ed altro. L’aumento non è della realtà ma dell’esperienza che posso fare di quella realtà. Infatti, la realtà aumentata è diventata sinonimo di applicazione che propone informazioni sui luoghi che attraversiamo. Le informazioni pensate da Floridi sono un aiuto enorme per costruire una filosofia per i tempi nuovi ma ancora non é una metafisica, non mi dice nulla degli oggetti e della realtà. Come Floridi stesso dice, l’esperienza da informazioni sul mondo e non dal mondo. Accoto costruisce, e forse auspica, un’ontologia androide tra uomo e software dove i dati sono accettati da chiunque le fruisca. In questo modo si nasconde ancora la realtà

e-Fisico

La realtà che noi viviamo non è ibridata, non ha un innesto computazionale, siamo noi che diamo al software la possibilità di agire nella realtà. Ad esempio, il commercio è stato trasportato nel digitale creando l’e-commerce, così l’insegnamento con l’e-learning. Stiamo agendo nel digitale come nel fisico e ci stiamo dotando degli strumenti digitali idonei. Se, come dice Jurgenson, c’è una continuità tra l’online e l’offline dove passiamo dall’uno all’altro continuamente come se fosse un ambiente solo, se viviamo una onlife, come sostiene Floridi, significa che il nostro agire sta trovando uno speculare nel digitale e, come nuovo ambiente, lo stiamo integrando nel fisico dove già viviamo.

A me piace chiamare i due piani di esperienza fisico e digitale e la realtà unica che costituiscono e-fisico per significare la digitalizzazione del mondo fisico senza annullare il secondo per privilegiare il primo. Cosa significa la realtà e-fisica del software? Quando premiamo troppo violentemente il pedale del freno, i sensori delle ruote, accorgendosi dell’imminente bloccaggio, impediscono l’ulteriore pressione sulle pinze del disco ignorando il comando ricevuto dall’autista. L’ABS non è un sistema tipico della nuova realtà in cui fisico e digitale si fondono insieme per dare una nuova percezione, ma è l’esempio della mediazione annichilente del digitale. L’autista non ha percezione dell’attività dell’ABS e penserà di essere un pilota più bravo di quanto in realtà non sia. Il software ABS impedisce al pilota di avere la percezione della sua interazione con l’automobile. Non è una fusione delle esperienze ma l’erosione dell’esperienza fisica. Al contrario, riportare il focus sulla possibilità di effettuare la stessa operazione in modo differente o migliore mantiene la contezza dell’agire umana. L’e-commerce non è un modo nuovo di fare acquisti in alternativa al tradizionale shopping, ma la possibilità di una fruizione più immediata e semplice.

Questo è l’e-fisico, la mediazione cosciente del fisico operata dal digitale. L’e-fisico mantiene la libertà dell’uomo, la possibilità di decidere, di passare dal fisico al digitale o di rimanere in uno spegnendo l’altro.

L’alternativa all’e-fisico è pensare ad un mondo deterministico, dove il digitale è l’approdo finale cui ci dovremmo abituare. In questa visione il digitale incarna la speranza di un futuro sempre migliore pagato con l’occultamento, come in una block-box, dei meccanismi intrinseci della realtà. Opererà un reincanto del mondo, ritornerà la magia e la meraviglia degli avvenimenti che accadono senza alcuna possibilità di spiegazione comprensibile.

Sarà il software a far accadere le cose. Un nuovo oracolo, un nuovo dio.

Strategie di Disattenzione

Pensare in termini di e-fisico, di possibilità di fruizione libera del mondo anziché di un determinismo tecnologico, è la via obbligatoria per non cadere in un “medioevo digitale”.

C’è la tendenza a cogliere il solo aspetto evoluzionistico del digitale cioè la trasformazione della struttura culturale ed esperienziale verso un paradigma basata sulla mediazione del software. Guardandoci intorno solo da questo punto di vista, percepiamo il mondo così come il software lo propone, elaborato con processi che non siamo in grado di comprendere e di cui non abbiamo contezza. Il comfort generato dal digitale opera un reincanto del mondo.

Sfuggire a questa sirena è difficile in quanto il digitale è costruito per essere attrattivo, per occupare il 100% del tempo sottraendolo alla relazionalità. Whatsapp è utile e va’ usato ma non può essere l’unico strumento di relazione o privilegiato rispetto al telefono, troppo personale e avido del nostro tempo di attenzione.

Geert Lovink invoca la ricerca di «concrete forme di disimpegno virtuale[vi]». È interessante quello che scrive:

c’è bisogno di progettare rituali quotidiani… progettati per essere indispensabili

Sviluppare la disattenzione dal digitale impedisce il verificarsi del «medioevo digitale» in cui magie e illusioni teotecniche hanno il sopravvento. Rinunciando alla volontà di comprendere il mondo, cediamo alla maggiore capacità del software di comprenderlo e di spiegarlo . Diventiamo bambini cui i genitori hanno cura di spiegare come funziona il mondo e di provvedere alla loro vita.

Il «medioevo tecnologico» è un estremo del nostro futuro, l’altro è la negazione del digitale. La mediana fra queste posizione è l’e-fisico che comprende entrambe purificandole dal desiderio di egemonia. Per farlo bisogna combattere la magia del digitale con una «cultura della disattenzione». Affinché questa abbia successo occorre creare e difendere i momenti di qualità dalla pretesa digitale. Ottima cosa sono i social network per scambiarsi esperienze o Whatsapp per i gruppi familiari, ma a tavola si è capaci di spegnere TV e cellulari?

Non si può demonizzare o rifiutare il digitale perchè siamo attratti dall’estremo opposto ma dobbiamo recuperare una vista “fisica” riempendola di contenuti di qualità, rendendola attraente ad attrattiva. Quando la noia incontra la tecnologia, inizia l’attrazione del medioevo digitale.

Edoardo Mattei

NOTE

[i] L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2017, pagg. 33;50

[ii] Digital Dualism versus Augmented Reality, di Nathan Jurgenson in cyberology, 24 febbraio 2011 (04.03.2018), https://thesocietypages.org/cyborgology/2011/02/24/digital-dualism-versus-augmented-reality/

[iii] Interessante la ricostruzione del dibattito sulla Realtà Aumentata in M. Bonazzi, La digitalizzazione della vita quotidiana, Franco Angeli, 2014

[iv] La Filosofia dell’informazione, Intervista a Luciano Floridi, di V. Genova, in La Chiave di Sophia 20 gennaio 2015 (04.03.2018) http://www.lachiavedisophia.com/blog/la-filosofia- dellinformazione-intervista-a-luciano-floridi/

[v] C. Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017

[vi] G. Lovink, L’abisso dei social network, Univ. Bocconi Ed., 2016, pagg 24-25

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