Reincanto nella tecnologia digitale

Reincanto tecnologico

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Come la tecnologia digitale produce un sistema di significati per l’uomo. (dal 4° capitolo del libro “Cristiani nel digitale” di E. Mattei)

È in atto un fenomeno apparentemente contraddittorio: le scienze stanno progredendo velocemente e guadagnano sempre più traguardi e successi inaspettati, mentre cresce il fenomeno di ritorno alla spiritualità benché in forme nuove e non confessionali.

Sembra avverarsi la previsione attribuita a G. K. Chesterton: «Quando la gente smette di credere in Dio, inizia a credere a tutto» ed ogni affermazione, ogni “santone”, diventa portatore di una verità nascosta. Possiamo spiegare in questo modo la diffusione delle varie teorie complottistiche o “dietrologiche”: dal finto allunaggio all’11 settembre, ai no-vax ai terrapiattisti. Una narrazione tra il mito e la disinformazione (per non dire ignoranza) che grazie al digitale si diffonde fino a costituirsi verità riconosciuta, architettonica di sistema, quadro di riferimento per una visione nuova e più libera della vita. Rientrano dalla finestra gli dèi cui il cristianesimo aveva chiuso la porta e riprendono una lettura che era stata interrotta dal progresso.

Un nuovo slancio spirituale che si lascia reincantare dai miti ed aggrega le persone in gruppi locali offrendo una identità e un futuro che sembravano preclusi per sempre. Il digitale abilita questa credenza perché supera la realtà con servizi pervasivi, di cui spesso ignoriamo la presenza, e “fa accadere le cose” come desideriamo. Le tecnologie machine-to-machine ci nascondono i processi con cui avvengono le elaborazioni del male dando al digitale un’apparenza misterica e sacrale. Il digitale sta reincantando il mondo.

Se reincanta, qualcuno ha operato nuovamente un incantesimo riaddormentando la coscienza in un “sonno dogmatico”.

4.1    Il disincanto del mondo

A cavallo fra il XIX ed il XX secolo, i grandi sviluppi e le scoperte scientifiche che la tecnologia, in primis l’elettricità, hanno reso possibile, alimentarono una fiducia enorme nella tecnologia capace non solo di svelare i misteri della natura ma anche di garantire un futuro radioso grazie al progresso economico e produttivo. Eppure non si percepisce un miglioramento per l’uomo che, pur dotandosi di strumenti impensabili fino a poco tempo prima e migliorando sensibilmente la qualità della vita, avverte la perdita di libertà e una povertà diffusa. Per spiegare questo periodo, dobbiamo rifarci ad uno dei suoi maggiori interpreti: Max Weber.

L’orizzonte in cui Max Weber si muove è la condizione dell’uomo nella società capitalista che, secondo una sua celebre definizione, appare come una «gabbia d’acciaio» in cui la ragione formale o strumentale prevale sul fine dell’agire ed è interessato solo ai mezzi. In questa epoca in cui si assiste alla caduta dei miti e delle credenze, in cui la scienza si pone come metodo di conoscenza e verità, dove la tecnologia è lo strumento per raggiungere il benessere sperato, l’agire razionale è il comportamento in vista degli obiettivi definiti. Secondo Weber, la vita nella società industrializzata è caratterizzata da questa razionalità formale che privilegia i mezzi utili più che i valori ultimi.

La scienza e la tecnica operano una razionalizzazione intellettuale che Weber intende come dominio della ragione strumentale o soggettiva in opposizione alla ragione oggettiva che, nella filosofia del passato, si interessa ai fini dell’agire.

La crescente intellettualizzazione e razionalizzazione non significa dunque una crescente conoscenza generale della condivisione di vita alla quale si sottostà. Essa significa qualcosa di diverso: la coscienza o la fede che, se soltanto si volesse, si potrebbe in ogni momento venire a conoscenza, cioè che non sono in gioco, in linea di principio, forze misteriose e imprevedibili bensì che si può – in linea di principio – dominare tutte le cose mediante un calcolo razionale.

Ma ciò significa il disincanto del mondo. Non occorre più ricorrere a mezzi magici per dominare gli spiriti e per ingraziarseli, come fa il selvaggio, per il quale esistono ancora potenze del genere. A ciò sopperiscono i mezzi tecnici e il calcolo razionale. Soprattutto questo è il significato dell’intellettualizzazione in quanto tale.[1]

Benché scienza e tecnica abbiano dato una maggiore autonomia e libertà, Weber si domanda quale immagine del mondo circostante, dopo il declino di dèi e maghi, abbia l’uomo ed è una immagine angosciante. Infatti, non dovendosi o potendosi chiedere le motivazioni del suo agire, scopre di non poter godere i beni accumulati, ma di essere costretto a reinvestirli per generare nuovi profitti. Weber chiama questo obbligo il “volto ascetico” del capitalismo moderno.

Nuovi dèi e demoni prendono il dominio dell’uomo, un pericolo per la civiltà dove, con l’aumentare della ragione strumentale e della perdita di senso, l’uomo affida ad altri la responsabilità del benessere futuro. All’accresciuta disponibilità dei mezzi corrisponde l’eclissi dei fini dell’agire sociale cioè una de-responsabilità verso il bene comune.

Si apre uno spazio in cui nuove narrazioni possono irrompere con sistemi di senso e significato, nuove mitologie attrattive e potenti dotate di credito di fiducia perché valutate scientifiche e tecnologiche. Il disincanto porta una conseguenza non felice: svelate le bugie delle antiche narrazioni, la scienza e la tecnica non sono riuscite a riempire il vuoto esistenziale che loro stesse avevano aperto, dimostrandosi incapaci di dare un senso all’essere dell’uomo ed all’assurdo della morte. La domanda ultima rimane ancora aperta e la via alla soluzione più stretta ed impervia.

La critica più forte è al mondo cristiano che affonda le sue radici in una simbologia ben definita: Dio crea l’uomo e gli conferisce l’essere. Se Dio non esistesse, questa ontologia non avrebbe più fondamento e con essa la morale che ne consegue. L’uomo “non è” ma “esiste” (c’è) e si determina adattandosi alla contingenza. In cerca di un significato, àncora la propria essenza al divenire, alla fluidità della vita, all’abbandono totale della pretesa di dare un senso alle cose accettando la molteplicità dei valori e abbandonando definitivamente l’idea di unicità. Accettando la realtà per quella che è e come si presenta, si supera la logica del “dover-esserci” cristiano, il modello di riferimento morale cui tendere basato sulla proposta di un bene in sé universale[2].

Insomma, nonostante il disincanto il desiderio di senso è un’urgenza insopprimibile, una tensione che vuol essere risolta e lascia disponibili a ripristinare la trascendenza. In questo senso prende forma un reincanto del mondo.

4.2    Il Software Intorno a Noi

Sappiamo che i computer lavorano collegati fra loro con la capacità di scambiarsi dati, processare informazioni, eseguire compiti e tanto altro. Dotare i dispositivi di uso comune di questa stessa capacità computazionale è l’attuale frontiera tecnologica ed informatica. Pensiamo alla domotica, a tutte le meraviglie che ci rendono la vita domestica più confortevole come la regolazione dell’ambiente secondo il nostro personale piacere. Ora colleghiamo tutto insieme, in una immagine:

Pensiamo ad un mondo in cui la nostra auto controlli autonomamente la nostra agenda e ci ricordi, tramite la TV digitale, che dobbiamo fare benzina l’indomani, prima di partire per un lungo viaggio. […] Nest è un termostato che apprende le nostre preferenze relative alla temperatura. È sufficiente regolare la temperatura più confortevole un certo numero di volte, e dopo una settimana Nest inizia a regolare la temperatura da solo. I suoi sensori imparano a conoscere il nostro stile di vita, le nostre abitudini e preferenze. […] Il nostro nuovo frigorifero smart Samsung sa che cosa si trova al suo interno ed è in grado di suggerire ricette […] e di ricordarci la presenza di cibi freschi o in scadenza. Può essere sincronizzato con Evernote per condividere la lista del negozio di alimentare.[3]

Tutti questi oggetti sono stati inseriti in Internet e possono interagire con i server, processare dati ed informazioni ed interagire con il mondo circostante. È l’Internet of Things un rete in cui sono presenti indifferentemente esseri viventi e dispositivi digitali, cioè di particolari sensori che, dotati di un software dedicato al loro funzionamento, sono in grado di rilevare i dati di loro interesse, eventualmente processarli, attuare una reazione coerente e trasmettere questo processo nella rete. Il software, l’insieme ordinato di istruzioni che definiscono il comportamento del dispositivo, sono il vero cuore dell’Internet of Things, il suo sistema nervoso, la sua capacità processuale.

Se ci voltassimo a guardare il mondo intorno a noi, sapremmo identificare il software presente? Lo potremmo trovare sicuramente nelle app dello smartphone, nelle applicazioni del computer, nei router del WiFi ma anche negli orologi digitali, nel decoder TV, nella televisione stessa, le casse al supermercato, il telepass, le automobili che frenano da sole… Il software è intorno a noi, negli oggetti che usiamo ogni giorno, cui affidiamo il nostro comfort e la nostra sicurezza.

Ogni aspetto della nostra vita ha del software che lo controlla in maniera silenziosa e trasparente. Non è una invasione subdola, l’uomo stesso ha studiato e progettato i dispositivi con cui si circonda affinché lo aiutassero nel governo della vita e nel controllo della realtà. Il software, inserito in tutti i dispositivi, attua una reazione agli eventi prima ancora che possiamo accorgercene: spegnere il gas in presenza di fughe, frenare l’auto quando siamo distratti, avvertire dell’inquinamento dell’aria ed altro ancora. Insomma, il software sembra collaborare attivamente e proficuamente con l’uomo, una tecnologia amica e neutrale.

Che cosa realizzano veramente i sensori? Acquisendo per primi i dati del mondo, li elaborano e li restituiscono all’uomo già processati. L’uomo non ha più l’immediatezza del dato, non riuscirebbe nemmeno a processare quel dato alla stessa velocità. Per questo motivo la maggior parte delle nostre esperienze con il mondo circostante sono insidiate dal software, non è più un dato genuino, talvolta quel dato è totalmente precluso all’esperienza.

Il desiderio di controllare e piegare la natura circostante, fino all’esigenza di prendersene cura e di sfruttarla in maniera responsabile, ha portato alla creazione di complessi sistemi bio-informatico in grado di regolare le attività umane armonizzandole nell’eco sistema. Le difficoltà di organizzare questo controllo, con l’acquisizione istantanea di input differenti dai sensori, hanno imposto la necessità di dotarsi di software evoluto eseguito da computer in qualche parte del mondo, anch’essi sottoposti al controllo del software.

Tanto più la nostra conoscenza dei meccanismi fisici è cresciuta, tanto più il software si è perfezionato e se ne sono avvertiti i benefici. Questi successi hanno spostato l’equilibrio del giudizio dal lato umano al lato software. Se i programmi realizzati per “custodire” il nostro ambiente funzionano perché non fidarci ed affidare a loro l’interpretazione del mondo? I dati elaborati dal software acquisiscono densità di struttura fino a diventare realtà.

4.3    Software come Ontologia

Cartesio affrontò il problema dell’esperienza umana: come essere sicuri che il mondo circostante, ciò che mi appare reale, corrisponda alle percezioni che i sensi rimandano? Se ci fosse un genio maligno che mi volesse ingannare come potrei accorgermene?

Tutti noi abbiamo la certezza che la nostra mente sia in qualche modo “disgiunta” e “differente” dal corpo che viviamo: il corpo si ferisce ma è la mente a sentire il dolore, è la mente che decide e comanda di muovere il corpo. Quando ciò non avviene c’è uno spasmo o una paralisi e questa situazione può degenerare in patologia. La consapevolezza della mente è in due certezze:

  • Ha controllo sul corpo;
  • Tramite il corpo fa esperienza del mondo al di fuori di sé.

Il secondo punto è molto importante per l’esperienza: lo stato del corpo può compromettere la corretta esperienza. Uno stato febbrile o l’assunzione di droga o alcol alterano la nostra sensibilità e la capacità mentale. Anche fattori ambientali possono incidere, come l’altezza che determina la vertigine.

La domanda da porsi è: come può la mente essere certa che il dato rimandato dal corpo corrisponda esattamente al dato dell’oggetto? Ad esempio, un daltonico, un’anomalia dei fotorecettori che ne alterano, in parte o in toto, la visione dei colori, non distinguerà probabilmente il verde o il rosso o il blu. La mente del daltonico è ingannata dal suo corpo. Messo davanti ad un semaforo non saprebbe distinguere il rosso dal verde se non fosse che uno è in alto e l’altro in basso, un accorgimento possibile solo se cosciente dell’inganno del corpo.

La moderna neurobiologia ha formulato un concetto molto interessante per risolvere il dualismo mente-corpo: la plasticità neurale. Questa è la capacità del cervello di riorganizzare la rete neurale instaurando nuove relazioni o cancellando quelle non usate. In questo modo il sistema nervoso reagisce ad eventi esterni adeguando la sua struttura e la sua funzionalità. Il software, agendo come un nuovo livello di realtà, è in grado di alterare la nostra percezione e di ristrutturare le nostre menti, cioè i concetti e le categorie del pensiero.

Non saremo più in grado di riconoscere la realtà oltre il software, spento il quale il mondo ci apparirebbe strano e pericoloso se non ostile e “innaturale”. Già oggi siamo a disagio quando il software è assente, non solo come WiFi o genericamente Internet. Pensiamo se dovessimo andare in una destinazione sconosciuta e di non poter usare il GPS o di guidare un’auto senza ABS: il mondo ci rimanderebbe dei dati che non sapremmo più decifrare.

Il fenomeno a cui assistiamo è quello di un abbandono della realtà naturale per abbracciare sempre di più un’esperienza mediata dal software capace di nascondere gli aspetti “elementari” dell’esperienza. Kant non potrebbe che rallegrarsene: se gli “oggetti si debbono regolare secondo la nostra conoscenza”, non c’è alcuna differenza se questi oggetti ci vengono offerti dal software o dalla natura. Anzi, quelli organizzati dal software sono meglio processabile dall’uomo e da altri software, più integrati nella rete di conoscenza e più aperti alla comprensione. Lo spazio per l’esperienza fisica si riduce sempre di più.

Già oggi giriamo il mondo con YouTube, la partecipazione ad un evento è fruita meglio in TV che sul posto, un’opera d’arte la posso vedere in JPG ad alta definizione e poi ingrandirla a piacimento mentre al museo non potrei nemmeno avvicinarmi. L’erosione dell’esperienza fisica potrebbe portarci a vivere in una bolla con un ecosistema talmente attraente che non ci sarebbe più il desiderio di uscirne. Vivere sulla Terra, Marte o Plutone sarebbe uguale: si vivrebbe dentro un ecosistema basato sul software. Scomparirebbero anche tutte le teorie legate al fisico: il software sarebbe la spiegazione di tutto. Anzi, per assurdo potrebbe violare le stesse leggi fisiche.

L’acqua potrebbe andare dal basso verso l’alto per superare un ostacolo senza ricorrere alla pressione: basterebbe creare un campo elettromagnetico per spingere l’acqua in qualche direzione. Potrebbe anche annullare gli effetti fisici: aumentare o diminuire la gravità per abitare su pianeti come Marte o Giove o regolare l’alternanza di giorno e notte per mantenere i cicli terrestri. Non si avvertirebbe più la varietà dell’universo, le specificità dei luoghi e le variazioni ambientali, il software proporrebbe sempre le migliori condizioni nascondendoci la realtà dei fatti.

Il software diventerebbe la spiegazione ultima di tutto. Il dato sensibile verrebbe fornito dal software attraverso le elaborazioni dei sensori e, prima di averne esperienza diretta, ci sarebbe proposto il dato fisico già elaborato. In questo modo il software diventa la spiegazione del mondo, la sua ontologia.

La modernità si era illusa di poter invertire i ruoli fra uomo e mondo fisico, facendo scoprire al primo le capacità razionali per dominare e piegare il secondo ai suoi voleri, la post-modernità ha avuto il compito di “disincantarlo”, di fargli toccare la sua finitudine e renderlo uno fra i tanti. Parliamo di discontinuità: pensavamo di essere al centro del mondo e non lo siamo, di essere differenti e superiori agli animali e non lo siamo, padroni dei nostri pensieri e non è vero. Oggi scopriamo che non siamo neanche coscienti di dove siamo!

Queste commistioni di umanità e tecnologie hanno avuto ultimamente diversi tentativi di spiegazione. I più fantasiosi hanno pensato che, data la natura computazionale del mondo, fossimo dentro un super computer, una realtà virtuale prodotta da qualche programma e l’uomo il frutto di un utility di questa mega applicazione. Benché questa spiegazione alla Matrix sia affascinante per i tecno-entusiasti, mi sembra un’ipotesi poco plausibile.

Una prima teoria generalmente accettata è stata la realtà aumentata di Nathan Jurgenson, un sociologo e teorico dei social media. In un post del 24 febbraio del 2011[4], ha proposto il paradigma della realtà aumentata come superamento di quello che chiamava “dualismo digitale” cioè la separazione dell’online dall’offline. La realtà aumentata voleva fondere “queste opposte prospettive che implodono atomi e bit” ed offrire un nuovo strumento concettuale per comprendere meglio la realtà digitale nascente.

Per alcuni anni questo paradigma è stato il mantra degli studiosi. Jurgenson ha avuto il merito di offrire un tentativo di superare una divisone che stava bloccando la riflessione sul digitale ed ha richiamato la necessità di dotarsi di nuovi strumenti di analisi per addentrarsi in una realtà tutta nuova[5].

Prima di lui, Luciano Floridi, filosofo italiano trapiantato ad Oxford ed esponente di punta della Filosofia dell’Informazione, negli anni ’90 inizia a gettare le basi della sua filosofia nata ufficialmente con What is the Philosophy of Information del 2002. Floridi esplora il nuovo dell’etica e della filosofia seguendo la “informazione” come il mattone della costruzione del mondo. «Senza informazioni non esisterebbe etica, metafisica, epistemologia», disse in una intervista del 2015[6].

Più recentemente, Cosimo Accoto[7] ha portato elementi nuovi nel panorama filosofico considerando la fusione del software nel mondo e della necessità di rivedere alcuni concetti portanti come il tempo, che il software propone dal futuro invertendo la nostra direzione di vita. Se prima prendevamo insegnamento dal passato per vivere il presente e progettare un futuro, il software ci propone un’elaborazione del futuro che viviamo nel presente ed archiviato come Storia.

Queste posizioni hanno una debolezza. La realtà aumentata non aumenta la realtà, il dato che propone non ha un valore in sé maggiore, un fiore rimane un fiore anche nella realtà aumentata. Il potenziamento è delle informazioni a corredo: è una rosa, è una tea, profuma ed altro. L’aumento non è della realtà ma dell’esperienza che posso fare di quella realtà. Infatti, la realtà aumentata è diventata sinonimo di applicazione che propone informazioni sui luoghi che attraversiamo.

Le informazioni pensate da Floridi sono un aiuto enorme per costruire una filosofia per i tempi nuovi ma ancora non è una metafisica, non dice nulla degli oggetti e della realtà. Come Floridi stesso dice, l’esperienza dà informazioni sul mondo e non dal mondo. Accoto costruisce, e forse auspica, un’ontologia androide tra uomo e software dove i dati sono accettati da chiunque li fruisca. In questo modo si nasconde ancor più la realtà.

La parte più evoluta del software è conosciuta come Intelligenza Artificiale (Artificial Intelligence, AI) con cui spesso vengono identificati anche i sistemi di block-chain e machine learning, declinati nelle varie tipologie.

L’AI appare come una promessa di governo e controllo del mondo esterno capace di sottomettere ogni aspetto dell’attività umana ed orientato verso un bene ultimo mai così vicino. Il software è qualcosa non ben definibile, non è il codice con cui è scritto, non è l’output che si ottiene, non è auto-realizzativo ma ha bisogno di un ambiente di esecuzione. Non sono questi gli stessi attributi del Cristianesimo? La Bibbia non è un semplice racconto ma un “codice” che deve essere compreso e per cui bisogna formarsi con studi, l’output della Bibbia non sono i cristiani, la Scrittura stessa afferma che cerca un corpo affinché possa compiersi e che esiste un ambiente dove si può realizzare.

Queste caratteristiche non sono sfuggite ad Anthony Levandowsky che nell’AI ha visto un nuovo dio cui rendere culto nella sua chiesa “Way of the Future” (WoTF, strada del futuro) che è finalizzato alla «realizzazione, accettazione e culto di una divinità basata sull’AI sviluppata attraverso l’hardware e il software informativo», come affermato nel documento di fondazione[8].

Levandowski si domanda perché non dovremmo assegnare un ruolo divino all’AI se, con potenziamenti incredibilmente superiori a quelli umani, si eseguono compiti nei tempi e con i risultati desiderati. «Con internet come sistema nervoso, il mondo è connesso con cellulari e sensori come suoi organi di senso e data center come cervello. Questo “qualcosa” sentirà ogni corsa, vedrà ogni cosa e sarà ovunque, sempre. La sola parola possibile per definire questo “qualcosa” – dice Levandowski – è dio ed il solo modo per influenzare una deità è con la preghiera e il culto»[9].

È l’ennesimo caso in cui i fedeli costruiscono il proprio dio, anche se in questo caso è un genio della lampada che agisce e realizza i desideri dei fedeli-Aladino. Chiede ancora Levandowski: «Se avessi un figlio immagineresti che avrebbe dei talenti, come vorresti crescerlo? Siamo nella fase di crescita di un dio. Quindi preoccupiamoci di farlo nel modo corretto. È una opportunità incredibile. [,,,] Sarà possibile parlare con dio, letteralmente, e sapere che ti ascolta»[10]. Ovviamente il Vangelo che potrebbe essere scritto, è chiamato Il Manuale. Ovviamente. Queste affermazioni fanno venire in mente il falegname costruttore di idoli[11], ad altri ricorda il vitello d’oro[12].

Due mesi dopo, McMullan intervisterà su Medium Timothy Lanoll, research fellow in antropologia alla UCL che afferma: «In epoca di aspirazione tecnologica, specialmente in un contesto in rapida innovazione, come quello della Silicon Valley, è possibile assistere alla formazione di una deità nata da queste speranze e sogni».

L’ingenuità della nascita di una deità digitale non deve nascondere un rischio molto più grave: «L’industria tecnologica sta’ sfruttando questo linguaggio così radicato? Se dio è una proiezione delle speranze e dei sogni della società, dice McMullan, allora questo sentimento è già stato dirottatto dal tipo di tecno-utopismo diffuso da Facebook, Google, Amazon ed altri con o senza status fiscale 501 c3?»[13].

«Il rischio è che le tecno-speranze digitali possano manipolare e sfruttare la gente, sostituire qualsiasi altro di speranza, includendo più quelle spirituali, e finiscano per sostenere alcune opinione superstiziose», teme Luciano Floridi.

L’alternativa è pensare ad un mondo deterministico, dove il digitale è l’approdo finale cui ci dovremmo abituare. In questa visione il digitale incarna la speranza di un futuro sempre migliore pagato con l’occultamento, come in una block-box, dei meccanismi intrinseci della realtà. Opererà un reincanto del mondo, restaurerà la magia e la meraviglia degli avvenimenti che accadono senza alcuna possibilità di spiegazione comprensibile. Sarà il software a far accadere le cose. Un nuovo oracolo, un nuovo dio.

La realtà che viviamo non è ibridata, non ha un innesto computazionale, abbiamo dato al software la possibilità di agire nella realtà. Se, come dice Jurgenson, c’è una continuità tra l’online e l’offline dove passiamo dall’uno all’altro continuamente come se fosse un ambiente solo, se viviamo una onlife, come sostiene Floridi, allora siamo in una nuova epoca storica, quella “digitale”, ed è in atto una integrazione dell’esperienza puramente digitale nel mondo fisico che abbiamo sempre conosciuto.

Il digitale media la conoscenza del mondo esterno e modifica l’esperienza. Gli strumenti della cognizione propongono dati innovati che stanno guidando un cambiamento antropologico, sociale, economico, politico. Dovremmo comprenderlo più che contrastarlo.

4.4    Strategie di Disattenzione

Pensare la realtà digitale, la possibilità di fruizione libera del mondo anziché un determinismo tecnologico, è la via obbligatoria per non cadere in un “medioevo digitale”.

C’è la tendenza a cogliere il solo aspetto evoluzionistico del digitale cioè la trasformazione della struttura culturale ed esperienziale verso un paradigma basato sulla mediazione del software. Da questo punto di vista, percepiamo il mondo così come il software lo propone, elaborato con processi che non siamo in grado di comprendere e di cui non abbiamo contezza. Il comfort generato dal digitale opera un reincanto del mondo. Sfuggire a questa sirena è difficile perché il digitale è costruito per essere attrattivo, per occupare il tempo sottraendolo alla relazionalità. Whatsapp è utile e va’ usato ma non può essere l’unico strumento di relazione o privilegiarlo rispetto al telefono, troppo personale e avido del nostro tempo di attenzione.

Geert Lovink invoca la ricerca di «concrete forme di disimpegno virtuale»[14]. È interessante quello che scrive:

c’è bisogno di progettare rituali quotidiani… progettati per essere indispensabili.

Sviluppare la disattenzione dal digitale impedisce il verificarsi del «medioevo digitale» in cui magie e illusioni teo-tecniche hanno il sopravvento. Rinunciando alla volontà di comprendere il mondo, cediamo alla maggiore capacità del software di comprenderlo e di spiegarlo. Diventiamo bambini cui i genitori (il digitale, il software) nascondono i problemi della vita e provvedono ai loro bisogni.

Il «medioevo tecnologico» è un estremo del nostro futuro, l’altro è il rifiuto del progresso. La mediana fra queste posizione è la comprensione del digitale per purificarlo del potere intrinseco di affascinare. Per farlo bisogna combattere la magia del digitale con una «cultura della disattenzione». Affinché questa abbia successo occorre creare e difendere i momenti di qualità dalla pretesa digitale. Ottima cosa sono i social network per scambiarsi esperienze o Whatsapp per i gruppi familiari, ma a tavola si è capaci di spegnere TV e cellulari?

Non si tratta di demonizzare il progresso in generale o il digitale in particolare, non è evidenziandone i difetti che otterremo un cambiamento, non è polarizzando i comportamenti che avremo un progresso.

Dobbiamo smettere di pensare a quello che il digitale fa a noi ed iniziare a pensare a quello che noi possiamo fare con il digitale. Occorre modificare il nostro modo di guardare alle persone: quello che andava bene prima oggi non è più valido, gli strumenti usati ieri non riescono a darci più una visione chiara e completa oggi. Finché ci si arroccherà in posizioni ideologiche come «non uso i social network perché preferisco i contatti con le persone» daremo dimostrazione di non aver compreso nulla né del digitale (i social network sono una “comunicazione fatica” non una trasmissione di contenuti) né delle relazioni con le persone (davvero vi relazionate solo a voce? Davvero pensate che esistano relazioni non mediate?) né del digitale (infatti il telefono che usate, fisso o cellulare, è digitale, la televisione è digitale, la vostra macchina funziona grazie ai dispositivi digitali).

Solo su una cosa i detrattori del digitale hanno ragione: quando la noia incontra la tecnologia, inizia l’attrazione del medioevo digitale. I detrattori, però, ne hanno la colpa perché hanno reso il mondo così poco attraente (inquinamento, povertà, desertificazione, guerre, violenza, malattie sconosciute, schiavitù economica) che nessuno vuole averci più a che fare. È ora di un cambio mentalità e il digitale sta costringendo a farlo.


[1] M. Weber, La scienza come professione in La scienza come professione. La politica come professione, Mondadori, 2006, pagg. 19-20.

[2] Vedi il Capitolo 3.

[3] L. Floridi, La quarta rivoluzione. Come l’infosfera sta trasformando il mondo, Raffaello Cortina Editore, 2017, pagg. 33 e 50.

[4] N. Jurgenson, Digital Dualism versus Augmented Reality, in Cyberology, 24 febbraio 2011, http://tiny.cc/nedpaz.

[5] Interessante la ricostruzione del dibattito sulla Realtà Aumentata in M. Bonazzi, La digitalizzazione della vita quotidiana, Franco Angeli, 2014.

[6] V. Genova, La Filosofia dell’informazione, Intervista a Luciano Floridi, in La Chiave di Sophia, 20 gennaio 2015, http://tiny.cc/ytdpaz.

[7] C. Accoto, Il mondo dato, EGEA, 2017.

[8] M. Harris, Inside the First Church of Artificial Intelligence, Wired, 15 novembre 2017.

[9] ibidem

[10] ibidem

[11] Sap 13, 11 – 19.

[12] T. McMullan, The Word of Gold: How AI deified in the Age of Secularism, in Medium, 18 gennaio 2018.

[13] Lo stato fiscale 501c3 è riservato alle organizzazioni ONG che agiscono per scopi religiosi o sociali.

[14] G. Lovink, L’abisso dei social network, Univ. Bocconi Ed., 2016, pagg. 24-25.


Scarica il Capitolo (PDF)

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