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cultura digitale covid19

La cultura diventa digitale nell’era del Covid-19

Condividi: Per Impresa Cultura Italia-Confcommercio e SWG, il consumo culturale degli italiani è diventato digitale durante il periodo…Condividi:

etica Covid 19

Etica Post Covid-19 per una società nuova

Condividi: Nella quarantena ci domandavamo se il Covid-19 ci avrebbe cambiato in meglio. Sono sempre stato scettico ed i dati di questi giorni (mare, calcio, movida) sembrano darmi ragione. Solo ritrovando un'etica condivisa sarà possibile cambiare. Il ritorno alla normalità dopo la quarantena per il Covid-19 ha posto delle domande sulla nostra società come insieme di individui. Tra queste domande, la più grande è se il periodo di lockdown abbia migliorato la nostra etica di comunità o se continuiamo a perseverare nei nostri egoismi e individualismi.Recuperare un’etica collettiva ci permetterebbe di affermare, in questo periodo post Covid-19, che il lockdown ci ha resi migliori, ci ha fortificato come individui e come società. Ma è davvero così?La perdita dell’eticaLa natura si è sempre presentata all’uomo come pericolosa e ricca d’insidie. La sinergia fra scienza e tecnologia, nata nelle rivoluzioni industriali, ha permesso di sconfiggere e liberare l’uomo dalle carestie ed epidemie che lo avevano perseguitato per secoli.Ad oggi, solo nei paesi dove non è possibile realizzare questo matrimonio fra scienza e tecnologia si rintracciano ancora i segni delle tragedie che l’Occidente sembra aver dimenticato.La vittoria della scienza e della tecnologia contro la natura ha un capitolo che non viene raccontato spesso, quello della perdita dell’etica.Infatti, la tecnologia ha liberato l’uomo da qualche cosa. Lo ha liberato dai pericoli e dall’oppressione esterna, ma non gli ha permesso di essere libero di qualcosa. La libertà di fare qualche cosa, di scegliere è una libertà legata all’etica.Quale etica abbiamo?La liberazione dalle oppressioni esterne, è stata vissuta anche come liberazione dai poteri e le forze esterne che sembravano coercizzare la vita dell’uomo. Tra queste, l’etica e la morale provenienti dalle autorità costituite, quali lo Stato e la Chiesa.La scienza e la tecnologia, hanno sì vinto questi poteri ed oppressioni, ma non sono state in grado di sostituirle né di indicare una strada dove poter ritrovare un valore comune e condiviso. Tramontata l’idea di un’etica assoluta, si fa strada l’idea dell’etica individuale dove l’unico riferimento riconosciuto era il raggiungimento del bene personale.Abbiamo un’etica condivisa per affrontare il periodo post Covid-19?La necessità di regole per una vita sociale comune, ha obbligato ad una difficile mediazione fra i beni individuali affinché si giungesse ad un compromesso cui ognuno ha sacrificato parte delle proprie aspettative.Il digitale amplifica la percezione di affrancamento dai condizionamenti esterni e di costruzione di un universo all’interno del quale sia possibile vivere liberamente. I legami e le connessioni con il mondo esterno e con le persone si affievoliscono e la propria responsabilità verso la biosfera e l’umanità viene sempre più disconosciuta.Anche nel recente periodo di lockdown per la pandemia da Covid-19, se è vero che le videoconferenze hanno permesso di mantenere i contatti e le relazioni, questo è avvenuto digitalmente, cioè non si è condiviso lo spazio ed il tempo, i nostri interlocutori potevano essere non solo in spazi differenti ma anche in tempi (fusi orari) differenti. Il digitale, come un mixer, miscelava gli spazi ed i tempi differenti per dare un unico output condiviso.Realtà Condivisa e Realtà DigitaleNegli incontri di persona, condivido il tempo e lo spazio con gli altri partecipanti e devo trovare un codice di comportamento condiviso che lo regolamenti. Questi sono i saluti iniziali, i preamboli alla discussione, il modo civile di discutere, il modo di concludere e di salutarsi.Nel digitale tutti questi codici sociali sono distrutti e vanno negoziati nuovamente. Si presenta nuovamente l’esigenza di ritrovare un bene comune cioè condiviso.  Non dovremmo continuare ad utilizzare gli strumenti digitali per aumentare la divisione, ma come laboratorio per verificare nuove forme di socialità, rintracciare valori comuni e condivisibili per recuperare la cura e l’attenzione verso il mondo esterno ed i suoi abitanti.Il recente fenomeno dello smart working durante la pandemia da Covid-19 è un esempio evidente. Perché così tanti lavoratori gradiscono e richiedono questa nuova modalità? Perché allontanandosi dal mondo esterno (la sede di lavoro) e dai suoi abitanti (colleghi e superiori), eludono la difficoltà della mediazione dei valori individuali per giungere ad un modus vivendi condiviso. Lavorare da casa inserisce il lavoro all’interno dell’universo personale, nella propria comfort zone evitando tensioni e condizionamenti.È un modo inadeguato di utilizzo del digitale che asseconda il desiderio di vivere liberi da l’altro anziché liberi di vivere con l’altro.ConclusioneIl recupero dell’etica non si ottiene con un compromesso raggiunto fra gli interessi dei singoli. È necessario identificare un bene vero cui tendere e sul quale regolare i comportamenti dei singoli. La virtù diventa la misura della distanza fra noi ed il bene da raggiungere.Se inizieremo questo percorso di nuova socialità per un’etica collettiva, potremo dire che il Covid-19 ci ha resi migliori, altrimenti ci incattiviremo ancora di più. Condividi:

counseling digitale

Counseling e Digitale

Condividi: Il counseling è basato sul dialogo. Come può il digitale essere di aiuto, se media la comunicazione fino a ridurla ad autobiografica? IntroduzioneGli strumenti del digitale sembrano in contraddizione con il counseling, pratica che richiama immediatamente sessioni di dialoghi e confronti in presenza.Per questo motivo, quello che è stato chiamato e-counseling non ha riscosso molto successo. Non voglio analizzare qui i motivi, ma comprendere se e quali spazi di collaborazione ci possano essere.Tratteremo il digitale secondo due visioni: multimedialità e scrittura. Nella prima includiamo principalmente la videoconferenza, mentre nella seconda la scrittura di testi, chat e messaggerie comprese.IndiceMultimedialitàScritturaScrivo, dunque Parlo? Leggo, quindi Ascolto?Informazione è Comunicazione?Comprendere il DigitaleConclusione MultimedialitàRiguardo alla prima visione del digitale, il periodo di lockdown ha permesso di familiarizzare con i vari sistemi disponibili, tanto da renderci abituale l’uso di videoconferenza.Qui il problema è l’invasione della privacy: il disagio provato dall’invasione di una videoconferenza non programmata (o, al contrario, come suggerisce Floridi, l’essere trasportati forzosamente nella privacy di qualcun altro) rende antipatico e scomodo l’uso generalizzato dello strumento.ScritturaLa seconda visione del digitale costituisce un nodo problematico da valutare con maggiore attenzione. Vorrei partire da una considerazione di Maurizio Ferraris che afferma che gli strumenti digitali testuali, come il web, «costituiscono la forma attuale della realtà sociale», «una sfera di atti registrati e definita come documentalità». La documentalità diventa multimediale, perciò documedialità.Il presupposto della comunicazione è la possibilità di scrittura. Un ribaltamento rispetto al passato, dove la scrittura era seguente, al massimo contemporanea, all’oralità. Scrivere è condizione di comunicazione.Nel digitale non è esattamente una novità.L’SMS, la killer application del 2G, il primo sistema digitale, si basa su una tecnica chiamata Store & Forward. Il messaggio non viene inviato al destinatario finale, ma al Centro Servizi che lo memorizza e poi cerca di inviarlo al destinatario entro 48 ore, al termine delle quali il messaggio viene cancellato.Anche le email hanno questa caratteristica, con una grande differenza dai due strumenti precedenti: il destinatario è interessato, poco o tanto, a ricevere le informazioni. Lo spam della email non riscuote lo stesso interesse.Scrivo, dunque parlo? Leggo, quindi ascolto?Comunicare diventa secondario rispetto all’iscriversi nel web o in un’app. Questa è una promessa di comunicazione e diventa una funzione fàtica, una sorta di entropia linguistica.La funzione fàtica è uno stato primitivo della comunicazione, quasi una rassicurazione delle proprie capacità e possibilità di farsi sentire. È una comunicazione fine a sé stessa che Malinowski mette al centro della vita del villaggio primitivo, quando, intorno al fuoco del villaggio, nei momenti di ozio, la comunità si ritrova insieme e attraverso una comunicazione informale e leggera, crea il presupposto dell’intimità dell’amicizia e della confidenza.Il testo, è come un messaggio nella bottiglia lanciato nel mare del digitale: porta con sé la speranza che qualcuno risponda.Il racconto subisce una torsione semantica improvvisa: da narrazione diventa autobiografia. Il racconto, la storia, non può essere immediatamente narrata, deve passare per una fase propedeutica, banalizzarsi forse, e diventare generica senza un destinatario preciso.Un racconto che non ha destinatari, è un’autobiografia.Non più un dialogo, non più un confronto. L’autobiografia non è una comunicazione, in cui l’altro ha diritto di replica, ma è semplice informazione, dove consegno frammenti di vita svincolati dal legame narrativo.Scrivere diventa essere, anzi, essendo una bottiglia nell’oceano, è davvero quest’essere gettati nel mondo del Dasein heideggeriano: scrivere come esistenza. Se il testo è l’atto autobiografico, la nostra esistenza diventa solitaria, rinchiusa su sé stessa, per analogia potremmo dire solipsistica.Nel counseling, se lo scrivere sostituisce il parlare, il leggere sostituisce l’ascolto? La dinamica comunicativa subisce una modifica, oserei dire ontologica.Definiremo il counseling come dialogo o come carteggio?Informazione è comunicazione?Se desiderassi abbandonare Ferraris per Luciano Floridi, le cose si faciliterebbero solo a prima vista.Qui dovremmo seguire principalmente il flusso dell’informazione e studiarne l’effetto sul suo destinatario. Da questo punto di vista, non ci sarebbe una grande differenza dal dialogo personale, perché il destinatario riceverebbe ugualmente l’informazione di cui ha bisogno.Come ogni buon giornalista insegna, c’è una differenza sostanziale fra dato, informazione e notizia.Il dato è l’elemento esperienziale, il primo percepito e di cui si ha coscienza. Quando il dato viene elaborato, cioè “pensato” all’interno di un sistema culturale, ecco che si trasforma in informazione. Se poi viene inserito all’interno di una narrazione, facendosi storia, diventa notizia.Rifuggendo ogni egemonia e sospetto di antropocentrismo, viene negata la possibilità di costituzione delle notizie. Infatti, la storia comporta un giudizio di verità da cui ci si vuole astenere in nome di un (mal compreso) diritto di parola e pensiero.In definitiva, il rischio del relativismo e dell’«uno vale uno» è dietro l’angolo.Comprendere il digitalePersonalmente, penso che il digitale operi una mediazione nuova che stiamo iniziando a riconoscere solo grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di ricerca e di analisi.Finché non affineremo questi strumenti, è opportuno che ci siano chiarezza ed accordi preventivi sull’uso e sul significato del supporto digitale, affinché non si incorra in equivoci ed incomprensioni.Non credo che la presunta smaterializzazione del corpo nel digitale possa compromettere il dialogo, anzi, ammesso che sia vero, sarebbe un vantaggio perché eliminerebbe eventuali ritrosie e pudori.ConclusioneAllo stato attuale, il digitale può essere un utile strumento nel counseling solo in presenza di un protocollo di utilizzo concordato e condiviso fra le parti.Questo è possibile solo se il counselor è in grado di governare la comunicazione digitale e di educare ad essa il suo assistito.Insomma, come in tutte le arti e le professioni, non bisogna confondere la user experience con la expertise. Affidiamoci ai professionisti anziché agli esperti o ai capaci. Condividi:

economia covid

Come il Covid-19 ha cambiato l’economia

Condividi: In questa fase 2, qual è la situazione economica creata dalla pandemia di Covid-19? Nel periodo di quarantena la produzione si è quasi fermata in tutto il pianeta e oggi possiamo dire che il Covid-19 ha cambiato l’economia del nostro mondo. Il PIL è crollato ovunque e milioni di lavoratori sono a rischio. Si invoca il ritorno alla normalità come condizione necessaria per rimettere in moto l’economia e recuperare il benessere perduto. Quando riprenderemo, sarà tutto come lo abbiamo lasciato?Trasformazione digitale?Il nostro sistema economico mondiale era in una profonda crisi già prima della pandemia. L’equazione aurea più consumo – più lavoro – più benessere dava solo valori negativi perché, per sostenere la competitività, bisognava contenere i costi. Questo avveniva riducendo il personale ed incrementando l’automazione.Durante il periodo di chiusura, abbiamo assistito ad un fenomeno a cui pochi hanno dato valore: si poteva acquistare solo online e l’e-commerce, Amazon in primis, ha realizzato grandi fatturati a discapito della GDO, obbligata alla chiusura. Mentre l’economia tradizionale segnava il passo, quella “digitale” nuotava nell’insperato effluvio di denaro come un novello Paperone.“Trasformazione Digitale” è il processo di integrazione delle tecnologie digitali in tutti gli aspetti del business, un processo che comporta cambiamenti sostanziali a livello di tecnologia, cultura, operazioni e generazione di valore. Un piano di formazione prevedeva la riqualificazione del personale laddove neppure le università erano in grado di garantire un percorso di studi adatto alle nuove sfide.La trasformazione digitale delle attività produttive passa attraverso la ristrutturazione aziendale, principalmente con la riduzione di personale e l’aumento dell’automazione. A parità di produzione, si abbassano costi e tempi, ma la ricchezza prodotta ha una differente distribuzione.Verso la Transizione EconomicaSemplificando, se prima erano necessari 10 addetti al costo di € 1.000 l’uno per garantire la produzione, ora ne sono sufficienti 8, magari con un costo inferiore a motivo delle minori ore lavorate. La società che prima pagava € 10.000 oggi ne paga non più di € 8.000. I € 2.000 di differenza non sono tassati né ridistribuiti ed entrano nell’immediata disponibilità dell’azienda sottraendoli al bene comune.Se poi l’azienda è una digital company, il processo diventa esponenziale tanto da permettere a Jeff Bezos, CEO di Amazon, di non pagare tasse a fronte di miliardi di dollari di fatturato.In realtà, siamo in una “Transizione Economica”, cioè nel passaggio da un’economia basata sul lavoro umano ad una basata sulla computazione, su processi digitali che escludono l’uomo.Comprare su Amazon, significa entrare in un sito web, scegliere un prodotto, pagare con e-payment, attendere che l’ordine arrivi in magazzino dove, un lavoratore sintetico (cobot) o biologico (persona), confezioneranno la spedizione con articoli prodotti in fabbriche automatiche, ed in fine consegnati (fra poco) da droni.Gestione giacenze, ordini, resi, carico e scarico già avvengono in modo computazionale, ugualmente all’analisi dei flussi di cassa, venduto, pipeline, ROI, EBITDA e tutti gli altri. Al customer care operano chatbot, o operatori sintetici, in grado di capire il linguaggio naturale e rispondere sensatamente.Quale lavoro rimane disponibile all’uomo se non quel precariato altrimenti conosciuto come gig economy?Economia ComputazionaleNon siamo in un’economia digitale, ma computazionale in quanto ogni fase ed ogni attività viene misurata, compresa numericamente e perciò resa disponibile a qualsiasi computazione, dal web al delivery.L’uomo, per entrare in questa economia, deve farsi numero, diventare cifra di una computazione che gli impone un ritmo di lavoro livellato a quello dei colleghi sintetici (cobots) che non si stancano, non mangiano, non vanno al bagno, non hanno rapporti sentimentali o vita sociale.Il Covid-19 ha quasi estirpato gli ultimi circuiti di economia tradizionale. Quante attività non hanno riaperto? Quante non lo faranno più?Lo smart working, o almeno la sua versione irregolare oggi implementata, è sbilanciato sul beneficio della società: si risparmia sulla location (uffici più piccoli se si lavora a casa) e le infrastrutture (connessioni e strumenti di lavoro). La produttività aumenta, non perché sia una modalità migliore, ma a causa del dilatarsi inavvertitamente dell’orario di lavoro. Se il lavoratore è donna, moglie/compagna e madre, la situazione diventa insostenibile. Aggiungiamo un po’ di DaD ed il quadro è completo. Addirittura alcune società iniziano a non pagare più buoni pasto perché si mangia a casa!I lavoratori sono disposti a sopportare qualsiasi angheria pur di conservare il lavoro, mentre la ricchezza prodotta, in gran parte dalla computazione, sfugge agli attuali regimi fiscali e finisce nelle grandi compagnie digitali, Amazon, Google, Apple, Microsoft e Facebook, i cui fatturati sono superiore a quelli di molti stati.Post Covid-19: una nuova economiaQuando sconfiggeremo il Covid-19 e torneremo a vivere senza paura, o quasi, dovremmo affrontare un mondo nuovo, diverso, cambiato. Molti non avranno un posto ed i sussidi saranno disponibili in quantità minore.La politica economica deve guardare a questo futuro, prepararsi, perché la transizione in atto ha accelerato i tempi. Occorre una nuova politica fiscale, ripensare il lavoro, costruire una cultura basata sul modello collaborativo e non competitivo, sulla proposta di stili di vita che prevedano molte ore libere da dedicare alla cura di sé, degli altri e del Creato. Insomma, una nuova epoca. Condividi:

Massimo Cacciari

Perchè Cacciari ha torto

Condividi: Massimo Cacciari lancia un allarme sull'introduzione del digitale nella scuola, provocando l'ironia english di Luciano Floridi. Cosa si è detto e cosa è sbagliato. Massimo Cacciari, filosofo e politico, ha recentemente firmato un manifesto contro l’adozione del digitale nella scuola, motivando il suo gesto con un articolo su la Stampa del 15 maggio 2020. Non si è fatta attendere la risposta di Luciano Floridi, filosofo dell’informazione, tacciando il collega di “sempliciata” e superficialità.Floridi si limita alla constatazione di una visione primo-novecentesca ma i motivi per rifiutare le tesi di Cacciari sono almeno quattro.Prima Criticità: liquidazione della scuola tradizionaleIl ricorso alla didattica a distanza (DAD), fa allarmare Cacciari: «La prospettiva che emerge è quella di una definitiva e irreversibile liquidazione della scuola nella sua configurazione tradizionale» vedendo, all’orizzonte, «un nuovo modo di concepire la scuola».La scuola di cui parla Cacciari è, in realtà, un modello formativo (lezioni in presenza) i cui contenuti devono subire «interventi mirati, collocati su piani diversi, tali da investire gli stessi modelli della formazione e lo statuto epistemologico delle varie discipline».Un conto è parlare di «come realizzare» la formazione, un altro è parlare dei «contenuti» della formazione. L’equivoco risiede nel pensare che i contenuti di qualità siano trasmessi solo con determinate metodologie. Probabilmente, Aristotele avrebbe criticato la stanzialità della scuola desiderata da Cacciari, ma non sui contenuti, più che condivisibili.Definito che parliamo di “modalità di formazione”, bisognerebbe preoccuparsi maggiormente del ritardo nell’utilizzo dei fondi del Piano Nazionale per la Scuola Digitale. Secondo il recente rapporto DESI, solo il 20% dei docenti ha effettuato corsi di alfabetizzazione digitale.Questa mancata partecipazione evidenzia il grave ritardo della scuola che non è in grado, con i mezzi tradizionali, di parlare e di interessare i giovani studenti. L’abbandono scolastico è un sintomo importante di questa difficoltà.Seconda Criticità: Educazione vs IstruzioneL’accusa è di «appiattire il complesso processo dell’educazione sulla dimensione riduttiva dell’istruzione».L’istruzione, dal latino instructur, istruttore, è la trasmissione di dati ed informazioni necessarie per acquisire l’abilità e la competenza tecnica e culturale. L’istruzione è parente stretta del nozionismo.L’educazione, al contrario, è un insieme complesso di attività il cui scopo è trasmettere i principi intellettuali, etici, tecnici per comprendere ed affrontare le istanze della società e del suo divenire.Chiaramente, sono due modalità contigue e complementari della formazione personale dove la seconda è seguente, e conseguente, la prima. Infatti, l’educazione così intesa, è tipica di alcuni licei (se i docenti sono in grado) e dell’Università (quelle che ci riescono!). La scuola deve fornire entrambe, perché non tutti vorranno o potranno scegliere questo percorso.Ugualmente al precedente punto, non è il mezzo ad impedire una formazione di qualità, ma la dis-educazione (guarda caso!) al suo utilizzo che ne compromette l’efficacia.Terza Criticità: Intercambiabilità dei modelliUn’ulteriore accusa che viene mossa è «dare superficialmente per assodata l’intercambiabilità fra le due modalità di insegnamento».Questo è il classico atteggiamento di chi vive la tecnologia come pura opera di scambio (prima si faceva in un modo, ora in un altro), e non vede né l’integrazione né l’ingresso in un nuovo periodo storico. Non c’è alternativa, ma complementarietà. Ad esempio: mattina in aula, pomeriggio online (corsi di recupero, laboratori opzionali…).Il “dualismo digitale” è superato da tempo!Quarta Criticità: Fondamenti CulturaliLa scuola «vuol dire anzitutto socialità».Il periodo di quarantena ha dimostrato che la tecnologia digitale ha permesso la continuazione della socialità benché fosse compromessa la prossimità. Il lavoro ha migrato sul digitale ulteriori funzioni oltre al tele lavoro e al vero smart working.Anche i governi hanno continuato la loro attività sul digitale. Cosa impedisce la scuola di migrare parte delle sue attività online?Le preoccupazioni di Cacciari nascono da un atteggiamento resistivo ed intimorito davanti alle trasformazioni tecnologiche in atto. Questa cattiva comprensione del digitale ha come conseguenza l’incapacità a pensare le stesse attività eseguite in modo nuovo nel digitale, e rimane legato ad uno sterile “si è sempre fatto così” aumentando lo scollamento con la realtà che studenti ed imprese lamentano da tempo.Insomma, cosa impedisce alle scuole di rinnovarsi se non la resistenza di chi non comprende la mutazione dei tempi? Condividi:

come coronavirus cambiato abitudini digitali

Come il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali?

Condividi: In questo periodo di quarantena il Coronavirus ha cambiato le nostre abitudini digitali: video-chat, video-conferenze e video-lezioni. Eppure c'era bisogno di spazio per connettersi.. Nel periodo di lockdown imposto dal Coronavirus, l’esperienza più importante è stato il cambiamento delle nostre abitudini digitali e la scoperta degli strumenti di “prossimità computazionale”: cioè tutte le opportunità della tecnologia digitale per rimanere in contatto dando un senso di “normalità” alla vita quotidiana.Cambiamenti nelle abitudini digitaliLezioni scolastiche, videoconferenze di lavoro, zoom con parenti ed amici, streaming religiosi hanno congestionato il traffico in rete. Il contrasto vissuto fra “spazio condiviso”, quello dell’ambiente in cui si vive, e lo “spazio computazionale”, luogo digitale di prossimità, merita un’attenta riflessione.Il mondo digitale vive in un ambiente che non conosce spazio né tempo definito, caratteristica che lo rende unico ed attrattivo. Molti, a motivo di questa peculiarità, hanno visto un pericolo di smaterializzazione della realtà, di perdita di contatto con il fisico.Il lockdown ha fatto scoprire agli scettici la verità dei contatti nel digitale: gli interlocutori erano conoscenti in carne ed ossa, non avatar sconosciuti; i discorsi vertevano sulla vita reale, riconosciuta e riconoscibile, non una finzione narrativa.Luogo per comunicareLa novità è stata la scoperta della necessità di un luogo fisico per fruire della comunicazione digitale che è “senza spazio”. I genitori, desiderosi di una videochat, devono conquistarsi uno spazio differente dai figli. I locali della casa diventano tanti luoghi abilitanti la comunicazione “senza spazio” del digitale, portali fra la “realtà condivisa” e la “realtà computazionale”.Le nuove generazioni, più abituate a comunicare digitalmente, vivono questa esperienza anche senza isolarsi. Rimangono comodi sul divano, in videochiamate in viva voce, indifferenti agli stimoli ed alla presenza contemporanea di altri familiari.Chi è l’avatar?L’avatar non è il sé nello “spazio computazionale”, ma quello rimasto nello “spazio condiviso”.Questo modo di vivere la “prossimità” si avvertiva già prima del lockdown, quando era possibile incontrare persone di tutte le età, specialmente sui mezzi pubblici, intente, a parlare in viva voce, ad ascoltare messaggi o sentire musica.L’avatar rimasto nello “spazio condiviso” non avverte la prossimità con altri esseri, non percepisce il bisogno di privacy o il pudore di mostrare sè stessi a chiunque. Delle semplici cuffiette eviterebbero questo estraniamento!La mancanza di etica, l’eclissarsi del sentimento di responsabilità che abbiamo l’uno verso l’altro o della coscienza della connessione di relazione, permette il congedo dalla realtà.Etica e ResponsabilitàRiscoprire la collaborazione con l’altro, è la base su cui costruire un’ecologia ambientale, sociale ed economica. In cui l’uomo non sia un’anonima comparsa (deresponsabilizzata), ma il protagonista attivo e cosciente della sua missione di cura del Creato, esperto e consapevole della tecnologia con cui adempiere al suo compito, sensibile alle emergenze e sollecitazioni intorno a lui.Intraprendere questo cammino significa capire perché questo periodo di Coronavirus ci ha così cambiati nelle nostre abitudini digitali e come indirizzare al meglio questo cambiamento. Condividi:

effetto sliding

Effetto Sliding. La valanga digitale non conosce etica.

Condividi: Enlightenment is not just one state Effetto sliding: la velocità impresa dal digitale non dà tempo di analizzare i problemi e obbliga a decisioni su basi non consolidate.Travolti dalla valangaÈ come guardare un paese di montagna. Possiamo scorgere la chiesa, il municipio, la caserma dei carabinieri. All’improvviso si stacca una valanga, scivola giù verso il paese, distrugge ogni cosa e trascina a valle le macerie.Il digitale è questa valanga. Non ci ha dato tempo di fissare bene il ricordo del paese. Il digitale non dà tempo di consolidare i nostri risultati, giudizi, pensieri, teorie. In un attimo è passato tutto.Nel 1887, Emile Berliner inventò il grammofono, padre del giradischi. Nel 1948, 61 anni dopo, fu inventato il disco in vinile. Servirono solo 34 anni per mandarli in pensione con l’avvento del primo CD, nel 1982. Nel 1995 apparvero i DVD e nel 2004 la PS3 fu la prima ad usare i Blu-Ray che segnarono la fine del CD nel 2018 (anno in cui Sony ne annuncia la fine della produzione). Mentre la tecnologia analogica impiegò 95 anni per raggiungere il suo apice, i CD ne impiegarono solo 36 mentre il DVD è considerato tecnologicamente morto dopo soli 25 anni ed il Blu-Ray, dopo appena 16 anni, ha un futuro segnato fra cloud e servizi on demand.Dispositivi perfettamente funzionanti devono essere scartati con l’arrivo, sempre più ravvicinato, di una nuova tecnologia: il VHS travolto dai DVD, la TV dal Digitale Terrestre prima e la TV smart dal 5G. Questa è la velocità della valanga digitale.Il digitale scivola veloceLa velocità del cambiamento è maggiore della nostra capacità di adattamento e di comprensione. Guardiamo gli eventi e li comprendiamo troppo lentamente. Per questo motivo chiediamo al digitale stesso di aiutarci: frenare la macchina quando siamo distratti, eseguire analisi specialistiche (TAC, eco, risonanze magnetiche) al nostro posto, collegarsi in automatico ai Wi-Fi conosciuti, correggere gli errori dei piloti di aereo…Il digitale realizza una mediazione del mondo che ci rassicura: i sensori hanno percezioni più immediate, il software le elabora più velocemente istruendo gli attuatori a compiere azioni che ci rassicurano. Non sappiamo come faccia, lo intuiamo solamente, ma non ce ne preoccupiamo perché il governo digitale del mondo, che vogliamo realizzare con le smart city, sono la promessa di un mondo migliore.Max Weber dovette ammettere che le scienze avevano svelato i segreti del mondo cancellando i miti e le religioni, ma non erano state capaci di offrire un nuovo orizzonte di senso e di significato lasciando l’uomo solo e smarrito nell’universo. Chiamò questo fenomeno “disillusione del mondo”. L’uomo si è trovato davanti al continuo disgregarsi delle grandi narrazioni fino a quando Lyotard ne decretò la loro morte nel post-moderno1.Qualsiasi riferimento ad un’idea unitaria, ad una teoria di senso è stata vista come un’imposizione, l’esercizio di un potere antidemocratico, la privazione del diritto di pensare ognuno la propria storia, darsi la propria verità.A fondo valle, la valanga si trasforma in una massa indistinta di neve e macerie impossibili da identificare: chiesa, municipio, caserma? Il digitale, con le sue risposte pronte, ci appare un mondo tranquillo, una promessa di serenità. Come, non si sa, ma funziona.È il reincanto tecnologico2, il digitale ha preso il posto dei miti e delle religioni, spiega il mondo e gli dà senso e significato. Non ci rivolgiamo più al dio dei cieli o allo spirito della foresta, chiediamo ad Alexa di svelare il mondo che, grazie a Google, ai big data, alla profilazione, appare esattamente come lo pensiamo.Effetto SlidingIl senso della vita non è più un edificio forte e resistente, ma l’individualismo rimasto dello scivolamento causato dalla valanga. Il senso dello Stato è scivolato giù insieme al municipio, la fede con la chiesa, il bene comune con la piazza principale. Cosa è rimasto a dare senso?Questo è l’effetto sliding: i sistemi di senso e di significato (il nostro paese di montagna) hanno perso i loro valori fondanti (le macerie a fondo valle) e rimandano a qualcosa di abbozzato (i resti degli edifici) che ricostruiamo con un’etica imprecisa (i ricordi confusi che abbiamo). È il terreno di coltura per sovranismi, populismi, fanatismo.Come fermare lo sliding, lo scivolamento dei significati?Qualcuno vorrebbe fermare la valanga. Si può fermare il progresso? Si può stare fermi o tornare indietro? In quale punto? Che cosa dovrebbero fare i paesi in via di sviluppo? La decrescita felice è una soluzione infelice.Esiste un solo modo: contrastare la velocità della valanga, lo sliding. Non ci sono più boschi o altri ostacoli naturali a rallentare la discesa, abbiamo spianato tutto per il nostro interesse, perché non ci fossero remore a frenare la nostra libertà di azione e pensiero. Con le grandi narrazioni sono state rimosse morale, pensieri forti, teorie di senso e significato, l’oggettività in nome di una soggettività estremistica.Stiamo delegando le responsabilità morali al digitale, pensando che l’intelligenza artificiale (AI) non sia influenzata dalle debolezze dell’animo umano incapace di prendere una scelta libera. La scienza da tempo ci ha informato degli inganni e dei pregiudizi che si celano dietro ogni decisione umana tanto da dubitare che ci sia un libero arbitrio. Eppure siamo certi di costruire un’AI in grado di scegliere liberamente: dall’Intelligenza Artificiale alla Coscienza Artificiale?Dagli USA, giungono continuamente notizie di bias e discriminazioni compiute dall’AI, ma il reincanto tecnologico ci rende ciechi. Gli algoritmi non sono neutrali, non sono pura matematica. Riflettono tutti i condizionamenti ed i pregiudizi dell’ambiente in cui sono sviluppati. Sanno cosa desideriamo, decidono cosa dobbiamo vedere, suggeriscono cosa leggere, stabiliscono come viaggiare, influenzano come mangiare.Chi controlla gli algoritmi? In epoca di post-verità, cioè dove non esiste un’etica condivisa e ciascuno può appellarsi validamente alla propria, non esiste responsabilità personale: possiamo costruirci, con le informazioni che ci fanno comodo, la realtà più accomodante.Effetto Sliding ed erosione dell’umanoL’effetto principale dello sliding è l’erosione dell’umano. È possibile contrastare questo effetto solo riscoprendo che «non c’è un solo motivo per dire che la verità è violenta e dogmatica o che non è intimamente connessa con l’esistenza e la dignità degli esseri umani»3.È possibile affermare una verità senza essere fondamentalisti o fanatici, è possibile costruire un’etica intorno a concetti fondativi, è possibile far crescere un sistema di senso e significato capace di opporsi, come un bosco, alla furia della valanga.Il reincanto tecnologico è la neve di questa valanga: copre e nasconde ogni asperità, ogni angolo scoperto, ogni difetto. Una coltre uniforme, morbida, sinuosa in cui nascondersi, coprire gli errori, dove le cose sono intuite dal loro profilo.Occorre spalare questa neve, restituire agli occhi il panorama colorato e multiforme del mondo, scoprire le cose per quelle che sono e chiamarle con il proprio nome. Questo è ridare dignità all’umano senza rinunciare ai progressi della tecnologia.Etica e metafisica digitaleRipensare l’etica per il digitale, riscoprire la metafisica, affermare l’oggettività e la verità sono i compiti e la missione da compiere per contrastare l’effetto sliding, la perdita di significato e di senso.Le valanghe continueranno ad esistere ma porteranno via solo le parti vecchie e consunte del nostro paese-civiltà. Saranno eventi positivi perché porteranno via ciò che era corrotto o divenuto inutile dando la possibilità di inserire novità, migliorie, innovazioni. L’uomo potrà riappropriarsi del suo ruolo ed utilizzare la tecnologia  per il bene comune.Bastano piccoli gesti per iniziare questo percorso: non chiediamo ad Alexa che tempo fa ma apriamo la finestra e guardiamo fuori.1. J. F. Lyotard, La condizione postmoderna. Rapporto sul sapere, Feltrinelli, 19812. Per il reincanto tecnologico, mi permetto di rimandare al mio lavoro, Cristiani nel digitale, I4DS, 2018, pagg. 93-108 – http://bit.ly/CristianiNelDigitale3. M. Ferraris, Postverità e altri enigmi, Il Mulino, 2017, pag. 157. Condividi:

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Etica digitale: le macchine sono più “umane” di noi?

Condividi: Le macchine, per relazionarsi sempre di più con gli uomini, acquisiscono un comportamento etico mentre l'uomo continua ad essere iniquo. Come finirà? Sull’etica digitale è in atto un processo di contaminazione: le macchine stanno acquisendo caratteristiche umane (evolvendosi) mentre gli uomini assumono quelle meccaniche (regredendo). Nel guado di questo passaggio si sta perdendo un carico prezioso benché pesante ed ingombrante: l’etica.Come reagire?Secondo Paolo Benanti, TOR, teologo morale e docente alla Pontificia Università Gregoriana, e Luciano Floridi, docente di filosofia dell’informazione a Oxford, bisogna richiamare l’attenzione su questa perdita. L’etica del digitale è considerata più un impiccio che un’utilità, uno svantaggio anziché una risorsa.Ma quali sono i principi fondamentali su cui basano le nostre società civili?Un esempio potrebbe essere l’omicidio: tutti siamo convinti che non ci deve essere violenza, tanto meno uccisioni. Eppure molti paesi, nel loro ordinamento giuridico, prevedono la pena capitale. Non sappiamo accordarci sulla vita ed intanto distribuiamo morte: eutanasia, suicidio assistito e “missioni di pace in territori di guerra”. Tutte le guerre, però, hanno avuto la giustificazione di portare pace e benessere, abbattere un cattivo per sostenere il buono.L’Occidente può essere un credibile portatore di sani valori etici considerando il razzismo che si agita al suo interno, l’odio per i migranti, il disprezzo per i nomadi, i milioni di disoccupati, i senza tetto, i depressi, l’inquinamento? Lo può essere l’Oriente con le sue dittature comuniste, militari ed islamiche? Od anche l’Africa, dove le donne sono rapite e ridotte in schiavitù sessuale, le chiese sono bruciate ed i martiri a centinaia?Vita, dignità, pari diritti, uguaglianze. Tutti valori fondativi per qualsiasi Stato eppure violati e non condivisi. Trump, Putin, Xi Jinping ed Erdogan su quanti valori concorderebbero?Quali sono le conseguenze sull’etica digitale?Un esempio. Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League, ha portato all’attenzione i bias del riconoscimento facciale: falliscono nel riconoscere le donne di colore, anzi, nel suo caso la riconoscono solo se indossa una maschera bianca, lei originaria del Ghana. Il digitale sta ereditando i peccati dell’uomo.L’etica è la declinazione di un valore assoluto.In epoca di post-verità e di sostituzione del vero con il verosimile, trovare valori comuni e condivisi, cioè assoluti, è un’impresa ardua (e da tenere nascosta a Vattimo & Co.). Neppure la Chiesa riesce più ad esprimere una posizione unitaria, basti pensare al problema dell’immigrazione.L’AI e la robotica ci costringono a ripensare seriamente al nostro modo di vivere insieme, a riscoprire i principi fondativi ed a darne nuovi significati, a stabilire un nuovo contratto sociale, in definitiva a pensare ad una nuova cittadinanza dove uomini e macchine collaborino insieme.Allora insegneremo alle macchine il comportamento virtuoso, quello dell’onesto cittadino e della brava persona, e quando ci saremo riusciti, probabilmente queste scopriranno che i cittadini disonesti e le persone cattive da cui guardarsi e tenersi alla larga sono proprio gli uomini. Quali soluzioni si adottano con i cattivi cittadini se non quello di punirli e, in caso, di privarli dei loro diritti e della libertà? È la fine cui siamo destinati? Probabilmente si, se non troviamo un modo per iniziare a vivere in pace. Condividi:

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