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Impresa 4.0 oltre l’economia di mercato

Condividi: Economia e Lavoro fra innovazione e Cobot L’Impresa 4.0 è quel processo, scaturito dalla Quarta Rivoluzione Industriale, per cui sempre più imprese puntano ad una produzione automatizzata e interconnessa.Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee, nel 2014 scossero il mondo con le analisi sull’economia delle macchine. Risultava che l’adozione di robot, collaborative robot ed Intelligenza Artificiale comportasse il deskilling, la diminuzione dei posti di lavoro umani e retribuzioni più basse. È così anche in Italia? I dati appaiono spesso contraddittori abilitando la convinzione sia che la tecnologia stia distruggendo posti di lavoro sia che ne stia creando nuovi.Grazie ad ISTAT che mette a disposizione un ricchissimo database, ho estratto i dati storici dal 2000 al 2018 (ultimo anno disponibile) e li ho correlati. Ho iniziato con i classici dati di PIL, occupazione, ore lavorate. Per avere un grafico più leggibile, ho espresso tutti i valori in base all’anno 2000 cui ho reso equivalente a 100.Produttività e PILIl primo risultato si è presentato secondo le aspettative (vedi figura seguente). Come era prevedibile l’occupazione e le ore lavorate seguivano le oscillazioni del PIL. Se doveva essere una conferma sull’impatto dell’automazione nell’economia di mercato, dovremmo riconoscere che la robotica e l’IA permettono una maggiore produzione con minore ore lavorate. L’impatto sulla manodopera, invece, resta non chiaro.Ogni manager sa quanto sia importante conoscere la produttività individuale per contenere i costi ed aumentare la rimuneratività, cioè stabilire quante risorse siano necessarie per ottenere il prodotto desiderato con i minori costi e tempi possibili. Qui non si parla di dipendenti e di fatturato, ma di occupati e di PIL e la domanda è: quanto parte di PIL produce al giorno un lavoratore? Detto in altro modo: qual è il valore prodotto al giorno?Siamo più produttivi?Operando banali calcoli matematici, ho ottenuti il numero dei “giorni di lavoro” per ogni lavoratore (ore lavorate diviso occupati ed ancora diviso per 8, le ore tipiche di una giornata di lavoro), e la “produttività”, dividendo il PIL per i “giorni di lavoro”. In ultimo, ho incrociato questi dati con il numero degli occupati. Il risultato è il grafico seguente.Sorprende immediatamente la forbice fra “giorni di lavoro” e “produttività”. Si nota che confrontando il 2018 con il 2008, esista lo stesso numero di occupati (25,359,700 nel 2008, 25.358.800 nel 2018 con una differenza dello 0,004%) ma con “giorni di lavoro” inferiori (225,82 nel 2008 e 215,37 nel 2018) e PIL maggiore (7,8% in più). È evidente che lo stesso numero di occupati produce un PIL maggiore ma con minor numero di lavoro.Guardiamo meglio…Possiamo fare alcune riflessioni.Il vecchio slogan «lavorare meno lavorare tutti» sembra essersi realizzato. Il 2018, per mantenere lo stesso livello occupazionale del 2008, ha diminuito le ore di lavoro. In realtà, lo slogan voleva un aumento dell’occupazione a fronte di una diminuzione delle ore lavorate, cosa che non è avvenuta. Presumibilmente c’è da attendersi nel futuro il consolidamento di questa tendenza in cui le ore lavorate diminuiscono più dell’aumento dell’occupazione;Come si spiega la maggiore produttività, cioè il PIL, se si lavora di meno? Una ragione è sicuramente da cercare nell’introduzione della robotica e dell’Intelligenza artificiale nelle PMI. Nel 2011 la Germania pubblicava il documento di sviluppo industriale in cui si introduceva per la prima volta il concetto di Industry 4.0 e, nel grafico, proprio in quegli anni la linea dei “giorni lavorati” mostra un gradino in discesa da cui non si è più risaliti. Sarà interessante il dato consolidato del 2019 che ha visto due eventi significativi: la fine dei finanziamenti per l’Impresa 4.0, con relativa caduta del 18% degli investimenti in quel campo e conseguente minore automazione industriale, e la crescita inaspettatamente negativa del PIL (-0,3%) nell’ultima parte dell’anno. Una conferma delle nostre ipotesi? Questi due eventi che impatto avranno sul totale delle ore lavorate? Queste ultime saranno influenzate dalla frenata della digitalizzazione dell’industria?Per qualcuno, forse, l’automazione non è sufficiente a spiegare le oltre 2,1 miliardi di ore di lavoro perse fra il 2008 e il 2018 e il contemporaneo aumento della produttività. Riferendosi ai dati 2008, significa che sono stati persi 1.174.503 posti di lavoro, pari al 4,6% dell’occupazione 2018. La penetrazione di Impresa 4.0 non è così capillare da giustificare interamente questa perdita e le PMI, vera dorsale dell’industria in Italia, hanno una prevalenza di piccole aziende resistenti all’innovazione. Probabilmente, allora, i conti sono falsati dal sommerso, dal lavoro nero, da tutti quei contratti part time, in somministrazione, a Partita IVA che si risolvono in un full-time non dichiarato, precariato sfruttato il cui reale valore sfugge alle statistiche. Questo sommerso potrebbe essere la cifra mancante per far ritornare i dati alla normalità.ConcludendoIn conclusione è falso affermare che ci sia maggiore occupazione mentre sarebbe più onesto dichiarare l’erosione del lavoro umano ad opera della robotica e la presenza cronica del sommerso. Di sicuro non si avverte l’effetto di ricambio pronosticato da alcuni che, basandosi sui fenomeni del passato, confidavano nella sostituzione delle professioni distrutte dall’innovazione con quelle create dalla nuova tecnologia.Così non è avvenuto ed allora delle due l’una: o non è ancora in atto la “transizione digitale” oppure sta avvenendo senza il ricambio occupazionale. C’è un dubbio sulle misure economiche prese dai governi fino ad oggi, se siano realmente efficaci o se aggravino la situazione.In ogni caso, l’equazione aurea dell’economia di mercato – più consumo, più lavoro, più benessere – ha smesso definitivamente di dare risultati positivi. Si sta avvicinando il momento di pensare ad un nuovo sistema economico?Pensare che l’economia di mercato non sia superabile equivarrebbe ad affermare la fine dell’evoluzione in campo economico, con buona pace di Darwin. Farlo, invece, sarebbe operare uno scarto culturale liberando il lavoro dalla necessità di sopravvivenza (lavorare per vivere, insomma) e dall’essere il lavoro misura della dignità della persona (un imprenditore è un uomo migliore di un artigiano). Siamo davvero a questo punto? Se sì, dovremmo parlare più di questo anziché riformare l’economia di mercato. Condividi:

Calendario organizzazione sociale

Il CALENDARIO come organizzazione sociale.

Condividi: Il calendario come organizzazione sociale è parte del bene comune che oggi è in crisi a causa della flessibilità richiesta dal lavoro. Cosa possiamo fare? “Insegnaci a contare i nostri giorni ed acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Probabilmente non siamo saggi proprio perché, ancora oggi, non abbiamo un calendario certo sul quale contare i giorni. Calendario: un’organizzazione sociale La società e la vita dei suoi membri, è organizzata da sempre su un calendario come organizzazione sociale. Quello lunare è stato il più comune ed ancora oggi viene utilizzato sebbene non in maniera ufficiale (pensiamo all’agricoltura oppure alla religione ebraica).  Il nostro calendario, giuliano prima gregoriano poi, risentiva meno di queste influenze ma scandiva in modo più rigoroso il tempo civile e quello religioso. Il calendario religioso segnava in modo rigoroso le festività cristiane, forte del comando divino di santificare le feste, mentre quello civile impegnava tutto il tempo rimasto. La sovrapposizione dei due calendari regolava la vita sociale e familiare alternando lavoro e festività, dovere e piacere. Questa sorta di alleanza permetteva di progettare una vita comune, familiare, condivisa, formava l’identità del gruppo e rinsaldava i vincoli parentali e sociali. La secolarizzazione cancella il calendario religioso L’avvento delle scienze e dell’industrializzazione ha determinato il disincanto del mondo, la caduta dei miti e delle religioni e dell’universo dei significati che rappresentavano senza riuscire, però, a proporre nuovi valori. Il calendario religioso appare improvvisamente privo di significato, si allenta l’obbligo della festività, inizia ad essere disatteso fino al completo abbandono. È importante ricordare la settimana lavorativa ininterrotta (nepreryvka) instaurata da Stalin nel novembre del 1931(1). La settimana diventa un ciclo lavorativo di sei giorni con uno di riposo, differente per ogni categoria di lavoratore, realizzando un ciclo continuo di produzione generale. Di contro, il giorno libero non era più lo stesso per tutti, con gravi problemi alla condivisione ed alla vita familiare. Quando le proteste montarono e ci si accorse che città e campagne usavano calendari diversi con rischio di una spaccatura del tessuto sociale, si ritornò al calendario consueto nel 1940. A che cosa è utile il tempo libero se non è condivisibile con amici e con la famiglia? Chi vorrebbe, era questa la critica, un giorno libero quando tutti gli altri lavorano? Quale tipo di relazione e progetto di vita si può organizzare? Il nostro calendario di perpetuo lavoro Oggi il calendario inteso come organizzazione sociale sta vivendo una sorta di crisi. Il digitale ci sta facendo ritornare nel caos sociale a causa sia del lavoro continuo e flessibile sia del tramonto del Cristianesimo. La domenica e le festività religiose, non sono più percepite come un terreno inviolabile. La domenica non è più il tempo di Dio, della famiglia, dello sguardo rivolto all’altro ma è un giorno in più da aggiungere al calendario civile. La settimana lavorativa non è più di cinque giorni per otto ore, ma continua, senza zone franche, fuori dagli orari canonici con riunioni, telefonate, messaggi, email tanto che si inizia a inserire, nei contratti di categoria, il rispetto dell’orario e il diritto a non rispondere fuori da questo tempo. La ottimizzazione dei processi lavorativi, stabiliti tramite algoritmi di gestione dei turni, ha generato una programmazione just in time dove efficienza (processi meno onerosi) ed efficacia (idoneità al risultato) richiedono la flessibilità lavorativa come obbligo imprescindibile. Il calendario dei turni di lavoro è stabilito sempre più in prossimità alla sua attuazione, dando spesso solo una, massimo due settimane di preavviso. Così, diventa sempre più difficile organizzare una vita comune, di relazioni. Trovare una data comune diventa un problema e un impegno improvviso come un obbligo sociale (ad esempio un matrimonio di qualcuno) è capace di vanificare fragili compromessi. Vengono meno i vincoli sociali, amicali e parentali che garantiscono una identità di gruppo, il costituirsi di un bene comune, la solidarietà ed assistenza reciproca. Proprio la rottura di questi vincoli è la condizione per l’emersione di pulsioni individualistiche e populiste che sono alla base della nascita della tirannide. Chi salverà l’apericena? Insomma, una società che non riesce ad organizzarsi per l’apericena è una società in pericolo. Ristabilire un baluardo all’invasione digitale significa ridare importanza al calendario religioso, ridare priorità alla vita delle persone, riscoprire il vincolo umano ed il bene comune: una società sana. Potremmo dire che solo il cristianesimo salverà l’apericena.                               (1)M. Castells, La nascita della società in rete, UBE Paperback, 2014, pagg. 492-496 Condividi:

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Il futuro senza lavoro di Martin Ford

Condividi:“I robot distruggeranno il lavoro, quindi serve il reddito minimo garantito. Siate creativi o una macchina vi sostituirà”