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Counseling e Digitale

Condividi: Il counseling è basato sul dialogo. Come può il digitale essere di aiuto, se media la comunicazione fino a ridurla ad autobiografica? IntroduzioneGli strumenti del digitale sembrano in contraddizione con il counseling, pratica che richiama immediatamente sessioni di dialoghi e confronti in presenza.Per questo motivo, quello che è stato chiamato e-counseling non ha riscosso molto successo. Non voglio analizzare qui i motivi, ma comprendere se e quali spazi di collaborazione ci possano essere.Tratteremo il digitale secondo due visioni: multimedialità e scrittura. Nella prima includiamo principalmente la videoconferenza, mentre nella seconda la scrittura di testi, chat e messaggerie comprese.IndiceMultimedialitàScritturaScrivo, dunque Parlo? Leggo, quindi Ascolto?Informazione è Comunicazione?Comprendere il DigitaleConclusione MultimedialitàRiguardo alla prima visione del digitale, il periodo di lockdown ha permesso di familiarizzare con i vari sistemi disponibili, tanto da renderci abituale l’uso di videoconferenza.Qui il problema è l’invasione della privacy: il disagio provato dall’invasione di una videoconferenza non programmata (o, al contrario, come suggerisce Floridi, l’essere trasportati forzosamente nella privacy di qualcun altro) rende antipatico e scomodo l’uso generalizzato dello strumento.ScritturaLa seconda visione del digitale costituisce un nodo problematico da valutare con maggiore attenzione. Vorrei partire da una considerazione di Maurizio Ferraris che afferma che gli strumenti digitali testuali, come il web, «costituiscono la forma attuale della realtà sociale», «una sfera di atti registrati e definita come documentalità». La documentalità diventa multimediale, perciò documedialità.Il presupposto della comunicazione è la possibilità di scrittura. Un ribaltamento rispetto al passato, dove la scrittura era seguente, al massimo contemporanea, all’oralità. Scrivere è condizione di comunicazione.Nel digitale non è esattamente una novità.L’SMS, la killer application del 2G, il primo sistema digitale, si basa su una tecnica chiamata Store & Forward. Il messaggio non viene inviato al destinatario finale, ma al Centro Servizi che lo memorizza e poi cerca di inviarlo al destinatario entro 48 ore, al termine delle quali il messaggio viene cancellato.Anche le email hanno questa caratteristica, con una grande differenza dai due strumenti precedenti: il destinatario è interessato, poco o tanto, a ricevere le informazioni. Lo spam della email non riscuote lo stesso interesse.Scrivo, dunque parlo? Leggo, quindi ascolto?Comunicare diventa secondario rispetto all’iscriversi nel web o in un’app. Questa è una promessa di comunicazione e diventa una funzione fàtica, una sorta di entropia linguistica.La funzione fàtica è uno stato primitivo della comunicazione, quasi una rassicurazione delle proprie capacità e possibilità di farsi sentire. È una comunicazione fine a sé stessa che Malinowski mette al centro della vita del villaggio primitivo, quando, intorno al fuoco del villaggio, nei momenti di ozio, la comunità si ritrova insieme e attraverso una comunicazione informale e leggera, crea il presupposto dell’intimità dell’amicizia e della confidenza.Il testo, è come un messaggio nella bottiglia lanciato nel mare del digitale: porta con sé la speranza che qualcuno risponda.Il racconto subisce una torsione semantica improvvisa: da narrazione diventa autobiografia. Il racconto, la storia, non può essere immediatamente narrata, deve passare per una fase propedeutica, banalizzarsi forse, e diventare generica senza un destinatario preciso.Un racconto che non ha destinatari, è un’autobiografia.Non più un dialogo, non più un confronto. L’autobiografia non è una comunicazione, in cui l’altro ha diritto di replica, ma è semplice informazione, dove consegno frammenti di vita svincolati dal legame narrativo.Scrivere diventa essere, anzi, essendo una bottiglia nell’oceano, è davvero quest’essere gettati nel mondo del Dasein heideggeriano: scrivere come esistenza. Se il testo è l’atto autobiografico, la nostra esistenza diventa solitaria, rinchiusa su sé stessa, per analogia potremmo dire solipsistica.Nel counseling, se lo scrivere sostituisce il parlare, il leggere sostituisce l’ascolto? La dinamica comunicativa subisce una modifica, oserei dire ontologica.Definiremo il counseling come dialogo o come carteggio?Informazione è comunicazione?Se desiderassi abbandonare Ferraris per Luciano Floridi, le cose si faciliterebbero solo a prima vista.Qui dovremmo seguire principalmente il flusso dell’informazione e studiarne l’effetto sul suo destinatario. Da questo punto di vista, non ci sarebbe una grande differenza dal dialogo personale, perché il destinatario riceverebbe ugualmente l’informazione di cui ha bisogno.Come ogni buon giornalista insegna, c’è una differenza sostanziale fra dato, informazione e notizia.Il dato è l’elemento esperienziale, il primo percepito e di cui si ha coscienza. Quando il dato viene elaborato, cioè “pensato” all’interno di un sistema culturale, ecco che si trasforma in informazione. Se poi viene inserito all’interno di una narrazione, facendosi storia, diventa notizia.Rifuggendo ogni egemonia e sospetto di antropocentrismo, viene negata la possibilità di costituzione delle notizie. Infatti, la storia comporta un giudizio di verità da cui ci si vuole astenere in nome di un (mal compreso) diritto di parola e pensiero.In definitiva, il rischio del relativismo e dell’«uno vale uno» è dietro l’angolo.Comprendere il digitalePersonalmente, penso che il digitale operi una mediazione nuova che stiamo iniziando a riconoscere solo grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di ricerca e di analisi.Finché non affineremo questi strumenti, è opportuno che ci siano chiarezza ed accordi preventivi sull’uso e sul significato del supporto digitale, affinché non si incorra in equivoci ed incomprensioni.Non credo che la presunta smaterializzazione del corpo nel digitale possa compromettere il dialogo, anzi, ammesso che sia vero, sarebbe un vantaggio perché eliminerebbe eventuali ritrosie e pudori.ConclusioneAllo stato attuale, il digitale può essere un utile strumento nel counseling solo in presenza di un protocollo di utilizzo concordato e condiviso fra le parti.Questo è possibile solo se il counselor è in grado di governare la comunicazione digitale e di educare ad essa il suo assistito.Insomma, come in tutte le arti e le professioni, non bisogna confondere la user experience con la expertise. Affidiamoci ai professionisti anziché agli esperti o ai capaci. Condividi:

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Data Scientist. Tra mancanza ed inutilità

Condividi: Data Scientist è una fra le figure più ricercate e di cui ci si lamenta della mancanza. Esiste una coincidenza fra le aspettetive dei Data Scientist e quelle aziendali? Le aziende si lamentano spesso della mancanza delle risorse professionali per gestire le nuove specializzazioni della Industry 4.0. Ad esempio, c’è carenza di data scientist, cioé specialisti in grado di orientarsi fra i TB di dati che le aziende stanno accumulando.Si potrebbe pensare che questa sia una delle migliori opportunità per una brillante carriera. Data scientist è un crocevia di competenze matematiche, statistiche ed informatiche e si basa su una nuova classe di algoritmi di apprendimento in costante aggiornamento e sulla disponibilità di big data.Non c’è una descrizione condivisa del loro compito, né una funzione esatta che identifichi la loro attività, segno sia dell’emergenza dell’opportunità sia della difficoltà di valutazione dei compiti e dei risultati.Sono sorte leggende sui compensi economici, sui progetti assegnati o sulla capacità di influire sulla strategia aziendale che si scontrano con la realtà dei… numeri (ironia della sorte) di un sondaggio di Kaggle, recente acquisizione di Google. Su 16.000 intervistati, il 66% di chi si dedicava al machine learning è autodidatta e poco più della metà a seguito corsi online. Solo il 30% ha avuto, nel proprio corso formale di studi, una formazione sul machine learning o sulla data science.Di contro, più della metà dichiara di trascorre 1-2 ore alla settimana in cerca di un nuovo posto di lavoro. Secondo Stack Overflow, su 64.000 intervistati, il 14,3% dei machine learning specialist ed il 13,2% dei data scientist, sono in cerca di un altro posto di lavoro a fronte di valori medi di turnover al di sotto del 5%.Perché si verifica una tale emorragia? Non ci dovrebbe essere, al contrario, un alto tasso di retention? Quali sono le maggiori cause di abbandono? Proviamo ad elencarle.Aspettative deluseI data scientist si attendono di svolgere un ruolo chiave nell’azienda e di essere impegnati in sfide emozionanti ed ambiziose. Invece, molte aziende, incerte e dubbiose, non investono come dovrebbero nel machine learning.Quindi, il primo compito del data scientist è organizzare l’infrastruttura, convincere i manager riottosi e diffondere una cultura aziendale aperta ai big data. Probabilmente le aziende non hanno ben chiaro quale siano i compiti di un data scientist oppure non vogliono spendere soldi per una figura senior. In ogni caso, c’è un mismatch fra aspettative e realtà e la disaffezione diventa palpabile.Affari, non scienzaLe aziende devono fatturare mentre i laboratori fanno ricerca. La confusione fra questi due aspetti genera delusioni. Se si pensa di entrare in un mondo dove il proprio estro sia qualificato e sfruttato in progetti all’avanguardia, facilmente ci si scontra con la realtà delle dinamiche del lavoro, dove la reputazione conta più della preparazione, l’affidabilità più della capacità, la bontà del lavoro quotidiano più di quello straordinario e le relazioni più delle innovazioni.Obiettivi inadeguatiSe l’azienda non ha una chiara visione del machine learning, il data scientist si troverà a fronteggiare richieste fuori dalle proprie competenze o che non soddisfano la specializzazione raggiunta. Insomma, uno chef stellato per cuocere uova al tegamino.L’incomprensione del proprio lavoro, richieste fuori target o con tempi non coerenti, spingono a chiedersi: «dove sono capitato?».Assenza del TeamLaddove il machine learning non sia una scelta aziendale, non si riuscirà a formare un team di specialisti con cui condividere progetti, confrontarsi, sperimentare, condividere. La community online diventa il paradiso e l’isolamento in azienda una salvezza.In conclusione, se è vero che non esiste una formazione adeguata, bisogna fare i conti con la scarsa preparazione culturale delle aziende che assumono risorse più per il titolo da mostrare che per adempiere a strategie aziendali.D’altra parte, l’economia italiana è fondata sulla PMI la cui dimensione e mercato non è così ampia da richiedere investimenti particolari in machine learning.Per sostenere l’economia futura, serve prima di tutto sviluppare la struttura economica nazionale per poi innervarla di specializzazioni d’avanguardia. Condividi:

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Robot come “persone digitali”?

Condividi: Quando i robot costituiranno la metà o la maggioranza del personale, chi e come li dovrà gestire? Con quali regole? Con quali ripercussioni sull'economia e la società? La ripartenza, ce ne stiamo accorgendo, non è accendere un motore che si era spento. La nostra economia è un treno che abbandonerà dei vagoni per ripartire. La necessità di contenere i costi, normali fino a ieri ma insostenibili oggi, non solo ha richiesto l’accesso allo smart working, ma accelerera anche l’adozione della robotica a discapito dell’occupazione umana, come avevamo rilevato poco prima della pandemia. Oggi più che allora, la robotica rappresenta una sfida intrigante e pericolosa. Se da un lato aumenta la produttività senza perdita di qualità, dall’altra viene meno un soggetto fiscale alle casse dello Stato. Infatti, il robot, benché producendo ricchezza, non ne ha ritorno e, quindi, non ha redditi tassabili al contrario del lavoratore.Un altro aspetto, proporzionale alla loro crescita numerica, è la governance dei robot. Governance e Digital PeopleMatthew Oakeley, Chief Technology Officier della Investec Asset Management, ebbe un’illuminazione quando comprese che «i robot devono essere trattati come se fossero impiegati». Ha spiegato che «se trattate i robot come se fossero persone digitali – sapendo cosa stanno facendo, gestendo l’ambito delle loro attività e rendendo qualcuno responsabile del loro lavoro – allora tutte le regole del personale esistenti possono essere applicate a loro».Le ore di lavoro di un robot, tra una manutenzione e l’altra, dovranno essere gestite al meglio per essere massimizzate. Saranno gestite dal COO? Dal CTO stesso? Dal HR Manager? Il periodo di riprogrammazione per passare ad un nuovo ciclo produttivo, sotto quale centro e voce di costo sarà contabilizzato? È paragonabile alla (ri)qualificazione del personale umano? Avremo gli stessi problemi dei contact center con la divisione fra operatori sintetici ed operatori umani?La spinta robotica obbliga ad un’armonizzazione delle responsabilità aziendali. Si crea lo spazio per  una funzione orizzontale a tutta la struttura: il Chief Digital Officier. Spesso confuso con un esperto di media o di strumenti digitali, è in realtà il responsabile della strategia digitale. Stiamo inseguendo le best practices europee senza assimilarne la filosofia. Questo è il momento di recuperare una riflessione capace di offrire una visione sul futuro ed una seria politica economica e sociale. Condividi:

impresa 4.0 Catena Montaggio Robot

Impresa 4.0 oltre l’economia di mercato

Condividi: Economia e Lavoro fra innovazione e Cobot L’Impresa 4.0 è quel processo, scaturito dalla Quarta Rivoluzione Industriale, per cui sempre più imprese puntano ad una produzione automatizzata e interconnessa.Erik Brynjolfsson ed Andrew McAfee, nel 2014 scossero il mondo con le analisi sull’economia delle macchine. Risultava che l’adozione di robot, collaborative robot ed Intelligenza Artificiale comportasse il deskilling, la diminuzione dei posti di lavoro umani e retribuzioni più basse. È così anche in Italia? I dati appaiono spesso contraddittori abilitando la convinzione sia che la tecnologia stia distruggendo posti di lavoro sia che ne stia creando nuovi.Grazie ad ISTAT che mette a disposizione un ricchissimo database, ho estratto i dati storici dal 2000 al 2018 (ultimo anno disponibile) e li ho correlati. Ho iniziato con i classici dati di PIL, occupazione, ore lavorate. Per avere un grafico più leggibile, ho espresso tutti i valori in base all’anno 2000 cui ho reso equivalente a 100.Produttività e PILIl primo risultato si è presentato secondo le aspettative (vedi figura seguente). Come era prevedibile l’occupazione e le ore lavorate seguivano le oscillazioni del PIL. Se doveva essere una conferma sull’impatto dell’automazione nell’economia di mercato, dovremmo riconoscere che la robotica e l’IA permettono una maggiore produzione con minore ore lavorate. L’impatto sulla manodopera, invece, resta non chiaro.Ogni manager sa quanto sia importante conoscere la produttività individuale per contenere i costi ed aumentare la rimuneratività, cioè stabilire quante risorse siano necessarie per ottenere il prodotto desiderato con i minori costi e tempi possibili. Qui non si parla di dipendenti e di fatturato, ma di occupati e di PIL e la domanda è: quanto parte di PIL produce al giorno un lavoratore? Detto in altro modo: qual è il valore prodotto al giorno?Siamo più produttivi?Operando banali calcoli matematici, ho ottenuti il numero dei “giorni di lavoro” per ogni lavoratore (ore lavorate diviso occupati ed ancora diviso per 8, le ore tipiche di una giornata di lavoro), e la “produttività”, dividendo il PIL per i “giorni di lavoro”. In ultimo, ho incrociato questi dati con il numero degli occupati. Il risultato è il grafico seguente.Sorprende immediatamente la forbice fra “giorni di lavoro” e “produttività”. Si nota che confrontando il 2018 con il 2008, esista lo stesso numero di occupati (25,359,700 nel 2008, 25.358.800 nel 2018 con una differenza dello 0,004%) ma con “giorni di lavoro” inferiori (225,82 nel 2008 e 215,37 nel 2018) e PIL maggiore (7,8% in più). È evidente che lo stesso numero di occupati produce un PIL maggiore ma con minor numero di lavoro.Guardiamo meglio…Possiamo fare alcune riflessioni.Il vecchio slogan «lavorare meno lavorare tutti» sembra essersi realizzato. Il 2018, per mantenere lo stesso livello occupazionale del 2008, ha diminuito le ore di lavoro. In realtà, lo slogan voleva un aumento dell’occupazione a fronte di una diminuzione delle ore lavorate, cosa che non è avvenuta. Presumibilmente c’è da attendersi nel futuro il consolidamento di questa tendenza in cui le ore lavorate diminuiscono più dell’aumento dell’occupazione;Come si spiega la maggiore produttività, cioè il PIL, se si lavora di meno? Una ragione è sicuramente da cercare nell’introduzione della robotica e dell’Intelligenza artificiale nelle PMI. Nel 2011 la Germania pubblicava il documento di sviluppo industriale in cui si introduceva per la prima volta il concetto di Industry 4.0 e, nel grafico, proprio in quegli anni la linea dei “giorni lavorati” mostra un gradino in discesa da cui non si è più risaliti. Sarà interessante il dato consolidato del 2019 che ha visto due eventi significativi: la fine dei finanziamenti per l’Impresa 4.0, con relativa caduta del 18% degli investimenti in quel campo e conseguente minore automazione industriale, e la crescita inaspettatamente negativa del PIL (-0,3%) nell’ultima parte dell’anno. Una conferma delle nostre ipotesi? Questi due eventi che impatto avranno sul totale delle ore lavorate? Queste ultime saranno influenzate dalla frenata della digitalizzazione dell’industria?Per qualcuno, forse, l’automazione non è sufficiente a spiegare le oltre 2,1 miliardi di ore di lavoro perse fra il 2008 e il 2018 e il contemporaneo aumento della produttività. Riferendosi ai dati 2008, significa che sono stati persi 1.174.503 posti di lavoro, pari al 4,6% dell’occupazione 2018. La penetrazione di Impresa 4.0 non è così capillare da giustificare interamente questa perdita e le PMI, vera dorsale dell’industria in Italia, hanno una prevalenza di piccole aziende resistenti all’innovazione. Probabilmente, allora, i conti sono falsati dal sommerso, dal lavoro nero, da tutti quei contratti part time, in somministrazione, a Partita IVA che si risolvono in un full-time non dichiarato, precariato sfruttato il cui reale valore sfugge alle statistiche. Questo sommerso potrebbe essere la cifra mancante per far ritornare i dati alla normalità.ConcludendoIn conclusione è falso affermare che ci sia maggiore occupazione mentre sarebbe più onesto dichiarare l’erosione del lavoro umano ad opera della robotica e la presenza cronica del sommerso. Di sicuro non si avverte l’effetto di ricambio pronosticato da alcuni che, basandosi sui fenomeni del passato, confidavano nella sostituzione delle professioni distrutte dall’innovazione con quelle create dalla nuova tecnologia.Così non è avvenuto ed allora delle due l’una: o non è ancora in atto la “transizione digitale” oppure sta avvenendo senza il ricambio occupazionale. C’è un dubbio sulle misure economiche prese dai governi fino ad oggi, se siano realmente efficaci o se aggravino la situazione.In ogni caso, l’equazione aurea dell’economia di mercato – più consumo, più lavoro, più benessere – ha smesso definitivamente di dare risultati positivi. Si sta avvicinando il momento di pensare ad un nuovo sistema economico?Pensare che l’economia di mercato non sia superabile equivarrebbe ad affermare la fine dell’evoluzione in campo economico, con buona pace di Darwin. Farlo, invece, sarebbe operare uno scarto culturale liberando il lavoro dalla necessità di sopravvivenza (lavorare per vivere, insomma) e dall’essere il lavoro misura della dignità della persona (un imprenditore è un uomo migliore di un artigiano). Siamo davvero a questo punto? Se sì, dovremmo parlare più di questo anziché riformare l’economia di mercato. Condividi:

Calendario organizzazione sociale

Il CALENDARIO come organizzazione sociale.

Condividi: Il calendario come organizzazione sociale è parte del bene comune che oggi è in crisi a causa della flessibilità richiesta dal lavoro. Cosa possiamo fare? “Insegnaci a contare i nostri giorni ed acquisteremo un cuore saggio” (Sal 90, 12). Probabilmente non siamo saggi proprio perché, ancora oggi, non abbiamo un calendario certo sul quale contare i giorni. Calendario: un’organizzazione sociale La società e la vita dei suoi membri, è organizzata da sempre su un calendario come organizzazione sociale. Quello lunare è stato il più comune ed ancora oggi viene utilizzato sebbene non in maniera ufficiale (pensiamo all’agricoltura oppure alla religione ebraica).  Il nostro calendario, giuliano prima gregoriano poi, risentiva meno di queste influenze ma scandiva in modo più rigoroso il tempo civile e quello religioso. Il calendario religioso segnava in modo rigoroso le festività cristiane, forte del comando divino di santificare le feste, mentre quello civile impegnava tutto il tempo rimasto. La sovrapposizione dei due calendari regolava la vita sociale e familiare alternando lavoro e festività, dovere e piacere. Questa sorta di alleanza permetteva di progettare una vita comune, familiare, condivisa, formava l’identità del gruppo e rinsaldava i vincoli parentali e sociali. La secolarizzazione cancella il calendario religioso L’avvento delle scienze e dell’industrializzazione ha determinato il disincanto del mondo, la caduta dei miti e delle religioni e dell’universo dei significati che rappresentavano senza riuscire, però, a proporre nuovi valori. Il calendario religioso appare improvvisamente privo di significato, si allenta l’obbligo della festività, inizia ad essere disatteso fino al completo abbandono. È importante ricordare la settimana lavorativa ininterrotta (nepreryvka) instaurata da Stalin nel novembre del 1931(1). La settimana diventa un ciclo lavorativo di sei giorni con uno di riposo, differente per ogni categoria di lavoratore, realizzando un ciclo continuo di produzione generale. Di contro, il giorno libero non era più lo stesso per tutti, con gravi problemi alla condivisione ed alla vita familiare. Quando le proteste montarono e ci si accorse che città e campagne usavano calendari diversi con rischio di una spaccatura del tessuto sociale, si ritornò al calendario consueto nel 1940. A che cosa è utile il tempo libero se non è condivisibile con amici e con la famiglia? Chi vorrebbe, era questa la critica, un giorno libero quando tutti gli altri lavorano? Quale tipo di relazione e progetto di vita si può organizzare? Il nostro calendario di perpetuo lavoro Oggi il calendario inteso come organizzazione sociale sta vivendo una sorta di crisi. Il digitale ci sta facendo ritornare nel caos sociale a causa sia del lavoro continuo e flessibile sia del tramonto del Cristianesimo. La domenica e le festività religiose, non sono più percepite come un terreno inviolabile. La domenica non è più il tempo di Dio, della famiglia, dello sguardo rivolto all’altro ma è un giorno in più da aggiungere al calendario civile. La settimana lavorativa non è più di cinque giorni per otto ore, ma continua, senza zone franche, fuori dagli orari canonici con riunioni, telefonate, messaggi, email tanto che si inizia a inserire, nei contratti di categoria, il rispetto dell’orario e il diritto a non rispondere fuori da questo tempo. La ottimizzazione dei processi lavorativi, stabiliti tramite algoritmi di gestione dei turni, ha generato una programmazione just in time dove efficienza (processi meno onerosi) ed efficacia (idoneità al risultato) richiedono la flessibilità lavorativa come obbligo imprescindibile. Il calendario dei turni di lavoro è stabilito sempre più in prossimità alla sua attuazione, dando spesso solo una, massimo due settimane di preavviso. Così, diventa sempre più difficile organizzare una vita comune, di relazioni. Trovare una data comune diventa un problema e un impegno improvviso come un obbligo sociale (ad esempio un matrimonio di qualcuno) è capace di vanificare fragili compromessi. Vengono meno i vincoli sociali, amicali e parentali che garantiscono una identità di gruppo, il costituirsi di un bene comune, la solidarietà ed assistenza reciproca. Proprio la rottura di questi vincoli è la condizione per l’emersione di pulsioni individualistiche e populiste che sono alla base della nascita della tirannide. Chi salverà l’apericena? Insomma, una società che non riesce ad organizzarsi per l’apericena è una società in pericolo. Ristabilire un baluardo all’invasione digitale significa ridare importanza al calendario religioso, ridare priorità alla vita delle persone, riscoprire il vincolo umano ed il bene comune: una società sana. Potremmo dire che solo il cristianesimo salverà l’apericena.                               (1)M. Castells, La nascita della società in rete, UBE Paperback, 2014, pagg. 492-496 Condividi:

Il futuro del lavoro nell’era digitale

Condividi:Sempre più autori affermano che l’avvento del digitale ha determinato l’ingresso in una nuova epoca storica. È necessario, perciò,… Condividi:

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Algoritmo e Software. Un punto di non-ritorno per la Società Digitale

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Il futuro senza lavoro di Martin Ford

Condividi:“I robot distruggeranno il lavoro, quindi serve il reddito minimo garantito. Siate creativi o una macchina vi sostituirà”