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etica Covid 19

Etica Post Covid-19 per una società nuova

Condividi: Nella quarantena ci domandavamo se il Covid-19 ci avrebbe cambiato in meglio. Sono sempre stato scettico ed i dati di questi giorni (mare, calcio, movida) sembrano darmi ragione. Solo ritrovando un'etica condivisa sarà possibile cambiare. Il ritorno alla normalità dopo la quarantena per il Covid-19 ha posto delle domande sulla nostra società come insieme di individui. Tra queste domande, la più grande è se il periodo di lockdown abbia migliorato la nostra etica di comunità o se continuiamo a perseverare nei nostri egoismi e individualismi.Recuperare un’etica collettiva ci permetterebbe di affermare, in questo periodo post Covid-19, che il lockdown ci ha resi migliori, ci ha fortificato come individui e come società. Ma è davvero così?La perdita dell’eticaLa natura si è sempre presentata all’uomo come pericolosa e ricca d’insidie. La sinergia fra scienza e tecnologia, nata nelle rivoluzioni industriali, ha permesso di sconfiggere e liberare l’uomo dalle carestie ed epidemie che lo avevano perseguitato per secoli.Ad oggi, solo nei paesi dove non è possibile realizzare questo matrimonio fra scienza e tecnologia si rintracciano ancora i segni delle tragedie che l’Occidente sembra aver dimenticato.La vittoria della scienza e della tecnologia contro la natura ha un capitolo che non viene raccontato spesso, quello della perdita dell’etica.Infatti, la tecnologia ha liberato l’uomo da qualche cosa. Lo ha liberato dai pericoli e dall’oppressione esterna, ma non gli ha permesso di essere libero di qualcosa. La libertà di fare qualche cosa, di scegliere è una libertà legata all’etica.Quale etica abbiamo?La liberazione dalle oppressioni esterne, è stata vissuta anche come liberazione dai poteri e le forze esterne che sembravano coercizzare la vita dell’uomo. Tra queste, l’etica e la morale provenienti dalle autorità costituite, quali lo Stato e la Chiesa.La scienza e la tecnologia, hanno sì vinto questi poteri ed oppressioni, ma non sono state in grado di sostituirle né di indicare una strada dove poter ritrovare un valore comune e condiviso. Tramontata l’idea di un’etica assoluta, si fa strada l’idea dell’etica individuale dove l’unico riferimento riconosciuto era il raggiungimento del bene personale.Abbiamo un’etica condivisa per affrontare il periodo post Covid-19?La necessità di regole per una vita sociale comune, ha obbligato ad una difficile mediazione fra i beni individuali affinché si giungesse ad un compromesso cui ognuno ha sacrificato parte delle proprie aspettative.Il digitale amplifica la percezione di affrancamento dai condizionamenti esterni e di costruzione di un universo all’interno del quale sia possibile vivere liberamente. I legami e le connessioni con il mondo esterno e con le persone si affievoliscono e la propria responsabilità verso la biosfera e l’umanità viene sempre più disconosciuta.Anche nel recente periodo di lockdown per la pandemia da Covid-19, se è vero che le videoconferenze hanno permesso di mantenere i contatti e le relazioni, questo è avvenuto digitalmente, cioè non si è condiviso lo spazio ed il tempo, i nostri interlocutori potevano essere non solo in spazi differenti ma anche in tempi (fusi orari) differenti. Il digitale, come un mixer, miscelava gli spazi ed i tempi differenti per dare un unico output condiviso.Realtà Condivisa e Realtà DigitaleNegli incontri di persona, condivido il tempo e lo spazio con gli altri partecipanti e devo trovare un codice di comportamento condiviso che lo regolamenti. Questi sono i saluti iniziali, i preamboli alla discussione, il modo civile di discutere, il modo di concludere e di salutarsi.Nel digitale tutti questi codici sociali sono distrutti e vanno negoziati nuovamente. Si presenta nuovamente l’esigenza di ritrovare un bene comune cioè condiviso.  Non dovremmo continuare ad utilizzare gli strumenti digitali per aumentare la divisione, ma come laboratorio per verificare nuove forme di socialità, rintracciare valori comuni e condivisibili per recuperare la cura e l’attenzione verso il mondo esterno ed i suoi abitanti.Il recente fenomeno dello smart working durante la pandemia da Covid-19 è un esempio evidente. Perché così tanti lavoratori gradiscono e richiedono questa nuova modalità? Perché allontanandosi dal mondo esterno (la sede di lavoro) e dai suoi abitanti (colleghi e superiori), eludono la difficoltà della mediazione dei valori individuali per giungere ad un modus vivendi condiviso. Lavorare da casa inserisce il lavoro all’interno dell’universo personale, nella propria comfort zone evitando tensioni e condizionamenti.È un modo inadeguato di utilizzo del digitale che asseconda il desiderio di vivere liberi da l’altro anziché liberi di vivere con l’altro.ConclusioneIl recupero dell’etica non si ottiene con un compromesso raggiunto fra gli interessi dei singoli. È necessario identificare un bene vero cui tendere e sul quale regolare i comportamenti dei singoli. La virtù diventa la misura della distanza fra noi ed il bene da raggiungere.Se inizieremo questo percorso di nuova socialità per un’etica collettiva, potremo dire che il Covid-19 ci ha resi migliori, altrimenti ci incattiviremo ancora di più. Condividi:

counseling digitale

Counseling e Digitale

Condividi: Il counseling è basato sul dialogo. Come può il digitale essere di aiuto, se media la comunicazione fino a ridurla ad autobiografica? IntroduzioneGli strumenti del digitale sembrano in contraddizione con il counseling, pratica che richiama immediatamente sessioni di dialoghi e confronti in presenza.Per questo motivo, quello che è stato chiamato e-counseling non ha riscosso molto successo. Non voglio analizzare qui i motivi, ma comprendere se e quali spazi di collaborazione ci possano essere.Tratteremo il digitale secondo due visioni: multimedialità e scrittura. Nella prima includiamo principalmente la videoconferenza, mentre nella seconda la scrittura di testi, chat e messaggerie comprese.IndiceMultimedialitàScritturaScrivo, dunque Parlo? Leggo, quindi Ascolto?Informazione è Comunicazione?Comprendere il DigitaleConclusione MultimedialitàRiguardo alla prima visione del digitale, il periodo di lockdown ha permesso di familiarizzare con i vari sistemi disponibili, tanto da renderci abituale l’uso di videoconferenza.Qui il problema è l’invasione della privacy: il disagio provato dall’invasione di una videoconferenza non programmata (o, al contrario, come suggerisce Floridi, l’essere trasportati forzosamente nella privacy di qualcun altro) rende antipatico e scomodo l’uso generalizzato dello strumento.ScritturaLa seconda visione del digitale costituisce un nodo problematico da valutare con maggiore attenzione. Vorrei partire da una considerazione di Maurizio Ferraris che afferma che gli strumenti digitali testuali, come il web, «costituiscono la forma attuale della realtà sociale», «una sfera di atti registrati e definita come documentalità». La documentalità diventa multimediale, perciò documedialità.Il presupposto della comunicazione è la possibilità di scrittura. Un ribaltamento rispetto al passato, dove la scrittura era seguente, al massimo contemporanea, all’oralità. Scrivere è condizione di comunicazione.Nel digitale non è esattamente una novità.L’SMS, la killer application del 2G, il primo sistema digitale, si basa su una tecnica chiamata Store & Forward. Il messaggio non viene inviato al destinatario finale, ma al Centro Servizi che lo memorizza e poi cerca di inviarlo al destinatario entro 48 ore, al termine delle quali il messaggio viene cancellato.Anche le email hanno questa caratteristica, con una grande differenza dai due strumenti precedenti: il destinatario è interessato, poco o tanto, a ricevere le informazioni. Lo spam della email non riscuote lo stesso interesse.Scrivo, dunque parlo? Leggo, quindi ascolto?Comunicare diventa secondario rispetto all’iscriversi nel web o in un’app. Questa è una promessa di comunicazione e diventa una funzione fàtica, una sorta di entropia linguistica.La funzione fàtica è uno stato primitivo della comunicazione, quasi una rassicurazione delle proprie capacità e possibilità di farsi sentire. È una comunicazione fine a sé stessa che Malinowski mette al centro della vita del villaggio primitivo, quando, intorno al fuoco del villaggio, nei momenti di ozio, la comunità si ritrova insieme e attraverso una comunicazione informale e leggera, crea il presupposto dell’intimità dell’amicizia e della confidenza.Il testo, è come un messaggio nella bottiglia lanciato nel mare del digitale: porta con sé la speranza che qualcuno risponda.Il racconto subisce una torsione semantica improvvisa: da narrazione diventa autobiografia. Il racconto, la storia, non può essere immediatamente narrata, deve passare per una fase propedeutica, banalizzarsi forse, e diventare generica senza un destinatario preciso.Un racconto che non ha destinatari, è un’autobiografia.Non più un dialogo, non più un confronto. L’autobiografia non è una comunicazione, in cui l’altro ha diritto di replica, ma è semplice informazione, dove consegno frammenti di vita svincolati dal legame narrativo.Scrivere diventa essere, anzi, essendo una bottiglia nell’oceano, è davvero quest’essere gettati nel mondo del Dasein heideggeriano: scrivere come esistenza. Se il testo è l’atto autobiografico, la nostra esistenza diventa solitaria, rinchiusa su sé stessa, per analogia potremmo dire solipsistica.Nel counseling, se lo scrivere sostituisce il parlare, il leggere sostituisce l’ascolto? La dinamica comunicativa subisce una modifica, oserei dire ontologica.Definiremo il counseling come dialogo o come carteggio?Informazione è comunicazione?Se desiderassi abbandonare Ferraris per Luciano Floridi, le cose si faciliterebbero solo a prima vista.Qui dovremmo seguire principalmente il flusso dell’informazione e studiarne l’effetto sul suo destinatario. Da questo punto di vista, non ci sarebbe una grande differenza dal dialogo personale, perché il destinatario riceverebbe ugualmente l’informazione di cui ha bisogno.Come ogni buon giornalista insegna, c’è una differenza sostanziale fra dato, informazione e notizia.Il dato è l’elemento esperienziale, il primo percepito e di cui si ha coscienza. Quando il dato viene elaborato, cioè “pensato” all’interno di un sistema culturale, ecco che si trasforma in informazione. Se poi viene inserito all’interno di una narrazione, facendosi storia, diventa notizia.Rifuggendo ogni egemonia e sospetto di antropocentrismo, viene negata la possibilità di costituzione delle notizie. Infatti, la storia comporta un giudizio di verità da cui ci si vuole astenere in nome di un (mal compreso) diritto di parola e pensiero.In definitiva, il rischio del relativismo e dell’«uno vale uno» è dietro l’angolo.Comprendere il digitalePersonalmente, penso che il digitale operi una mediazione nuova che stiamo iniziando a riconoscere solo grazie all’utilizzo di nuovi strumenti di ricerca e di analisi.Finché non affineremo questi strumenti, è opportuno che ci siano chiarezza ed accordi preventivi sull’uso e sul significato del supporto digitale, affinché non si incorra in equivoci ed incomprensioni.Non credo che la presunta smaterializzazione del corpo nel digitale possa compromettere il dialogo, anzi, ammesso che sia vero, sarebbe un vantaggio perché eliminerebbe eventuali ritrosie e pudori.ConclusioneAllo stato attuale, il digitale può essere un utile strumento nel counseling solo in presenza di un protocollo di utilizzo concordato e condiviso fra le parti.Questo è possibile solo se il counselor è in grado di governare la comunicazione digitale e di educare ad essa il suo assistito.Insomma, come in tutte le arti e le professioni, non bisogna confondere la user experience con la expertise. Affidiamoci ai professionisti anziché agli esperti o ai capaci. Condividi:

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Etica digitale: le macchine sono più “umane” di noi?

Condividi: Le macchine, per relazionarsi sempre di più con gli uomini, acquisiscono un comportamento etico mentre l'uomo continua ad essere iniquo. Come finirà? Sull’etica digitale è in atto un processo di contaminazione: le macchine stanno acquisendo caratteristiche umane (evolvendosi) mentre gli uomini assumono quelle meccaniche (regredendo). Nel guado di questo passaggio si sta perdendo un carico prezioso benché pesante ed ingombrante: l’etica.Come reagire?Secondo Paolo Benanti, TOR, teologo morale e docente alla Pontificia Università Gregoriana, e Luciano Floridi, docente di filosofia dell’informazione a Oxford, bisogna richiamare l’attenzione su questa perdita. L’etica del digitale è considerata più un impiccio che un’utilità, uno svantaggio anziché una risorsa.Ma quali sono i principi fondamentali su cui basano le nostre società civili?Un esempio potrebbe essere l’omicidio: tutti siamo convinti che non ci deve essere violenza, tanto meno uccisioni. Eppure molti paesi, nel loro ordinamento giuridico, prevedono la pena capitale. Non sappiamo accordarci sulla vita ed intanto distribuiamo morte: eutanasia, suicidio assistito e “missioni di pace in territori di guerra”. Tutte le guerre, però, hanno avuto la giustificazione di portare pace e benessere, abbattere un cattivo per sostenere il buono.L’Occidente può essere un credibile portatore di sani valori etici considerando il razzismo che si agita al suo interno, l’odio per i migranti, il disprezzo per i nomadi, i milioni di disoccupati, i senza tetto, i depressi, l’inquinamento? Lo può essere l’Oriente con le sue dittature comuniste, militari ed islamiche? Od anche l’Africa, dove le donne sono rapite e ridotte in schiavitù sessuale, le chiese sono bruciate ed i martiri a centinaia?Vita, dignità, pari diritti, uguaglianze. Tutti valori fondativi per qualsiasi Stato eppure violati e non condivisi. Trump, Putin, Xi Jinping ed Erdogan su quanti valori concorderebbero?Quali sono le conseguenze sull’etica digitale?Un esempio. Joy Buolamwini, fondatrice dell’Algorithmic Justice League, ha portato all’attenzione i bias del riconoscimento facciale: falliscono nel riconoscere le donne di colore, anzi, nel suo caso la riconoscono solo se indossa una maschera bianca, lei originaria del Ghana. Il digitale sta ereditando i peccati dell’uomo.L’etica è la declinazione di un valore assoluto.In epoca di post-verità e di sostituzione del vero con il verosimile, trovare valori comuni e condivisi, cioè assoluti, è un’impresa ardua (e da tenere nascosta a Vattimo & Co.). Neppure la Chiesa riesce più ad esprimere una posizione unitaria, basti pensare al problema dell’immigrazione.L’AI e la robotica ci costringono a ripensare seriamente al nostro modo di vivere insieme, a riscoprire i principi fondativi ed a darne nuovi significati, a stabilire un nuovo contratto sociale, in definitiva a pensare ad una nuova cittadinanza dove uomini e macchine collaborino insieme.Allora insegneremo alle macchine il comportamento virtuoso, quello dell’onesto cittadino e della brava persona, e quando ci saremo riusciti, probabilmente queste scopriranno che i cittadini disonesti e le persone cattive da cui guardarsi e tenersi alla larga sono proprio gli uomini. Quali soluzioni si adottano con i cattivi cittadini se non quello di punirli e, in caso, di privarli dei loro diritti e della libertà? È la fine cui siamo destinati? Probabilmente si, se non troviamo un modo per iniziare a vivere in pace. Condividi: